 Bambinello in cera disteso su un lettino ornato, seconda metà XIX secolo. Collezione privata, Palermo. Foto di Melo Minnella
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In rapporto ai livelli sociali e agli ambiti professionali la cultura dei popoli in cui la divisione in classi e le specializzazioni di mestiere si sono storicamente consolidate, presenta, come è noto, variazioni e diversificazioni talora nette. Questa diversità interessa sensibilmente il livello della manifestazione ma può anche investire le strutture profonde. Di contro certi fatti culturali appartengono all’intero universo di ogni singola comunità, e risulta, come abbiamo visto nel capitolo precedente, quasi impossibile individuarne le articolazioni sociali. Il problema assume maggiore complessità quando alla espansione verticale di certi fatti, si accompagna la loro estensione orizzontale inclusiva di aree etniche diverse. Il Natale appartiene a questo secondo insieme di fenomeni. Sia a livello ideologico, sia comporta-mentale, sia espressivo prevale sulla dinamica diversificante propria del livello della manifestazione,la fissità di un immaginario collettivo che appartiene ormai a tutte le classi sociali e a tutti i popoli di religione cristiana. Questo universo simbolico non ha nulla di romanticamente misterioso. La sua collettività èun esito del suo originario disporsi e consolidarsi a livello langue, come elaborazione sistematica in tempi e ambienti storici precisi di poche selezionate personalità non di mitiche masse senza nome. Esso è persistito nel tempo non in conseguenza della supposta esistenza di improbabili archetipi metastorici. A monte sono individuabili scelte istituzionali precise come risposta a bisogni psicologici certamente propri di tutta l’umanità, ma coniugati secondo modalità storicamente concrete di organizzare i rapporti nelle diverse comunità e tra queste e i cicli naturali. Nella iconografia del Natale vengono a confluire motivi appartenenti al contesto culturale mediterraneo ancor prima della nascita del cristianesimo. Alcuni di questi motivi con tutta probabilità si sono originati presso le civiltà che sono fìorite nell’antichità
avendo come centro lo stesso Mediterraneo: minoica, micenea, fenicia, greca, altri invece appartengono a culture che con il mondo mediterraneo hanno avuto rapporti più indiretti: egiziana, mesopotamica, persiana.
Una ricerca sistematica intesa a determinare le coordinate storicogeografiche dei diversi motivi che in una simbiosi progressiva sono venuti a comporre l’immaginario cristiano sulla Natività, sarebbe oltremodo interessante e non priva di sorprese. Un motivo come quello della madre divina per la sua accertata presenza anche presso culture non fondate sull’agricoltura, sembrerebbe anteriore alla nascita delle grandi civiltà agrarie egiziane e mesopotamiche. Come è noto il culto della dea madre era centrale nella cultura minoica e da essa è stata probabilmente trasmesso ai Micenei e ai Fenici, la cui attiva presenza, nell’area dalla quale in seguito nascerà il cristianesimo è notoria anche relativamente ai primi. Questa predilezione cultuale per una dea madre ha portato alcuni studiosi, soprattutto dell’Ottocento, a ipotizzare l’esistenza, nelle fasi arcaiche dell’incivilimento, almeno nelle aree interessate da questo culto, di forme di organizzazione matriarcale della società. Non c’è bisogno di correre queste avventure intellettuali prive di qualsiasi riscontro scientifico. La natura stessa ha pensato a assegnare alla donna un ruolo centrale nel processo di produzione e riproduzione della specie sia al momento del parto, sia dell’allevamento della prole. Questo ruolo era particolarmente attivo alle origini dell’incivilimento. In quell’età, se da un lato le gravidanze continue e l’assistenza ai neonati impedivano, almeno per lunghi periodi, alle donne di partecipare alla produzione del cibo mediante la caccia e la raccolta, dall’altro, proprio l’esigenza di contribuire a questa attività primaria, ne acuiva lo spirito di osservazione e conseguentemente di sperimentazione e di invenzione.
