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Cronaca


La trattativa e le stragi di mafia



Dietro la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uno Stato pavido, corrotto e imperdonabilmente incapace?
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Lo scorso 12 gennaio, i giudici di Palermo che indagano sulla presunta trattativa tra mafia e Stato, hanno interrogato l'ex segretario della Democrazia Cristiana Ciriaco De Mita. I verbali dell'interrogatorio sono stati depositati nel processo al generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato.
"Falcone mi disse: Lima non è mafioso", ha detto De Mita ricostruisce un incontro con il giudice Giovanni Falcone, evidentemente tra marzo e maggio '92, in cui il magistrato gli spiegò la sua opinione sull'uccisione di Salvo Lima. "Mi dice: preparatevi perché la mafia eleverà il livello di scontro con lo Stato - ha detto De Mita ai pm - perché dopo la decisione della Cassazione che confermava la procedura adottata a Palermo e loro hanno bisogno di riorganizzarsi e per riorganizzarsi debbono elevare il livello".
L'ex segretario Dc ha detto anche di aver chiesto a Falcone perché confidasse a lui che non aveva incarichi istituzionali quelle cose e il magistrato gli rispose: "Perché è una persona che stimo". "E poi io gli dico - ha aggiunto De Mita - ma allora perché non le scrive? Questa cosa rimane nella mia memoria, io la dico ad alcuni, a Scalfari che era direttore di Repubblica. Poi Falcone viene ammazzato e io vengo chiamato a testimoniare dal sostituto procuratore Tescaroli che voleva sapere cosa mi aveva detto Falcone avendo saputo che ero stato uno degli ultimi che lo aveva incontrato. Io gli ho raccontato le cose che sto dicendo a voi e il passaggio su Lima lui non volle verbalizzarlo…".



Le dichiarazioni di Ciriaco De Mita sono state duramente contestate da Maria Falcone, sorella del magistrato morto nella strage di Capaci. "Non sopporto le persone che fanno dire ai morti cose che poi non possono essere confermate, perché sono morti". "Giovanni - ha detto la Falcone in un'intervista a LiveSicilia - non ha mai pensato che Lima non fosse mafioso. Giovanni non lo ha mai detto perché non aveva le prove". "Io di questa stima di Giovanni per De Mita non ne ho mai avuto conoscenza", ha detto ancora la signora Maria, smetendo inoltre che "Giovanni abbia potuto pensare che Lima non era mafioso perché a Palermo lo sapevano tutti. Giovanni non aveva soltanto le prove".


Giulio Andreotti e Salvo Lima

Intanto, proprio per l'omicidio del capo della corrente andreottriana della Dc in Sicilia, Salvo Lima, ucciso quasi vent'anni fa, il 12 marzo 1992 a Mondello, il lido di Palermo, c'è un nuovo indagato: il boss corleonese Bernardo Provenzano.
Il Pm Antonio Ingroia in questi giorni ha inviato al capomafia l'avviso di conclusione delle indagini preliminari e ora si appresta a chiederne il rinvio a giudizio. Il fascicolo è stato recuperato dal calderone di "Sistemi criminali", un'inchiesta su presunti intrecci tra mafia, politica, istituzioni e Servizi deviati, archiviata nel 2003 e dalla quale scaturirono due nuovi filoni, quello sulla trattativa fra mafia e Stato nel periodo delle stragi e dei delitti eccellenti di mafia, e quello sui mandanti esterni del delitto Lima.
Provenzano, pluriergastolano e in carcere dall'11 aprile 2006, tra il '92 e il '93 era stato ritenuto morto in latitanza dagli investigatori e perciò non era stato incluso tra i mandanti dell'omicidio dell'eurodeputato Dc. Una volta esclusa la morte, gli inquirenti ritennero inizialmente che Provenzano non avesse condiviso la linea dell'attacco frontale allo Stato, decisa da Totò Riina. Ma questa considerazione, via via nel tempo, è stata smentita dai pentiti.
A chiamare in causa ulteriormente Provenzano, così, sono state le dichiarazioni di Antonino Giuffrè e il contenuto del fascicolo "Sistemi criminali". Secondo i giudici Cosa nostra colpì il "politico-mafioso" che non era ritenuto più in grado di garantire gli interessi di Cosa nostra. Il processo a mandanti ed esecutori dell'omicidio Lima si è concluso con le condanne all'ergastolo per tutti, tranne che per il pentito Francesco Onorato, che si è autoaccusato di avere sparato e che ha fruito degli sconti previsti per i collaboratori di giustizia.

