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Il Natale vissuto - Il mito




Scuola cretese, natività, icona, seconda metà XVII secolo. Piana degli Albanesi.
Foto di Melo Minnella

Fin dal suo primo emergere all'orizzonte della storia il sentire dell'uomo è stato attraversato dalla perenne angoscia dell'eclisse individuale e collettiva. Da qui la sua inquieta ricerca in ogni tempo e in ogni luogo di modi per il supera-mento di un mortale nulla sempre in agguato, di un caos divoratore di ogni segno di presenza. Da qui la produzione e messa in opera da parte dei diversi popoli di apparati simbolici e dispositivi rituali, intesi alla perenne trasformazione del caos in cosmos mediante un principio ordinatore e rifondatore, un logos capace di convertire la morte in vita.
Già nelle società storiche dell'Oriente antico, ancor prima della genesi e diffusione del cristia-nesimo, questa tensione a uno spazio esistenziale, forse solo metaforicamente possibile, tuttavia altro perché liberato dalle crudeli scansioni temporali, si è espressa in un modello antropomorfico, in un dio salvatore in grado di garantire al fedele la vita dopo la morte.

Come è noto lo specifico dei soggetti mitici è l'attitudine a ricondurre a unità sul piano simbolico le contraddizioni avvertite come insuperabili nella prassi, di volgere la contradictio oppositorum in coincidentia oppositorum.
Nel nostro caso, per il dio che si fosse assunto l'arduo compito di cancellare e dissolvere l'irresolubile opposizione vita vs morte, l'unica via percorribile restava quella di costituirsi in un paradigma logico, comprensivo dei due poli dell'opposizione e delle sue articolazioni. Attraverso una storia esemplare, la successione delle cui unità sintagmatiche fosse l'esplicitazione del suo potere di assicurare il trionfo della vita sulla morte, in virtù della sua doppia qualità, egli così poteva dimostrare di essere colui che mortem moriendo destruxit, vìtam resurgendo reparavit.

Non pochi dei dell'antichità possiedono questa qualità. La struttura narrativa elementare dei miti che li riguardano e delle connesse pratiche rituali è costituita dalla sequenza: nascita, morte, rinascita. Questa sequenza si articola variamente nei diversi miti. In genere la nascita avviene secondo modalità differenti dalla norma; seguono alcune imprese fuori dal comune mediante le quali il dio consegue, e prova anche attraverso marchiatura, la sua qualità di essere eccezionale; infine alcune prove glorificanti, delle quali la più importante è data dal ritorno alla vita dopo la morte, esplicitano il potere del dio di sapere sconfiggere anche l'evento che la comune esperienza dice irrimediabile. Al credente è data la possibilità di guadagnarsi l'immortalità attraverso un processo di identificazione con lui, ripercorrendone la vicenda secondo riti appropriati e partecipati. La nascita del dio, che nel caso del credente è una rinascita, è dunque un momento essenziale del mito.

La letteratura etnica mondiale è ricca di personaggi mitici nati in situazioni eccezionali: in particolare da vergini madri. In quest'ultimo caso, si può pensare a un tentativo di legittimare in chiave mitica i non infrequenti concepimenti dovuti a vergini vere o molto più semplicemente supposte. Più in generale si può ipotizzare che la nascita altra rispetto alla norma serva soltanto a marcare l'eccezionalità del personaggio. Si potrebbe anche pensare che si tratti di concezioni, sopravvissute a livello popolare, di tempi in cui le modalità reali dell'ingravidamento non erano conosciute.
In realtà, nel caso della credenza nella nascita del dio salvatore da una vergine, l'operazione intellettuale implicita è più sottile. Il dio salvatore, in quanto mediatore di opposizioni quali divino vs umano, e della loro matrice primaria, vita vs morte, deve risultare dalla congiunzione dei termini delle opposizioni senza che essi subiscano alcuna alterazione. La donna, veramente sola fra tutte le donne, che è chiamata a generare il dio salvatore, quindi non può che restare vergine. Sono tali e tante le somiglianze tra l'antico mitologema del dio salvatore e la vicenda di Gesù, soprattutto relativamente alla sua nascita, da avere sollecitato parecchi dubbi intorno alla sua reale esistenza storica. Già nei primi tempi della diffusione del cristianesimo, da parte di ambienti ostili cominciarono a essere sollevati dubbi e perplessità. In tempi più recenti da parte di diversi autori, Bauer, Smith, Robertson, Couchoud, Dujardin, è stata espressa l'opinione che, come dice il titolo di una ponderosa opera, edita nel 1904 sotto lo pseudonimo Milesbo, "Gesù Cristo non è mai esistito".