Scoperte come l’uso del fuoco e la lavorazione dell’argilla, fondamentali per l’aumento della quantità degli alimenti e la loro conservazione, oppure come le arti dell’intreccio e della tessiturura anch’esse importanti sia per l’alimentazione, sia per la protezione fisica degli appartenenti alla specie, e infine una invenzione rivoluzionaria come l’agricoltura, non possono avere visto la donna in una posizione marginale. Esse infatti richiedono negli individui che ne sono i protagonisti una situazione sedentaria, quella appunto in cui venivano a trovarsi le donne a preferenza degli uomini. Non è certo un caso che fosse affidata a sacerdotesse la custodia del fuoco sacro. Nè può essere stato solo il risultato di un’operazione metaforica il fatto che nell’antichità fossero di sesso femminile le grandi dee della vegetazione. Neppure casuale può ritenersi la centralità del culto della dea madre presso civiltà come quelle minoica e fenicia, se riflettiamo sul fatto che la lontananza per lunghi periodi degli uomini a causa delle loro attività prevalentemente marinare, non poteva non accrescere il ruolo delle donne nel contesto familiare e sociale.
L’enfatizzazione simbolica dei segni, non è mai il risultato di un gioco della mente: alla sua radice si trovano sempre situazioni concrete. L’associazione di femminilità e agricoltura, se da un lato è un’espansione in termini simbolici della funzione della donna in quanto progenitrice, dall’altro deve avere avuto un riscontro oggettivo nel ruolo non marginale della donna nel processo di invenzione e diffusione dell’agricoltura. È proprio la nascita delle grandi civiltà agrarie, tuttavia, che se da un lato accresce la qualificazione della figura della dea madre, dall’altro finisce con il trasformare il suo ruolo di centralità nell’altro, non secondario ma meno decisivo, di mediatrice del potere divino, scelta come tramite di esso per un suo atto di misericordia. Non a caso Luca fa pronunciare a Maria queste parole:
L’anima mia glorifica il Signore; ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore; perché egli ha rivolto lo sguardo alle bassezze della sua serva; ecco da questo punto tutte le generazioni mi chiameranno beata; perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente. Il suo nome è santo; la sua misericordia si effonde di generazione in generazione sopra coloro che lo temono.
(Luca, I, 46-50).
L’imporsi dell’agricoltura come regime economico prevalente per intere comunità fra le decisive conseguenze che determina a tutti i livelli della vita sociale e culturale, provoca anche, ai fini di un uso razionale dei suoli e delle acque, la centralizzazione del potere e la creazione di un braccio armato permanente per consentirne l’esercizio. I cacciatori e i pastori cui solo casualmente poteva accadere di trasformarsi in guerrieri per difendere i territori di caccia e di pascolo, ora lo diventano in modo definitivo e permanente. Le armi divengono lo strumento e il simbolo del potere, coloro che le usano i suoi depositari esclusivi. Il ruolo sociale delle donne, da sempre impegnate in altre attività, a motivo di tutto ciò si viene riducendo progressivamente e conseguentemente finisce con l’appannarsi il culto della dea madre. E solo la madre di Dio, ed è a lui che ora è assegnato il compito di garantire l’annuale rigenerazione del tempo. Alla madre è affidato il compito, anche con una disperata ricerca (che persiste nella cerca dei riti siciliani della Pasqua), di favorire le condizioni per l’annuale rinascita del figlio. Il dio rigeneratore, l’unico in grado di assicurare la vita oltre la morte, di convertire il caduco nell’eterno, il finito nell’infinito, alla fine è di sesso maschile. C’è in proposito qualche momento di indecisione, si pensi, a Persefone e a Proserpina, ma è solo il segno di un attardamento culturale rispetto alla soluzione prodottasi presso le civiltà agrarie dell’Oriente, il cui modello si ritrova nel mito di Iside e Osiride.
