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La Sicilia in Italia


  Uno stato nello Stato


   Animata da grandi speranze di riforma, la Sicilia entrò in Italia nel 1860. Sin dall'inizio, dovendo far fronte a nuovi problemi di natura economico-sociale, il governo sabaudo si confrontò con una situazione drammatica.
Le condizioni generali di vita erano caratterizzate da un totale abbandono: accanto ai privilegi dei nobili e del clero, le miserie del popolo che languiva di fame.

L'amministrazione sabauda veniva applicata con metodi inadatti alla situazione contingente: il rigido fiscalismo sottraeva denaro all'agricoltura dell'isola, avvantaggiando gli investimenti nel Nord.
Inoltre, per conformarsi al Nord, la Sicilia dovette osservare leggi anti-clericali che ordinavano lo scioglimento dei monasteri e la confisca delle proprietà ecclesiastiche. Oltre a gravi disagi per i religiosi, queste decisioni causarono l'aumento della disoccupazione presso i laici.

Si diffuse presto l'"antipiemontesimo": un sentimento di distanza dalla cultura settentrionale che si esprimeva nell'ostilità verso il governo ufficiale e nel brigantaggio.
Nelle campagne, per esempio, si cominciò a preferire la giustizia delle bande organizzate, appoggiate anche dal clero, che in pochi anni rafforzarono il proprio potere anche grazie all'appoggio delle istituzioni del governo locale.
L'"onorata società" avrebbe assunto, di lì a poco, un'importanza senza precedenti; nel gergo locale, il campo semantico della parola mafia includeva rassicurazione, giustizia e autonomia, ma le regole non erano quelle dello Stato e quindi la vendetta, l'omertà, l'intimidazione, il banditismo, cominciarono ad essere considerati come strumenti di un'organizzazione criminale. Un'idea giusta andava prendendo la forma di una pratica ingiusta.

Si trattava pur sempre di un sistema, dietro il quale nascondere interessi privati, nato per colmare il vuoto di uno Stato anarchico…e l'obiettivo era sempre raggiungere maggiore potere e denaro.
Si arrivò così all'insurrezione di Palermo nel 1866, all'eccidio dei contadini di Caltavuturo nel 1893 e ai moti popolari organizzati dai "fasci" contro i quali operò Crispi. Problemi vecchi e nuovi, difficili da risolvere, costrinsero il proletariato siciliano ad emigrare verso la terra di Colombo e l'Australia; ciò causò un ulteriore impoverimento delle campagne.

  L'alba del XX secolo  B.R. Lopuchov 


    Privo di consistenza storica, il periodo fascista nell'isola fu segnato soprattutto dall'inefficienza e dalla corruzione del regime. Giovanni Gentile si distinse in campo politico, ma il suo tramonto fu rapido. Poco o nulla fece Mussolini rispetto agli uomini di governo precedenti. Nei primi decenni del '900 prevalevano ancora gli interessi dei grandi proprietari terrieri, e questo determinò un rallentamento nell'evoluzione dei fatti sociali ed economici rispetto agli altri paesi italiani.
Mussolini si dimostrò un abile oratore: coinvolgere le masse era il miglior modo per diffondere tra gli italiani il sogno di una nazione militarmente forte, ma perché ciò avvenisse, occorreva industrializzare il Nord prendendo dal Sud materie prime e cibo a basso costo.

Si arrivò così allo scontro tra latifondisti e fascisti radicali. A Palermo, le idee anti-liberali di Alfredo Cucco ebbero un iniziale successo, ma le elezioni del 1925 non sciolsero il potere delle vecchie clientele. Cesare Mori, lontano dagli ideali di Cucco, operò perché governo e latifondisti trovassero un accordo.
Tuttavia, anche in questo caso, ogni speranza di rinnovamento venne presto delusa e il fascismo siciliano consolidato con l'aiuto dell'aristocrazia.
I metodi di attacco alla mafia, attivati da Mori, non riuscirono a superare il malcontento del popolo nei confronti dello Stato: molti avvertivano più sicura ed efficace, la protezione dei potenti.
Le condizioni di vita contadina non migliorarono. Nonostante, in Sicilia, fosse stata lanciata, nel 1925, la "battaglia del grano" troppe terre furono coltivate a grano più volte consecutive a danno della produzione tradizionale di olio e agrumi; diminuì in questo modo, la fertilità di molti appezzamenti a favore delle zone aride.

Lo sfruttamento delle miniere di zolfo lievitò i suoi costi e quando, nel 1927, il sottosuolo fu dichiarato proprietà pubblica, le miniere passarono in consegna ai vecchi proprietari che le amministrarono ma senza aumentare la produzione.
Nel 1940 fu approvata una legge che regolava la divisione del latifondo, ma l'avvento della seconda guerra mondiale ne impedì l'applicazione.
Il miglioramento economico e sociale tanto propagandato dal fascismo, non si estese in modo uniforme in Italia.
Le risorse naturali della Sicilia non furono sfruttate razionalmente, e lo stesso Mussolini ammise ufficialmente che gli investimenti nell'isola non erano stati divisi con metodo.