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Il Natale vissuto - I segni




Dolce natalizio - Siracusa

Non diversamente da altre feste il Natale è caratterizzato da aspetti liturgici, ludici e da fatti alimentari. Ancora oggi in Sicilia momenti salienti di questa occorrenza festiva sono la cena e la messa notturna del 24 dicembre. Il carattere eccezionale dell’avvenimento è anche segnato da altre pratiche e credenze, di cui alcune, per esempio l’albero, di recente diffusione. Presso molte culture la nascita come tale è un momento di crisi. Questo fatto connette il parto a tutte le feste tendenti a ristabilire il ciclo stagionale.
In quanto riti intesi a fondare o rifondare il corso circolare del tempo, essi vengono a inserirsi nel momento critico del passaggio da un ciclo a un altro ciclo, da un ordine a un altro ordine. Da qui nel momento più acuto della crisi la possibilità data allo scatenarsi del demoniaco cioè del caos.

E’ significativo che, secondo quanto riferisce Pitrè: «Una legge soprannaturale ciecamente creduta dal volgo superstizioso vuole che durante le grandi novene non si possa da caporali di li spirdi comandare agli spiriti maligni e ammaliarli; e la ragione è che al maggiore deve cedere il minore. Ora in virtù di questa legge, anche nella novena di Natale, fino alla nascita di Gesù, gli spiriti maligni possono a loro bell’agio martoriare le loro vittime, salvo che il Signore non usi della sua potenza per domarli».

A questa cornice ideologica è probabilmente da riferire la credenza, ancora oggi molto viva, che solo la notte di Natale sia lecito trasmettere certe formule di scongiuro e preparare filtri magici, e che questo sia anche il momento propizio per disincantare i tesori nascosti. E evidente che l’influsso esercitato dalla Chiesa ha portato, in tempi posteriori alla diffusione del cristianesimo, all’associazione del magico al demoniaco, e alla esigenza in qualche modo avvertita come indispensabile di collegare e sottomettere le pratiche magiche al rituale cristiano. E’ significativo che secondo quanto affermano alcune ‘magare’ la trasmissione degli scongiuri sia possibile solo al momento della Consacrazione.

La maggiore potenza attribuita a Cristo, in quanto logos rispetto al caos demoniaco, spiega la possibilità di disincantare i tesori nascosti. Si ritiene infatti che essi siano sorvegliati da demoni. Il fatto che per disincantarli si faccia ricorso a pratiche magiche è riferibile all’ipotizzata connessione tra queste e la liturgia cristiana. Non è un caso che gli scongiuri siano chiamati orazioni. Il primitivo significato della festa di Natale, come rito inteso a provocare la rinascita della natura, è ancora testimoniato in alcune credenze dell’Ottocento. Secondo quanto attesta Pitrè: «Il puleggio raccolto la notte di S. Giovanni Battista, dopo sei mesi improvvisamente rifiorisce a mezzanotte in tutta la Sicilia, e in quel di Castroreale fioriscono anche altre erbe, e gli alberi si vestono di fronde e si caricano di frutta: vegetazione soprannaturale, che dura due o tre minuti secondi, cioè quell’istante preciso in cui N.S. venne a luce, e l’altro in cui ebbe imposto il nome di Gesù. Chiunque si attenti di cogliere questo frutto, vedrà con maraviglia dileguarglisi innanzi, e se l’avea riposto in tasca o entro una pezzuola, troverà che quella tasca e quella pezzuola avranno tanti buchi quanti saranno stati i frutti raccolti. I villani di Chiaramonte giurano che in quello scorcio di tempo che passa dal principio della messa di mezzanotte sino al primo vangelo, ha luogo una fiera incantata in uno dei campi (non sempre in uno) che si estendono da Chiaramente a Caltagirone. Lì pecore e buoi e capre e porci e galline; lì ogni ben di Dio in commestibili di ogni genere; ma regna un silenzio misteriosissimo, perchè i Mercanti, nani beffardi e maligni, contrattano a cenni col viandante che a caso si trovi a passare per quel luogo. Con poca moneta si compra ciò che vuolsi; ma non appena la messa di mezzanotte sia arrivata al vangelo (il popolo dice: a vutari lu libru), la fiera si dilegua come per incantesimo; nè rimane altro, tranne i soli oggetti comperati dai viandanti, oggetti che si cambiano in oro fino e massiccio».

