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Dagli Angioini agli Aragonesi |
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La morte di Federico II di Svevia (1250) aveva privato la Sicilia della sua guida illuminata. Ciò fu causa di un declino che investì la politica,l'amministrazione del Regnum e la tranquillità stessa del paese.
Le tensioni interne sfociarono, tra l'altro, in discordie civili e vendette familiari per la contesa di quanto era rimasto della Sicilia normanna.
Il potere papale si espresse anche in campo politico: la corona di Sicilia passò al principe inglese Edmondo di Lancaster che, per dieci anni, detenne il titolo di "re di Sicilia per grazia di Dio".
Nel 1261 Edmondo fu deposto da un papa francese che, desideroso di affermare la propria supremazia feudale, convinse Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia, San Luigi, a perorare la sua causa sostituendo Edmondo. Incoronato a Roma cinque anni dopo, Carlo partì per sottrarre il trono a Manfredi, l'eroe degli Hohenstaufen.
Il regno fu conquistato senza molta resistenza e Manfredi cadde sul campo.
Due anni dopo, alla notizia che l'ultimo degli Hohenstaufen, il giovane Corradino,
si apprestava ad invadere il regno con l'appoggio delle città ghibelline,
i siciliani si sollevarono; soltanto Palermo e Messina rimasero nelle mani degli
Angioini.
Ma Corradino fu sconfitto a Tagliacozzo, fatto prigioniero, giudicato a Napoli e qui decapitato nel 1268.
Le violenze della riconquista scatenarono il risentimento dei siciliani che, nel 1282, esplose con i "Vespri siciliani". Il furore del popolo fu una violenta espressione del desiderio di indipendenza del paese.
Nata come rivoluzione popolare, questa rivolta si trasformò quasi subito in movimento per l'autonomia municipale e divenne, infine, un conflitto, sul piano economico, tra gruppi di baroni tedeschi e francesi per decidere le sorti del nuovo feudalesimo.
In questo quadro prese forma anche la lotta contro gli Angiò da parte dei catalani e dei napoletani.
Protagonisti furono: un esiliato, nemico giurato degli Angioini, Giovanni da Procida, e Pietro d'Aragona che era convinto di rivendicare i diritti di sua moglie, figlia di Manfredi.
Sapere quando e come il dominio degli Aragonesi si impose sull'isola, si è rivelato un tentativo fallimentare; certamente ne fu preludio la richiesta d'aiuto, a Pietro III il Grande, da parte di un gruppo di notabili siciliani in rivolta contro Carlo d'Angiò.
Aiutato dai baroni Pietro giunse a Trapani il 30 agosto del 1282 ed entrò trionfalmente a Palermo proclamandosi re di Sicilia. Il suo esercito, intanto, liberava anche Messina dal dominio angioino.
Da allora il regno di Sicilia fu diviso in due e la Calabria, identificata per secoli con la Sicilia, entrava nel Regno di Napoli.
Lo stretto di Messina avrebbe così allontanato l'isola dal resto d'Italia geograficamente e culturalmente, privandola anche delle relazioni stimolanti con i professionisti della monarchia Hohenstaufen e con il mondo dell'arte.
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Sotto
gli Aragonesi |
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La dominazione aragonese fu accettata senza troppe riserve; probabilmente i
siciliani avevano sperato che un re spagnolo, trovandosi altrove, avrebbe lasciato loro maggiore libertà rispetto a quanto non avevano fatto Federico II e Carlo.
Ma ciò non si verificò nel modo previsto, infatti Pietro III d'Aragona, detto il Grande, sebbene accettasse che il regno si mantenesse separato, ignorò spesso i privilegi feudali; inoltre egli aveva previsto che, alla sua morte, le corone di Sicilia e di Aragona non si sarebbero riunite sotto un unico sovrano, ma anche questa promessa non venne mantenuta: Giacomo, il successore di Pietro, sarebbe rimasto re della Sicilia e di Aragona e i siciliani avrebbero continuato a fornire grano, soldati e navi.
In questo modo la tanto agognata autonomia non fu mai conquistata e molti siciliani rimpiansero la dominazione angioina.
Morto Pietro, la corona di Sicilia passò al figlio Giacomo, e quella d'Aragona al figlio Alfonso; ma, morto quest'ultimo, Giacomo gli succedette al trono nominando il fratello più giovane, Federico III, viceré a Palermo. Approfittando del momento di debolezza politica, Federico si fece eleggere re dai siciliani ostili alla riunione delle due corone.
Dopo una guerra che vide alleati Giacomo d'Aragona e Carlo II d'Angiò contro Federico, si arrivò alla pace di Caltabellotta nel 1302: la sovranità di Federico sulla Sicilia fu così riconosciuta.
Durante il suo regno si accentuò il regime feudale: venne istituito un parlamento con tre bracci (ecclesiastico, demaniale e militare), si radicò il latifondismo e l'economia entrò in crisi.
