...in Sicilia la nota espressione "luna di miele" deriva dall'antichissimo uso di consumare il miele nelle feste nuziali. In "I sapori di Sicilia" di Giuseppe Coria si legge che "in un documento del 1623 è descritto un antico costume di Catania e del catanese: all'ingresso in Chiesa dei novelli sposi, veniva loro data una cucchiaiata di miele mentre all'uscita veniva loro gettato del grano e dell'orzo Nella Contea di Modica, prima che gli sposi entrassero nella loro nuova casa, al ritorno della cerimonia nuziale, veniva buttato davanti l'uscio un recipiente di terracotta (quartara) piena di vino, e tutti in quel momento gridavano in segno di augurio, "resti, boni festi" (cocci rotti, buon augurio) ma appena varcavano la soglia di casa venivano subito imboccati con un cucchiaio di miele: il marito per primo, che ne leccava la metà e poi la moglie, che ingoiava la rimanente parte." Lo stesso uso di consumare miele nel giorno delle nozze si ritrova a Piana degli Albanesi, a Licata, a Marineo e a Prizzi anche se con modalità diverse: a Piana, per esempio, la suocera imbocca la nuora davanti l'uscio, mentre negli altri due paesi lo stesso rito viene agito dalle amiche della sposa. Le origini di queste tradizioni popolari risalgono al tempo dei romani quando il miele si offriva agli sposi novelli per circa un mese continuato.
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..."La terra su cui è costruito il convento dei Cappuccini possiede la singolare proprietà di attivare a tal punto la decomposizione della carne morta che, in un anno, non rimane più nulla sulle ossa, se non un po' di pelle nera essiccata, incollata, e che conserva, talvolta, i peli della barba e delle gote.": così scrive Guy de Maupassant in Viaggio in Sicilia. In realtà si tratta di una leggenda nata in seguito al seppellimento dei primi frati; ritrovati intatti; l'azione del suolo, infatti, non interviene affatto nel sistema di trattamento dei cadaveri. A tal proposito è illuminante il contenuto di una lettera datata 9 ottobre 1881, n.5791, indirizzata "al Sig. Soprintendente dell'Ufficio del Patrimonio e Beneficenza": "Portato il cadavere al cimitero ventiquattro ore dopo avvenuta la morte, senza alcuna iniezione o preparazione, si chiudeva nel colatoio, e lì per mancanza d'aria, essendo lenta la putrefazione e lo scolo, dopo un anno ne usciva scheletro disseccato. I colatoi sono stanze incavate nella pietra, con diversi coricatoi a grata, dove adagiavansi i cadaveri. I colatoi, dopo entrativi i cadaveri, si muravano perfettamente con malta, per dischiudersi passato un anno… Dei cadaveri che uscivansi dopo l'anno dei colatoi, alcuni rimanevano intatti e mummificati, altri slogati ma le ossa sempre intatte e disseccate, che poi si aggiustavano dal facchino, e gli uni e gli altri esponevansi nel sotterraneo o in nicchie o in casse senza che il tempo li avesse a distrarre, essendovi tuttavia scheletri esposti per circa due secoli. Dischiusi i colatoi, essendo prosciugati i cadaveri e divenuti secchi, l'aria non li distruggeva e non pare che potevano cattiva influenza sulla pubblica igiene, stando su ciò garante la ottima salute che godevano i frati quando erano qui raccolti nel numero di duecento".
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