Dopo Salvo Lima, Calogero Mannino ... - Altro personaggio politico di primissimo livello, coinvolto nelle indagini sulla presuta trattativa mafia-Stato, l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino. Ascoltato dai pm di Palermo il 6 dicembre scorso, Mancino ha detto: "Dopo l'omicidio di Salvo Lima, Calogero Mannino mi disse: il prossimo sono io. Da che cosa ricavasse questa sua certezza io non lo posso spiegare". Anche il verbale di queste dichiarazioni è stato depositato nel processo al generale Mori.
Ai pm che gli hanno chiesto se avesse parlato, dopo il suo insediamento al Viminale, con il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, dell'allarme sulle minacce di Cosa Nostra lanciato dall'ex ministro Vincenzo Scotti e poi concretizzatosi con la strage di Capaci, Mancino ha risposto: "Non abbiamo parlato di questo, anche perché nei giorni immediatamente successivi ci fu un forte ridimensionamento".



Ma in questa grande e complessa indagine, con la quale i giudici si stanno impegnando per scoprire quanto lo Stato sia colpevole della potenza mafiosa, proprio l'allora ministro Nicola Mancino è stato pesantemente chiamato in causa da un altro ministro, l'ex titolare della Giustizia, Claudio Martelli. I due politici, messi a confronto dal procuratore di Palermo Francesco Messineo e dai sostituti Nino Di Matteo, Paolo Guido e Lia Sava, l'11 aprile 2011, negli uffici della Dia di Roma, hanno dato vita ad un drammatico faccia a faccia, che adesso i pm Di Matteo e Antonio Ingroia hanno depositato sempre al processo al generale Mario Mori.
Ecco, cosa si sono detti Martelli e Mancino davanti al procuratore.
Martelli: Mi lamentai del comportamento del Ros in quanto ritenevo la loro iniziativa arbitraria, in considerazione del fatto che era stata istituita la Dia. Preciso che non parlai di trattativa con Mancino, perché io stesso non ne sapevo nulla.
Mancino: E' vero che il 4 luglio, alle 10.30, sono andato a trovare il ministro Martelli: l'ho annotato sulla mia agenda, ma abbiamo parlato di altro, ed in particolare, dell'opportunità di lavorare in sintonia, come era accaduto con il mio predecessore. Non ero io come ministro dell'Interno a dover autorizzare il Ros a compiere alcunché.
Martelli: Prendo atto che fu il ministro Mancino a venire da me. Forse perché lui si era appena insediato. Non ricordo nel dettaglio il contenuto del nostro incontro, che ovviamente doveva aver avuto per oggetto temi politici. Non ricordo quando, se all'inizio o alla fine dell'incontro, parlai al senatore Mancino del Ros. Tengo a precisare che su questo argomento i miei ricordi sono andati riaffiorando via via: all'inizio non ricordavo se ne avevo parlato con lui o con il ministro Scotti. Io mi lamentai con il ministro dell'Interno dell'eccessivo attivismo del Ros, anche perché ormai c'era la Dia, che sebbene non ancora completamente operativa era l'organo deputato a questo tipo di iniziativa, specie su una questione così delicata.
Non ricordo se parlai con il ministro Mancino del fatto che il Ros cercava una sponda politica per le sue condotte, per come mi aveva informato la dottoressa Ferraro. Quella è stata l'unica occasione in cui il Ros, o comunque una forza di polizia, mi ha chiesto copertura politica per una iniziativa. Verosimilmente il Ros cercava solo di tutelarsi, ma io non compresi per quale motivo il Ros non si uniformava al nuovo sistema che aveva previsto l'istituzione della Dia. Mi sembrò singolare che il Ros volesse fare affidamento su Ciancimino. Grosso modo, in termini succinti, raccontai al ministro Mancino qualcosa della vicenda, senza approfondirla.
Mancino: Il ministro Martelli non mi ha mai parlato della dottoressa Ferraro e della visita che il capitano De Donno le avrebbe fatto. Ciò esludo in maniera tassativa. La Dia non ha certo sostituito il Ros, ma si è affiancata agli altri organismi esistenti.
Martelli: Chiesi al ministro Mancino di accerare cosa stavava facendo il Ros, anche se non ricordo con precisione oggi, a distanza di così tanti anni, se ho effettivamente riferito a lui delle circostanze apprese dalla dottoresa Ferraro.
Prima della visita del capitano De Donno alla dottoressa Ferraro (a fine giugno 1992) non avevo avuto notizie di altri comportamenti anomali del Ros. Il senatore Mancino promise di informarsi sui comportamenti del Ros.
Mancino: Non ho mai detto che mi riservavo di approfondire in merito al comportamento del Ros, anche perché non avevo certo titolo a farlo, ben poteva e doveva farlo il procuratore della Repubblica di Palermo. La consultazione della mia agenda mi ha permesso di ricostruire la data del 4 luglio 1992 come quella dell'incontro con il ministro Martelli e rammento con certezza che non ero accompagnato da nessuno.
Martelli: Avevo saputo dalla dottoressa Ferraro che aveva riferito al dottore Borsellino del suo incontro con il capitano De Donno. Non ho mai comunque posto in connessione questo fatto con la strage di via D'Amelio. Non ricordo di aver poi chiesto al senatore Mancino se si fosse effettivamente informato sulle condotte del Ros. Sono ragionevolmente certo di aver parlato del comportamento del Ros anche con il capo della polizia Parisi, anche non rammento se lo feci prima o dopo averne parlato con il senatore Mancino, sicuramente prima della strage di via d'Amelio e verosimilmente la prima settimana di luglio 1992.

