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Cronaca


Scacco ai ''Padrini'' di Catania



Dopo due anni di indagini, l'operazione ''Padrini'' ha inflitto un duro colpo alle cosche catanesi
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Un'inchiesta su intrecci tra mafia, imprenditoria e politica ha portato ieri all'emissione di 24 ordini di custodia cautelare in carcere a carico di esponenti del clan Santapaola-Ercolano di Catania e delle sue frange nella provincia, in particolare a Paternò e Bronte.
I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione mafiosa finalizzata alla commissione di omicidi, estorsioni, rapine, furti e riciclaggio di denaro e beni di provenienza illecita.
L'operazione, denominata "Padrini", avrebbe fatto luce anche su una serie di tangenti imposte a imprenditori edili che erano costretti a comprare il cemento da imprese 'amiche' della cosca.
Le indagini dei carabinieri, durate due anni, hanno permesso di accertare le connessioni presenti tra le frange della cosca Santapaola di Paternò, capeggiata da Domenico Assinnata, di 56 anni, quella di Bronte, retta da Salvatore Catania (46 anni), e quelle dei rioni San Berillo Nuovo e San Cristoforo di Catania, guidate, rispettivamente, da Salvatore Angelica, di 48 anni, e da Angelo Santapaola, cugino del boss Benedetto 'Nitto'. I primi tre sono tra gli arrestati, mentre Santapaola è stato ucciso nel 2007.
Tra i destinatari del provvedimento restrittivo già detenuti per altra causa ci sono anche Roberto Vacante, di 45 anni, genero del defunto boss Salvatore Santapaola, fratello maggiore di 'Nitto', e Giuseppe Mirenna, di 56 anni, che la Procura etnea indica come "storico appartenente alla cosca di Paternò specializzato nel settore degli appalti pubblici".

I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip Antonino Fallone su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e dei sostituti della Dna, Carmelo Petralia, e della Dda, Agata Santanocito.

Inoltre, tra i 24 arrestati c'è anche l'assessore ai Servizi sociali del Comune di Paternò, Carmelo Frisenna, di 37 anni. A Frisenna, imprenditore agricolo, primo degli eletti di Forza Italia nelle elezioni amministrative del maggio del 2007 con 597 voti, è stato contestato il reato di associazione mafiosa.
Secondo l'accusa l'assessore di Paternò avrebbe avuto contatti diretti con la cosca che, per la Procura di Catania, lo rendevano il collegamento con le autonomie locali. Frisenna avrebbe avuto incontri anche con Angelo Santapaola, il nipote del capomafia Benedetto assassinato, assieme al suo guardaspalle Nicola Sedici, durante un'operazione di 'pulizia interna' disposta da Cosa nostra nell'ottobre del 2007 nelle campagne di Palagonia. Secondo la Procura di Catania l'assessore era "strutturalmente e organicamente inserito nel clan" e "rappresentava un avamposto dell'organizzazione all'interno dell'amministrazione comunale". Per la tesi dell'accusa l'assessore era comunque "un riferimento strategico" e "il tramite con i responsabili di altri settori delle autonomie locali su cui la cosca intendeva speculare". "La prova dell'appartenenza organica di Frisenna alla famiglia etnea di Cosa nostra", sostengono dalla Procura, si "coglie dai diretti e reiterati incontri con il reggente, all'epoca dei fatti, dell'intera organizzazione: il defunto Angelo Santapaola, cugino del boss Benedetto".

Il procuratore Vincenzo D'Agata, l'aggiunto Giuseppe Gennaro e il sostituto della Dna Carmelo Petralia, incontrando i giornalisti, hanno "escluso che allo stato delle indagini ci siano altri politici indagati" e non hanno voluto rendere noto se siano stati individuati appalti pubblici 'infiltrati', sottolineando che "l'inchiesta prosegue".
L'indiscrezione dell'arresto dell'esponente politico è stata confermata dal sindaco del paese etneo, Pippo Failla di An. "E' stato un fulmine a ciel sereno", ha detto il sindaco Failla commentando l'arresto dell'assessore ai Servizi sociali della sua giunta, e annunciandone "la sua sospensione a scopo cautelativo". "Abbiamo piena fiducia nell'operato dei militari dell'Arma e della magistratura - ha aggiunto Failla - ma allo stesso tempo speriamo che Frisenna riesca a dimostrare l'assoluta estraneità alle accuse che gli sono mosse, che sono molto gravi".

Le indagini dell'Arma, inoltre, hanno fatto luce su diversi episodi di estorsione e anche sul movente dell'agguato in cui vennero uccisi l'11 giugno del 2006 a Paternò, Roberto Faro, 19 anni, e Giuseppe Salvia, di 29. Nell'agguato venne ferito gravemente il figlioletto di quest'ultimo, Alessio Salvia. I due sarebbero stati eliminati per avere compiuto ripetuti furti ai danni di imprese edili "tutelate" dal clan Santapaola. Per questo duplice omicidio sono già sotto processo, come esecutori materiali, Salvatore Assinnata, Alfio Scuderi, Giovanni Messina e Benedetto Beato, che vennero arrestati poco dopo l'agguato.
Durante i due anni di indagini sulla cosca gli investigatori hanno anche impedito una vendetta trasversale nei confronti di un proprio affiliato 'colpevole' di avere un fratello collaboratore di giustizia.
Ma non è tutto. Al centro dell'inchiesta "Padrini" anche la gestione di appalti e servizi pubblici e presunte pressioni per impedire o ostacolare il libero esercizio del voto in occasione di consultazioni elettorali.
Durante l'operazione i carabinieri hanno eseguito, in applicazione della legge antimafia, il sequestro preventivo di imprese edili e società di intermediazione finanzaria e i loro conti correnti bancari ritenute riconducibili a presunti appartenenti alla cosca.

[Informazioni tratte da Rainews24.it, La Siciliaweb.it, l'Unità.it]

28/11/08


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