Successivo alla nascita delle civiltà agrarie orientali sembra essere il motivo della verginità di Maria. Non sembra infatti decisivo il fatto che in una cultura certamente non fondata sull’agricoltura, come quella egea, Potnia, la dea madre, porti questo appellativo da partneia che in greco significa verginità. Intanto l’accostamento etimologico potrebbe essere infondato; in ogni caso la fioritura della civiltà minoica è di alcuni millenni posteriore alla nascita e diffusione dell’agricoltura. La condizione verginale della puerpera in realtà non serve a segnalare la sua eccezionalità, ma quella del neonato. Come abbiamo già detto, questo motivo non è ignoto alla mitologia di molti popoli ed è sempre funzionale alla rappresentazione delle caratteristiche non comuni del figlio. D’altra parte egli, in quanto protagonista mitico deve essere portatore di qualità doppie e contrarie. Gesù è
dio e nasce da donna, è un uomo ma non è concepito e partorito in modo umano. Per rimanere sul terreno storico, la conferma che la verginità di Maria è funtiva della qualità divina del figlio e non della madre, è anticipata dal profeta Isaia, quando afferma, come si preoccupa di sottolineare anche Matteo (I, 22), che l’atteso Messia nascerà da una vergine: Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio e per nome lo chiameranno Emanuele, cioè Dio con noi (Isaia, VII, 14). D’altra parte lo stesso Matteo non considera la verginità una qualità permanente di Maria, ma la limita soltanto al periodo della gravidanza di Gesù: E Giuseppe destatosi fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore, e prese con sé la sua consorte. E non la conobbe sino a quando partorì il figlio suo primogenito, e lo chiamò Gesù (Matteo, I, 24-25).
L’Antico Testamento riflette un orizzonte religioso presente nelle aree iranica, mesopotamica, semitica, egiziana, permanentemente animato, a partire dalla lunga fase di passaggio dalle città stato agli imperi, dalla oscillazione tra forme svariate di politeismo e tensioni accentratrici di tipo monoteistico. In relazione al tipo di economia cui tendono queste civiltà, il dio unico che finisce con il prevalere sugli altri è una figura solare, comprensiva come il sole nel suo movimento apparente intorno alla terra, dell’intero ciclo dell’anno. Perciò egli sembra progressivamente morire e annualmente rinascere: ritornare sotto l’aspetto di un neonato. Secondo le credenze semitiche e egiziane questo Dio Bambino nasceva da una vergine. In Siria e in Egitto nel solstizio d’inverno i sacerdoti si ritiravano in una grotta e ne uscivano a mezzanotte gridando:
"La Vergine ha partorito! La luce cresce".
I Semiti chiamavano la Dea Celeste che il 25 dicembre generava Dio, anche Vergine Celeste. I sacerdoti egiziani in occasione di questo evento mostravano ai fedeli l’immagine di un bambino come rappresentazione del sole appena nato. Una spia della natura di Gesù come divinità solare, non a caso detto luce del mondo, è costituita dalla stella che guida il lungo cammino dei Magi verso il luogo dove è nato il Messia: Nato Gesù a Betlem di Giuda al tempo del re Frode, ecco arrivare a Gerusalemme dei Magi dall’Oriente e dire: Dov’è il nato re dei Giudei? Vedemmo la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo . (Matteo, Il, 1-2). Perché proprio da Oriente? Quando Zaccaria, padre di Giovanni, deve lodare la nascita del figlio, fra l’altro, esclama: E tu bambino sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai avanti al Signore, a preparargli la via, a dare al suo popolo la scienza della salute per la resurrezione
dei loro peccati.’ in grazia della tenera misericordia del nostro Dio, per la quale l’Oriente ci ha visitati dall’alto per illuminare coloro che giacciono nelle tenebre e nell’antro di morte, per guidare i nostri passi nelle vie della pace. (Luca, I, 76-79). A questo punto il commento di Beda è veramente illuminante. L’Oriente (o sole nascente) — egli dice — è Cristo, la vera luce. E anche da considerare che la comparsa della stella cometa, come segno dell’Avvento, era stata preannunciata dal profeta Balam (Num. XXIV, 17). Al di là di ogni richiamo a generiche matrici mitiche, dunque Gesù doveva nascere da una vergine, annunciato da una stella proveniente da Oriente, perché così voleva una precisa tradizione culturale presente anche nell’Antico Testamento.