La trattativa e i verbali di Giovanni Conso - 300 provvedimenti di 41 bis non rinnovati nel novembre 1993 a detenuti mafiosi per dare un "segnale positivo di distensione" mentre Cosa Nostra continuava a disseminare bombe in tutta Italia. Un proposta avanzata dal vice capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Di Maggio, nominato nonostante non avesse i titoli richiesti dalla legge. E nessuno oggi sa spiegare perché la scelta cadde proprio sul magistrato milanese: non lo sa il suo capo Adalberto Capriotti, che se lo trovò quasi imposto come vice, e non lo sa la persona che effettivamente lo nominò, ovvero l'allora Ministro della Giustizia Giovanni Conso.
Per Conso, Di Maggio fu scelto soltanto "perché andava in televisione". Il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, l'aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava stanno cercando di mettere in ordine alcuni tasselli fondamentali della cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra. In particolare i magistrati palermitani stanno cercando di capire perché nel 1993 vennero lasciati scadere circa trecento provvedimenti di carcere duro, anche per boss mafiosi di primo piano, proprio mentre l'offensiva stragista di Cosa Nostra stava raggiungendo il culmine con gli attentati di Roma, Milano e Firenze.

Quell'appunto datato 26 giugno 1993 era stato siglato dall'allora capo del Dap Adalberto Capriotti, e oltre al consiglio di non prorogare 373 casi di 41 bis conteneva anche la proposta di una riduzione successiva di un altro 10 per cento dei restanti regimi di carcere duro (LEGGI). Proposta motivata così: "Questi provvedimenti - si legge nell'appunto - costituirebbero sicuramente un segnale positivo di distensione". Capriotti, interrogato dai magistrati il 14 dicembre del 2010 aveva semplicemente risposto di non saperne nulla: "Non ne venni a conoscenza. D'altra parte tra le carte questa mancata proroga, questo elenco che lei dice, fu portato a conoscenza del Ministro".
L'ex ministro Conso, non ha però chiarito per nulla le dinamiche che hanno portato l'amministrazione carceraria a lasciare scadere quei 373 decreti di carcere duro. "Sì, mi pare un po' strano effettivamente - ha detto l’ex guardasigilli ai magistrati palermitani lo scorso 21 dicembre - siccome si discuteva molto, tutti parlavano, anche i giornali, c’erano continue riunioni eccetera, ciascuno voleva dir la sua, mentre la norma dice che è il Ministro, è un potere del Ministro, potere/dovere del Ministro prorogare o non prorogare".
Dall'interrogatorio di Conso non si riesce soprattutto a capire per quale motivo come vice di Capriotti venne scelto Francesco Di Maggio. All'epoca del suo arrivo al Dap, infatti, Di Maggio (deceduto nel 1996), aveva la qualifica di magistrato di tribunale distaccato all’Onu, mentre per essere nominato all’amministrazione carceraria occorre almeno essere magistrato di corte d’appello. L’ostacolo venne superato grazie alla nomina di Di Maggio a consigliere di Stato. I magistrati però vogliono capire se c'era una volontà specifica esterna al ministero della giustizia che spingesse per l’arrivo di Di Maggio al Dap. Conso ha ribadito di avere fatto la scelta in piena autonomia: "L’ho scelto io e ho fatto una scelta anche legata alla disponibilità delle persone". Ma quando i pm palermitani gli hanno chiesto le motivazioni che lo hanno indotto a scegliere proprio Di Maggio, che non aveva alcuna competenza specifica per quel delicato ruolo all’amministrazione penitenziaria, l’ex guardasigilli si è limitato a dire "era una persona che andava un po’ in televisione, diciamo così, quindi era combattivo, attivo, esternava, era un esternatore e mi era parso molto efficace".
Una giustificazione che non è ritenuta credibile dagli inquirenti palermitani.
Sia Capriotti che Di Maggio vennero nominati ai vertici del Dap in sostituzione di Niccolò Amato, che poco prima era stato pesantemente minacciato in una lettera inviata da anonimi familiari di detenuti al presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro e alle autorità competenti (LEGGI). In quella missiva Amato era indicato come un dittatore che aveva a suo servizio degli squadristi, ovvero i secondini delle carceri. Amato infatti era probabilmente inviso ai detenuti per il suo atteggiamento intransigente e per le proposte d’intensificare il regime di 41 bis dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio. E nessuno lo avvisò mai delle minacce contenute in quella lettera.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ign, ANSA, Lasiciliaweb.it, Corriere del Mezzogiorno, Repubblica/Palermo.it, Il Fatto Quotidiano]

 

 

18/02/12


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