Il NataleIl mito - I segni - La letteratura popolare - Le immagini e i suoni
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Il Natale rappresentato - La letteratura popolare




Fuga in Egitto, piccolo tondo ricamato. Collezione privata, Palermo.
Foto di Giuseppe Leone

Per mezzo di gesti, parole, immagini, suoni ordinati in sistemi di segni, l’uomo viene tessendo la tela di idee e azioni, di emozioni e sentimenti, provocati e suggeriti dalla sua quotidiana esperienza della realtà e dalla esigenza irrinunciabile di dominarla. Seguendo una procedura di tipo imitativo, egli finisce con il creare una nuova realtà ai confini della quale si apre e si conclude il suo orizzonte. Da qui il frequente errore di scambiare questa realtà umana e storica con la realtà oggettiva: inganno della mente di cui alcune volte l’umanità ha dovuto sperimentare perniciose conseguenze.
Uno dei postulati fondamentali del pensiero magico, il simile produce il simile, non è in realtà un momento altro rispetto alle normali strategie della mente, è semplicemente l’esibizione di una illimitata fiducia in essa, l’annullamento di ogni barriera tra le cose e le parole: mediante segni l’uomo crede di potere produrre la realtà, oggettivare, seguendo regole precise e in spazi deputati, quello che desidera, ciò in cui crede. Questo è il senso ultimo dei riti, di cui Mircea Eliade ha giustamente detto che sono la forma operata dei miti. Essi, in quanto fanno rivivere qui e ora quanto nei miti è accaduto in illo tempore, annullano il passato convertendolo in presente, e per ciò stesso fondano la certezza del futuro.

È dunque naturale che ai riti intesi a provocare il rinnovarsi dei cicli annuali, che al mito del dio salvatore si ispirano, sono da riferire le lontane radici ideologiche da cui, come ha scritto Paolo Toschi, "sorgerà e si svilupperà il vero e proprio teatro cristiano". L’assunzione di una precisa forma rituale, stante lo scopo che era destinato ad assolvere, del racconto della vicenda umana di Gesù nella sua formulazione mitica, non poteva infatti non ribadire la struttura narrativa del mito del dio salvatore. La messa del resto, in quanto sequenza di azioni, possedeva già il carattere di vera e propria forma teatrale fin dal suo primo strutturarsi in modelli canonici.
Del suo significato anche narrativo ebbero consapevolezza a partire dalle origini pure gli spiriti più acuti del mondo ecclesiastico. Già nel X secolo Amalario chiariva "che la messa nelle sue tre parti essenziali intende rievocare tre successivi periodi della vita di Cristo: la prima, dall’introito al Vangelo, rappresenta il suo ingresso a Gerusalemme, la sua venuta in terra e vari momenti che precedono la Passione, la seconda ricorda appunto la Passione e la sepoltura; la terza la Resurrezione e l’Ascensione".

In questa illustrazione della messa, non abbiamo soltanto una riprova del carattere drammatico di uno dei momenti essenziali della liturgia della Chiesa, ma anche una conferma indiretta che la genesi del teatro religioso cristiano sia da cercare in ambienti appartenenti alla Chiesa orientale. La posizione marginale assegnata alla nascita di Gesù nella struttura narrativa del rito si ricollega infatti al fatto, di cui già abbiamo detto, che soltanto in epoca tarda, e per influenza della Chiesa di Occidente, la Natività assunse un posto di rilievo nel calendario liturgico orientale. Non a caso dunque le più antiche attestazioni di forme drammatiche sacre si riferiscono alla Passione. D’altra parte il fatto che il dramma sacro sia nato nell’ambito della Chiesa bizantina non deve sorprendere. Si tratta infatti di un prodotto culturale originatosi quasi naturalmente da una civiltà, quale la greca, in cui l’arcaica connessione tra rito religioso e teatro rimase viva, come sappiamo, fino ai tempi storici.

Il dramma sacro si definì nei suoi caratteri fondamentali tra il IV e il IX secolo, probabilmente come forma rappresentata delle omelie drammatiche. Malgrado in esso prevalga la rappresentazione della sequenza: Battesimo di Gesù — Passione — Resurrezione, non mancano tuttavia attestazioni che segnalano la tendenza alla drammatizzazione anche della trilogia: Annunciazione — Natività — Fuga in Egitto. D’altra parte la sequenza più diffusa solo apparentemente contraddice la struttura originaria del mito del dio salvatore, Nascita — Morte — Resurrezione. La sua maggiore diffusione anzi probabilmente è dovuta anche al fatto che essa, a differenza della trilogia sul Natale, la ripete fedelmente. E chiaro infatti che la vera nascita del Salvatore si ha con il battesimo. Non a caso i Vangeli canonici non danno rilievo alla nascita di Gesù, mentre sottolineano il momento del suo battesimo da parte di Giovanni.