E’ costume, non solo siciliano, ancora molto praticato per Natale fare doni ad amici, parenti e persone dalle quali nel corso dell’anno si è ricevuto un qualche beneficio oppure in vario modo si dipenda. Il significato di questa pratica è chiarito dall’uso dei contadini rigorosamente osservato fino a quando nell’Isola ha resistito una certa struttura della proprietà agraria, di portare doni in natura ai loro padroni. Un uso che vigeva anche in occasione di altre feste e che esplicita la loro funzione di riconferma anche dei ruoli sociali. Naturalmente il dono è un momento di un sistema di reciprocità: è un contratto. Donare non significa solo dichiarare un’obbligazione del donatore nei confronti del beneficiario del dono, ma anche, come ha chiarito Marcel Mauss, dominare, obbligare il beneficiario nei confronti del donatore. La pratica del dono, soprattutto in un contesto festivo, è connessa anche a una ideologia fortemente materiata da motivi magico-religiosi.
Riducendo all’essenziale la notevole letteratura dedicata dagli antropologi a questo argomento, in ultima analisi, possiamo dire che il dono istituisce o ribadisce una relazione tra soggetti o gruppi.

Non si è abbastanza riflettuto sul fatto che tale relazione può stabilirsi tra il mondo dei vivi e quello dei morti anche mediante il dono. In alcuni paesi dell’Isola, per esempio Ciminna, si crede che la notte del 24 dicembre la Vecchia di Natali rechi doni ai bambini. Questa credenza è certamente da connettere a quella nella Vecchia Strina che in altri comuni, per esempio Alimena, porta regali l’ultimo dell’anno: ulteriore conferma del rapporto tra la festa di Natale e quella di Capodanno e della loro comune funzione di riti intesi a riprodurre il ciclo annuale.

Un confronto tra tali credenze e l’usanza presente nei nove decimi dell’Isola di attribuire alle anime dei defunti il compito di portare doni ai bambini ne svela il significato arcaico. La festa dei morti che si celebra il 2 novembre anche per il genere di doni prevalentemente di tipo alimentare e forme antropomorfiche, ha infatti un valore evidente. È il ribadimento della continuità tra la vita e la morte attraverso una comunione alimentare tra i due estremi di un unico ciclo: i bambini che ne costituiscono l’inizio e i defunti la fine. L’uso, nello stesso tempo, è un modo per ristabilire un contratto fra i vivi che hanno l’obbligo di assistere i morti anche con offerte alimentari, e questi ultimi che sono tenuti a assicurare annualmente la ripresa del ciclo vitale. La persistenza di questo uso in Sicilia attraverso la credenza nella Vecchia di Natali è, dunque, una riconferma della funzione di rifondazione della vita, connessa ai miti e ai riti del periodo natalizio.


Buccellato - Palermo

Tutto ciò chiarisce le ragioni dell’anticipato affermarsi della celebrazione del Natale nella Chiesa occidentale rispetto alle Chiese orientali. In queste il momento della rifondazione del ciclo della vita, come è esplicitato dalla Pasqua, prima ebraica e poi cristiana, era collocato in un periodo diverso dell’anno; in quella la festa pagana della rinascita del sole, celebrata il 25 dicembre, doveva necessariamente obbligare i cristiani non solo a enfatizzare la nascita di Gesù ma anche a collocarla nello stesso giorno.
Stante il suo carattere di festa di inizio dell’anno è naturale che il gioco e l’orgia siano fatti costitutivi della festa di Natale. Per il secolo scorso relativamente a questi aspetti la situazione è così descritta dal Pitrè: «Ma prima di far la nottata di Natale, come dice la frase popolare, bisogna uscire un po’ fuori di casa, e andare a zonzo per la città. Dappertutto è brio e festa; e già te ne avvisa da lontano lo sparo dei razzi, dei mortaretti, degli schioppi, che, proibiti talora per tutto un anno, son permessi o tollerati in questa sola notte. La cosa che più di tutto chiama l’attenzione son le botteghe di frutta fresche e di frutta secche. Il vano dell’uscio scompare sotto un parato di larghe tavolette di fichi, chiuso in basso da castelletti di mele, nespole, pere, noci, mandorle, castagne e nocciuole avellane. Svariate le forme date ai fichi: a ruota, a stella, a corona. E lì, in mezzo a tante fiammelle, ecco un venditore gridare: Di Pulizzi è, di Pulizzi! e un altro rispondergli: La nuci l’haju vranca! Di Pulizzi èni sta robba! (le migliori avellane ci vengono dal comune di Polizzi Generosa); e di rimando un terzo: Un carrinu un quartu! Gli onori della festa vanno alle avellane, le quali si vendono a misura. Un proverbio, che passa anche per due, annunzia:

A Pasqua pari cu’ha beddi agneddi,
A Natali pari cuiha beddi nuciddi.