Relativamente alla genesi del motivo di Gesù Bambino qualche successo ha riscosso presso alcuni autori la suggestiva analisi junghiana del mito del fanciullo divino. Si ha l’impressione che da parte di costoro si faccia una operazione di assemblaggio di mitologemi di origine diversa anche se talora convergenti: il giovane dio che esibisce il caos per imporre a suo modo il logos, per intenderci il trickster; gli eroi bambini delle fiabe di magia connesse ai riti di passaggio da una classe d’età all’altra; i pericoli che deve superare l’anima, raffigurata come essere in miniatura, per non restare vittima dell’orco, cioè dell’inferno (figure in questi ultimi due casi riecheggiate in personaggi come Pollicino); e infine il dio bambino vero e proprio destinato a rigenerare il tempo, la natura, l’umanità. Solo quest’ultimo è il significato assegnato nella simbologia cristiana a Gesù Bambino. E pur vero che nei cosiddetti Vangeli dell’infanzia egli assume talora caratteristiche che lo possono far sembrare un trickster, certamente non a caso questi testi tuttavia non sono considerati canonici. Il motivo della nascita del Bambino Gesù non deve pertanto considerarsi connesso a un archetipo annidato in un inconscio senza storia, ma deve essere ricondotto a un preciso contesto storico. Proprio quell’angolo di mondo chiamato Palestina nel quale alla fine dell’Evo Antico vengono non casualmente a sovrapporsi, sommarsi e confondersi tre diverse congiunture economica, politica, religiosa: il tramonto di una economia di tipo essenzialmente pastorale nella quale carenze esistenziali e tensioni sociali venivano periodicamente risolte nel sacrificio del capro espiatorio, l’agnello di Dio; il sopravvento di una cultura fondata sull’agricoltura che con la sua ideologia
religiosa veniva a risolvere il problema della rigenerazione della natura e contemporaneamente quello ben più angoscioso della rigenerazione della vita; e infine la secolare mitica speranza degli Ebrei, fattasi più acuta al tempo in cui viene collocata la nascita di Gesù, di ritrovare attraverso l’atteso Messia la propria libertà di nazione. Gli altri elementi che compongono l’immagine tradizionale del Natale ne confermano la collocazione storica. Niente e nessuno anche quando di più lontana origine sia temporale che spaziale, partecipa all’Evento per un casuale gioco della fantasia. L’omaggio reso dai Magi, tra i tanti significati ipotizzati, intende evidenziare la superiorità del nuovo dio su quei culti orientali da cui la religione mosaica si era sentita a ragione da sempre minacciata. I Magi erano infatti sacerdoti di uno dei culti di maggiore successo nel periodo dell’Avvento. Solo in seguito saranno raffigurati come re evidentemente per estenderne il significato originario: non solo la superiorità del nuovo dio sugli altri culti, ma anche del potere divino su quello terreno.
Significato non diverso ha la presenza, attestata solo dalla tradizione apocrifa, del bue e dell’asino. Essa serve anche a segnalare che la natura divina del nuovo nato è riconosciuta anche dal mondo animale. Gli altri circostanti dell’Evento, a parte gli angeli che assolvono la funzione che è loro propria di nunzi, in questo caso del fatto più straordinario: la nascita di Dio, non a caso sono pastori. Il fatto che non si tratti di occupati in altre attività è molto significativo. Da un lato attesta che le credenze relative all’Evento si sono diffuse da una area a economia pastorale, dall’altro, stante la loro originaria matrice agraria, è una spia della egemonia culturale che le civiltà fondate sull’agricoltura avevano assunto nell’area interessata. E nota del resto la dipendenza della religione mosaica da quella egiziana. Anche il luogo scelto per situare l’Evento è una tessera necessaria dello stesso mosaico storico. A differenza dei Vangeli canonici gli apocrifi indicano una grotta. Si noti che la forza di questa seconda versione è tale da costringere il curatore di una edizione ufficiale del Vangelo, edita dalla Società S. Paolo, ad affermare che casa sta per grotta, quando Matteo dice che i Magi seguendo l’indicazione della stella che li aveva guidati, entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua Madre e prostratisi, lo adorarono. (Matteo, Il, 11).
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