Identica tesi è stata sostenuta da Carlo Francesco Dupuis. Questi pensava che i Vangeli sono la rappresentazione di un mito di tipo astrale e Gesù una figura mitologica non diversa da Ercole e Osiride. L'opinione di uno studioso quale Arturo Drews è invece che "in noi e nella storia del mondo si compie continuamente il dramma dell'incarnazione, della morte e della rinascita divina. Il cristianesimo non è che il simbolo o l'espressione di questo dramma; per conseguenza il Cristo personale e reale quale noi lo intendiamo non sarebbe mai esistito".
Non c'è dubbio che ad autorizzare la lettura della figura di Gesù in chiave mitica ha notevolmente contribuito la stessa letteratura cristiana delle origini. Come è noto, soprattutto i cosiddetti Vangeli apocrifi e altri testi non riconosciuti come testimonianze autentiche dalla Chiesa, sono ricchi di temi e motivi di evidente carattere mitologico.


Michelangelo Merisi da Caravaggio, adorazione dei pastori, olio su tela (particolare), inizio XVII secolo. Museo Regionale, Messina.
Foto di Giuseppe Leone

Elementi mitici, relativamente alla nascita del Messia, troviamo già nei Vangeli canonici:
preannunzio della nascita di Gesù (Luca, 1, 26-38), nascita di Gesù, annunzio ai pastori e loro adorazione del neonato (Luca, 2, l-20), preannunzio della nascita, coabitazione di Giuseppe e Maria, racconto della nascita (Matteo, 1, 18-25), la cometa e i Magi che vengono dall'Oriente per adorare Gesù (Matteo, 2, l- 12).
Mentre è significativo che Marco e Giovanni tacciano sulla nascita di Gesù, la dimensione mitica dell'evento, così come era vissuto nella Chiesa primitiva, risulta, per esempio, da uno degli Apocrifi più noti e più suggestivi, il cosiddetto Protovangelo di Giacomo:

(17, 1) Venne un ordine dall'imperatore Augusto affinché si facesse il censimento di tutti gli abitanti di Betlemme della Giudea. Giuseppe pensò: "Io farò recensire i miei figli; ma che farò con questa fanciulla? Come farla recensire? Come mia moglie? Mi vergogno. Come mia figlia? Ma, in Israele tutti sanno che non è mia figlia. Questo è il giorno del Signore, e il Signore farà secondo il suo beneplacito".

(2) Sellò l'asino e vi fece sedere Maria: il figlio di lui tirava la bestia e Giuseppe li accompagnava. Giunti a tre miglia, Giuseppe si voltò e la vide triste; disse tra sé: "Probabilmente quello che è in lei la travaglia". Voltatosi nuovamente, vide che rideva. Allora le domandò: "Che cosa hai, Maria, che vedo il tuo viso ora ridente e ora rattristato"? Maria rispose a Giuseppe: "È perché vedo, con i miei occhi, due popoli: uno piange e fa cordoglio, l'altro è pieno di gioia e esulta".

(3) Quando giunsero a metà strada, Maria disse: "Calami giù dall'asino, perché quello che è in me ha fretta di venire fuori. La calò giù dall'asino e le disse: "Dove posso condurti per mettere al riparo il tuo pudore? Il luogo, infatti è deserto".

(18, 1) Trovò quivi una grotta: ve la condusse, lasciò presso di lei i suoi figli e uscì a cercare una ostetrica ebrea nella regione di Betlemme.

(2) "Io Giuseppe camminavo e non camminavo. Guardai nell'aria e vidi l'aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo: guardai sulla terra e vidi un vaso gigante e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l'alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto.

(3) Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardi la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull'acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso".