«Queste nocciuole sono premio de’ giuochi della notte; e di qui lu jocu di li nuciddi consacrato per Natale. Si giuoca ordinariamente a carte tra amici che si raccolgono a veglia. Altri preferisce la tombola, ed altri i dadi (lu jocu e l’ali), lu pillirinu ecc. ma i più amano giuocare colle carte a minicheddu, a cucciari a trentunu, a setti e menzu, a belladonna ne’ quali vince colui a cui capiti, durante il giro, la carta del due di spada (a minicheddu), o a cui venga qualche carta d’oro (a cucciari), chi faccia 31 punti (a trentunu); chi ne faccia 7 e mezzo ecc. Se ne’ giuochi entrano uomini adulti, l’arrischiata zicchinetta annulla tutti gli altri giuochi e tira a sè le brigate.
«I fanciulli non si dipartono da’ loro giuochi ordinari, e, serrando in pugno poche nocciuole, invitano uno dei compagni a indovinarne il numero, o se siano pari o dispari, ciò che si dice: jucari a paru o sparu. Altro giuoco alle avellane è la Fussetta di Natali, che però si suol fare di giorno nelle feste natalizie, anch’esso da fanciulli, e corrisponde al giuoco detto a parari, ricordato in un canto popolare:

Si’ comu la Fussetta di Natali,
Cu’ arriva prima, joca a li nuciddi.

«I giuochi si tirano innanzi per delle ore, interrotti soltanto dalla cena o da altro diversivo. La cena, rallegrata sempre dal vino, ha pur essa le sue vivande e cibi di uso. Le così dette sfinci assai gradite al popolino, sono delle paste frolle fermentate, che si friggono e spargonsi di zucchero o miele; camangiare che anche nel nome è arabo. Alcuni mangiano della pasta caciata e del baccalare. I più agiati preferiscono un pesce, e la scelta cade, per antica abitudine o per iattanza, sopra le anguille o sopra la morena, che se costa cara in altre stagioni dell’anno, costa carissima in inverno e per Natale, in cui si ha la santa devozione, dicono, di mangiarne; onde i pasticcieri ne imitano di pasta reale (marzapane) e di zucchero. Nè queste sono tutte le ghiottornie della notte: v’hanno altresì certe paste e tortelli e pani e dolciumi di varie fogge, che sono pressocchè esclusivi di essa, e che si mandano in regalo da famiglia a famiglia, da comuni vicini e lontani. La Sicilia ha paesi che fanno inarcare le ciglia, direbbe il Chiabrera, per certi dolci natalizi. Noto, per esempio, è celebre per la sua cutugnata, Modica per la petrafennula, Piazza pel turruni, Borgetto per la pignulata, Cammarata per le paste di vinu cottu, Corleone pe’ dolci di miele, Salaparuta pe’ lavori di rabesco sopra dolci pieni d’impasto di fichi secchi; ed anche nel Cinquecento erano celebri le mustazzoli di Missina, cuddureddi di Catania, nucatuli di Palermu.

La ricca fenomenologia dei dolci natalizi descritta da Pitrè, è stata ampiamente integrata da Antonino Uccello: «I dolci - ha scritto lo studioso siracusano - si sogliono preparare qualche giorno prima di Natale, sia dalle monache di casa che dalle famiglie per uso casalingo. Tra i più comuni dolci di miele natalizi ricordiamo i piretti, che sono a forma di piccole pere, con uno spicchio di mandorla abbrustolita all’interno, i favuzzi, cioè delle piccole fave, e altri ancora in forma di palmette e fiori. Inoltre si confezionano espressamente per le bambine una pupa, una bambola, e per il maschietto un cavadduzzu, un cavallino.

«... Queste ‘cose dolci di miele’ sono note in molti centri della Sicilia: col nome di rami di meli, ad esempio, vengono eseguiti ancora a Caltanissetta, simili a quelli che a Modica e a Sortino prendono la forma di un fiore, e ora non solo vengono preparati per Natale, ma anche d’estate, quando di solito gli emigrati trascorrono le ferie nella città d’origine. I rami di meli si preparano inoltre a Mazzarino e a Porto Empedocle.
A S. Cataldo vengono detti rametti di meli, a Mazara del Vallo e ad Adrano si chiamano ramuzzi e in genere prendono la forma di un ramoscello, di una ciambellina, di una S, o rappresentano delle figure umane. Se questo dolce - scrive il Grisanti per Isnello - prende la forma di un grappolo d’uva, di un mazzolino di pere, di ciliegie, di nocciole, assume il nome di frutto di miele.

«Un dolce natalizio molto conosciuto, anche se a volte varia per la composizione degli ingredienti e per la forma, è certamente il mustazzolu, che era già noto nel secolo XV a Messina, mentre la voce viene registrata dai più antichi vocabolari siciliani. «In genere, .. . si tratta di un dolce ottenuto con farina e vino cotto, in forma di un rombo, di una S, di una X, e viene infatti chiamato mustazzolu di vinu cottu. Ma in realtà, a seconda dei particolari aromi o ingredienti che lo compongono, prende nei vari paesi il nome di mustazzolu di meli se vi prevale il miele invece del mosto; mustazzolu di zuccaru se è preparato con farina, zucchero, ammoniaca, cannella, mandorla, garofano e sesamo; mustazzolu di cannedda se è a base di mandorle, cannella, uova, zucchero, essenza di arancio. Questi dolci … vengono offerti come strenna ai bambini e anche da parte del padrone ai dipendenti che lo salutano con questi versi:

Buon Natali e capu ri misi,
i mustazzola unni su misi?



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