La pace di Caltabellotta fu interrotta qualche anno dopo, quando non ne vennero messe in pratica le previsioni: l'isola non venne restituita agli Angioini alla morte del re e ciò determinò la ripresa delle ostilità durante il governo di Pietro II (1337-1342), Ludovico (1342-1355) e Federico IV (1355-1377).
Si giunse così, tra alterne vicende, alla pace di Catania nel 1372 quando Giovanna I d'Angiò rinunciò definitivamente ai diritti sulla Sicilia.
Intanto l'isola era dilaniata dalle lotte che vedevano protagoniste potenti famiglie quali Chiaramonte, Ventimiglia, Peralta e Alagona che si contendevano l'amministrazione del paese.
Quando Federico IV morì, la corona passò alla figlia Maria. A quel punto diveniva di cruciale importanza sposare la regina. Nel 1390 Maria venne rapita dal castello di Catania e portata a Barcellona, dove sposò Martino il Giovane infante d'Aragona, figlio di Martino il Vecchio detto l'Umano: soltanto due anni dopo l'isola fu invasa. Questa seconda ondata spagnola portava numerosi proprietari terrieri desiderosi di dominare nel governo e nell'amministrazione.
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La Sicilia, dipendenza spagnola |
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Il governo di Martino I fu segnato dalla costante presenza del padre Martino II il Vecchio, che regnò dopo di lui per pochi mesi controllando in dettaglio l'amministrazione siciliana.
Con questi due ultimi re, la Sicilia ritornò ad essere una dipendenza spagnola e, nonostante l'opposizione baronale, cominciò a essere governata, sotto Ferdinando I di Castiglia (1412), per delega dai viceré: per i quattrocento anni successivi la Sicilia avrebbe perso le prerogative di un importante centro di governo per diventare centro esclusivamente amministrativo.
I siciliani si rivelarono molto leali nei confronti degli spagnoli e ciò
venne confermato anche dal regno di Alfonso V il Magnanimo dopo il 1416. Quest'ultimo
governò per circa quarant'anni e si distinse per il coraggio e l'abilità
dimostrata in politica. Valoroso mecenate, fu il simbolo dei successi ottenuti
nel Mediterraneo occidentale. Riunendo sotto la stessa corona Sicilia, Sardegna
e regno di Napoli, Alfoso V si meritò per primo il titolo di rex utriusque
Siciliae (re delle Due Sicilie).
Alfonso fece eseguire importanti lavori pubblici, specialmente nel porto di Palermo, e fondò il Siculorum Gymnasium (l'Università di Catania). I suoi successori, Giovanni II d'Aragona (1458-1516) e Ferdinando II il Cattolico (1479-1516) non si distinsero nello stesso modo; eppure due importanti misure datano al periodo di Ferdinando: l'espulsione degli Ebrei (1492), che costituì un grave pregiudizio per l' economia siciliana, e l'introduzione nell'isola del tribunale del Sant'Uffizio (1513).
Attraverso la moglie Isabella, Ferdinando unì l'Aragona alla Castiglia facendo della Sicilia una provincia del nuovo impero spagnolo; condannata a perdere di importanza, l'isola fu costretta a subire l'introduzione dell'Inquisizione: dal 1487 in poi, Torquemada organizzò un'istituzione permanente con sede nel palazzo reale di Palermo.
Alla morte di Ferdinando, la corona passò a suo nipote, il futuro Carlo V (1516-1554), fondatore della dinastia degli Asburgo di Spagna ed imperatore di Germania a partire dal 1519.
Durante il regno di Carlo V scoppiarono in Sicilia una serie di insurrezioni; quella più seria è datata 1516: durò quasi un anno e fu voluta dai baroni inquieti perché andavano perdendo un potere politico durato due secoli e mezzo.
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L'isola
vicereame spagnolo |
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Affermatasi in un momento politico di difficile gestione, date le rinnovate incursioni ottomane nel Mediterraneo, la dominazione spagnola fu apprezzata dai siciliani sia per l'aiuto militare impiegato nella difesa dell'isola, sia perché fece della Sicilia un baluardo strategico contro le incursioni turche determinando un rilancio della sua funzione mediterranea.
Tuttavia, la condizione politico-sociale venne appesantita dalle strategie adottate dagli spagnoli: il parlamento era quasi assente e veniva frequentemente sostituito dagli organi di governo connessi con la Corona. I baroni ottennero molti più privilegi e nuovi feudi ma questi ultimi, a causa dello scarso senso imprenditoriale dei proprietari, furono spesso abbandonati dai contadini che si riversarono nelle città alla ricerca di migliori condizioni di vita.
In questo quadro non mancarono quindi rivolte popolari come quella di Palermo del 1647, guidata da La Pilosa (un assassino condannato ed evaso) e quella di Messina del 1674, sostenuta da Luigi XIV.
Due secoli della storia siciliana furono segnati dalla dominazione spagnola, con chiari segni di crisi cancellati soltanto con la pace di Utrecht nel 1713; da questo momento l'isola venne confiscata a Filippo V di Borbone e passò al suocero Vittorio Amedeo, duca di Savoia.
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