(19, 1) "Vidi una donna discendere dalla collina e mi disse: "Dove vai uomo? Risposi: "Cerco una ostetrica ebrea". E lei: "Sei dì Israele"? "Si", le risposi. E lei proseguì: "E chi è che partorisce nella grotta" ? "La mia promessa sposa" le risposi. Mi domandò: "Non è tua moglie"? Risposi: " E' Maria, allevata nel tempio del signore. Io l'ebbi in sorte per moglie, e non è mia moglie, bensì ha concepito per opera dello Spirito santo". La ostetrica mi domandò: "è vero questo"? Giuseppe rispose: "Vieni e vedi, e la ostetrica andò con lui.

(2) Si fermarono al luogo della grotta ed ecco che una nube splendida copriva la grotta. La ostetrica disse: " Oggi è stata magnificata l'anima mia, perché ì miei occhi hanno visto delle meraviglie e perché nata la salvezza per Israele".
Subito la nube sì ritrasse dalla grotta, e nella grotta apparve una gran luce che gli occhi non potevano sopportare. Poco dopo quella luce andò dileguandosi fino a che apparve il bambino: venne e prese la poppa dì Maria, sua madre. L'ostetrica esclamò: "Oggi per me è un gran giorno, perché ho visto questo nuovo miracolo".


(3) Uscita dalla grotta l'ostetrica sì incontrò con Salome, e le disse: "Salome, Salome! ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò dì cui non è capace la sua natura". Rispose Salome: "(Come è vero che) vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito".

(20, 1) Entrò l'ostetrica e disse a Maria: "Mettiti bene, Attorno a te, c'è, infatti, un non lieve contrasto". Salome mise il suo dito nella natura ai lei, e mandò un grido dicendo: "Guai alla mia iniquità e alla mia incredulità, perché ho tentato il Dio vivo ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, bruciata".

(2) E piego le ginocchia davanti al Signore dicendo: "Dio dei miei padri, ricordati di me che sono stirpe di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Non fare di me un esempio per i figli di Israele, ma rendimi ai poveri. Tu Padrone, sai,infatti, che nel tuo nome io compivo le mie cure, e la mia ricompensa la ricevevo da te".

(3) Ed ecco apparirle un angelo del Signore, dicendole: " Salome, Salome! Il Signore ti ha esaudito: accosta la tua mano al bambino e prendilo su, e te ne verrà salute e gioia".

(4) Salome sì avvicinò e lo prese su, dicendo: "L'adorerò perché è nato un grande re". E subito Salome fu guarita e uscì dalla grotta giustificata. Ed ecco una voce che diceva: Salome, Salome! Non propalare le cose meravigliose che bai visto, sino a quando il ragazzo non sia entrato in Gerusalemme".(21, 1) Poi Giuseppe si preparò per partire per la Giudea. In Betlemme della Giudea ci fu un grande trambusto, perché erano venuti dei magi che dicevano: "Dov'è il nato re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella nell'oriente e siamo venuti ad adorarlo".

(2) Udendo questo, Erode fu turbato e inviò dei ministri ai magi; mandò anche a chiamare i sommi sacerdoti e li interrogò, dicendo: "Come sta scritto a proposito del Cristo,dove deve nascere"? Gli risposero: "In Betlemme della Giudea, perché così sta scritto". E poi li rimandò. Interrogò anche ì magi, dicendo: "Quale segno avete visto a proposito del re che è nato"? I magi gli risposero: "Abbiamo visto una stella grandissima che splendeva tra queste stelle e le oscurava, tanto che le stelle non apparivano più. È così che noi abbiamo conosciuto che era nato un re a Israele, e siamo venuti per adorarlo".
"Andate e cercate" disse Erode "e se troverete fatemelo sapere affinché anch'io venga ad adorarlo". I magi poi se ne andarono.


(3) Ed ecco che la stella che avevano visto nell'oriente li precedeva fino a che giunsero alla grotta, e si arrestò in cima alla grotta. I magi, visto il bambino con Maria sua madre, trassero fuori dei doni dalla loro bisaccia: oro, incenso e mirra.

(4) Essendo stati avvertiti da un angelo di non entrare nella Giudea, se ne tornarono al loro paese per un'altra via.


(continua a pag. 2)