L’affermarsi progressivo di drammi sacri intorno alla Passione finì con il favorire comunque anche la nascita di forme drammatiche incentrate sulla Natività. Alla mente semplice dei fedeli, sfuggendo 1’equipollenza battesimo uguale nascita, un racconto drammatico del mito cristiano incentrato solo sulla Passione, appariva infatti in qualche modo monco. E significativo che a parte i Vangeli apocrifi, notizie relative alla Natività si trovino solo in Luca e Matteo, le testimonianze evangeliche più vicine alla cultura popolare. Ecco perchè la nascita di Gesù non poteva non essere uno dei temi del dramma sacro. Annunciazione, Natività, Fuga in Egitto, vennero a costituire pertanto la sequenza narrativa della forma particolare di dramma sacro, detto originariamente officium pastorum che, pur senza mai raggiungere il successo delle rappresentazioni dedicate alla Passione, ebbe larga diffusione nel Medio Evo in Occidente.

Tradizionalmente per solennizzare il Natale la Chiesa celebra tre messe. L’uso molto antico e già attestato da Gregorio Magno, sembra aver avuto inizio a Roma per iniziativa di un Pontefice, per poi estendersi in tempi successivi prima ai vescovi, poi ai parroci, quindi a tutti i sacerdoti. La prima messa ha inizio verso la mezzanotte della vigilia e celebra "la nascita del verbo in ciclo dall’Eterno suo Padre". La seconda commemora "la nascita del verbo incarnato nelle anime nostre per mezzo della sua redenzione e delle sue grazie". La terza infine è dedicata alla celebrazione della nascita temporale del Salvatore. Indubbiamente da questi momenti liturgici fin dal Medio Evo trassero origine e si svilupparono i cosiddetti of/ìcia pastorulm o misteri. "Già nei più antichi messali possiamo veder le varie cerimonie ed i cantici che accompagnavano tali devote cerimonie. A Rouen in Francia, l’Officium pastorum, come risulta dall’Ordinarium di quella Chiesa, aveva luogo subito dopo la celebrazione della prima Messa. Dietro l’altare era preparato un presepio con l’immagine della Madonna. Un fanciullo rappresentava l’angelo che annunziò ai pastori la lieta novella, e cinque tra i canonici più eminenti rappresentavano i pastori.

«All’entrata di questi nel coro per la porta grande, il fanciulletto, sul davanti del coro medesimo, l’incoraggiava con le parole dell’angelo ai pastori: ‘Non temete, io vi annunzio una grande gioia, che sarà per tutto il popolo, perchè oggi è nato il Salvatore del mondo, nella città di Davide. Ed ecco il segno: Troverete un bambino avvolto tra le fasce e posto nel presepio».

«E subito altri fanciulli, dal cornicione della chiesa, gli facevano coro, come già le schiere degli angeli nella vera notte di Natale, cantando ad alta voce: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà».

«Intanto i pastori traversavano il coro e si recavano, inneggiando, al presepio. Qui li attendevano due preti vestiti in dalmatica, rappresentanti le due levatrici che, secondo i Vangeli apocrifi, furono chiamate da San Giuseppe per il parto di Maria Santissima. All’entrare dei pastori essi l’interrogavano: ‘Pastori, chi chiedete nel presepio Ditecelo...’. A cui i pastori: ‘Chiediamo il salvatore Bambino avvolto nelle fasce secondo il detto degli angeli...’. E allora le levatrici aprivano la porticiuola e mostravano ai pastori il Bambino predetto dai profeti. Quindi indicavano la madre dicendo: ‘Ecco la Vergine di cui fu detto: — Concepirà e partorità un figlio; ritornando, dite a tutti che è nato!...».

«I pastori si chinavano profondamente, adoravano il bambino e celebravano le lodi di Maria Vergine. Poi riprendevano la via verso il coro cantando: ‘Alleluia! Alleluia!... Ora sappiamo che il Cristo è nato in terra e tutti cantate la sua nascita con i profeti’». Seguiva la messa.

Il De Bartolomeis ha pubblicato uno di questi antichi testi italiani:

Alla festa della Natività di Cristo in prima sia ordinato et pecorari con pecore et cani, et cornamuse et quello che bisogna loro. In prima venga un angelo infra la Messa sopra la capannuccia col lume in mano al tempo della Gloria et annuntii la Gloria in excelsis Deo. Il coro risponda et gli angeli siano di rieto alla vela del palco e rispondano: Ite, missa est. Un angelo apparisca et annuntii la festa. Annuntiato che ha la festa se ne vada tra’ pecorari et stia in luogo celato infino che nato Jesù. Nato Jesù, exca fuori et annuntii ai pastori quello che debba annuntiare et subito si faccia tra i pastori uno scoppietto et un baleno al tempo lecito. Annuntiato che ha l’angelo la Vergine Maria con Joseph et una ancella, e se vada a fare scrivere, e, torni et vada in sul palchetto. Giunta in sul palchetto et ordinata ogni cosa, venghino due angeli et scuoprino la vela et nasca Jesù: et l’angelo apparisca ai pastori: et subito gli angeli saranno alla capanna, eschino fiori et facciano coro con grande riverentia adorino il Signore et mentre che vengono i pastori, ballino et l’angelo che ha annuntiato ai pastori si porti da loro et vengano alla capanna con gli altri et cantisi quattro stanze del Verbum caro mentre che si fascia e/fanciullo, et fasciato il fanciullo, i pecorai venghino ad orare.

Un altro offiìcium dell’Ordinarium di Rouen che si celebrava dopo terza conta un numero maggiore di personaggi: Mosè, Aronne, Amos, Isaia, Geremia, Balaam, Sant’Elisabetta, San Giovanni Battista, il santo vecchio Sirneone, il poeta Virgilio, Nabucodonosor, la Sibilla, infine, un coro di giudei e di gentili. D’ognuno è indicato il costume: quello deve essere barbatus ed aver il tal distintivo, questi calvus, l’altro claudus, "Balaam poi appariva sul dorso dell’asina famosa e questa fece sì che tutto il mistero venisse chiamato col nome di Festum asinorum".
In realtà gli officia pastorum, non diversamente da altre sacre rappresentazioni, non tanto per l’arcaica valenza sacrale dell’osceno, quanto per lo speciale momento festivo in cui si inserivano, la folla di personaggi anche umili che mettevano in scena, il tipo particolare di fruizione da cui venivano motivati, inclinavano quasi naturalmente a trasformarsi in spettacoli più diretti a sollecitare il riso con battute anche salaci, che a promuovere la devozione dei fedeli. Del resto è noto il significato sacrale del riso. Di queste interessanti forme di spettacolo, come è ovvio, ci restano solo i testi più controllati. Anche da essi è dato vedere il carattere di tutto il genere. Ecco per esempio i dialoghi iniziali di un antico testo toscano di Anonimo, La rappresentazione della Natività di Cristo:

Incomincia la rappresentazione della Natività di Cristo e prima l'Angelo annunzia:

1. A laude e gloria dello eterno Iddio unico e fermo in santa Trinitate, siate divoti, attenti e con disio veder tutta la sua nativitate, considerando che pel peccar rio discese in terra con tanta umiltate:
pastori e magi oggi offerir vedrete, se tutti quanti attenti vo’ starete.


Apparisce l’Angelo a’ pastori e dice:

2. Pastor, che state a guardar vostre gregge, andate a visitare el ver Messia, che è nato in Betlem, come si legge, ed ha l’asino e ‘l bue in compagnia. E questo è il segno del Signor che regge:
che fia involto ne’ panni di Maria in un presepio e in una capannetta, povero, umile, e’ peccatori aspetta.


E’ pastori si rizano, e Nencio dice:

3. Che vuoi dir questo, o Bobi del Farucchio, che par che noi siam tutti sniemora ti? Cadiamo in terra tutti intun un mucchio, come fussimo stati bastonati!

Risponde Bobi a Nencio:

Or ascoltami un pò Nencio di Puccbio; noi siamo stati assai male avisati,
ché gli dovevan dir che ci aspettassi tanto che ognun di noi sì si calzassi.

Parla Randello agli altri pastori:

4. Cari compagni, questi son gran segni
venuti a noi dalla gloria superna, la qual ci ha data Idio per farci degni vedere in carne il Re di vita eterna.
Di trovarlo ciascun di noi s’ingegni, nostro Signor che terra e ‘1 del governa:
andianne in Betlem dove gli 6 nato, come dall’Angiol cifre annunziato.

Risponde Nencio a Randello:

5. Randel, per certo quel che tu ha’ detto
tutto conosco ha buona veritade.
Mettianci insieme per questo distretto,
e cercherem per tutte le contrade,
e non rimanga per nostro difetto,
chi al mondo non fu mai simil bontade.
Ma manzi che di qui noi ci partiamo
intendo colazion prima facciamo.

Risponde Randello a Nencio:

6. Io lodo molto ben questo tuo dire, compagno mio, pieno d’avvisamento.
I’ ti so dir ch’i’ mi sento da bere, e di mangiare è il mio intendimento, e poi nel camminar fare il dovere, ed andrem ratti e forti com’un vento, e porterem con noi del cacio buono, ché non possiam per or fargli altro dono.



(continua a pag. 2)