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Cronaca


"Volevo accelerare sul 41 bis ma fui isolato"



L'ex ministro dell'Interno Vincenzo Scotti sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia: "Fui definito un venditore di patacche"
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L'ex presidente del Senato, Nicola Mancino, l'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato verranno ascoltati, come testimoni, nel processo che vede alla sbarra il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.
Lo ha deciso ieri il Tribunale di Palermo che ha così accolto le richieste avanzate dalla difesa di Mori, gli avvocati Enzo Musco e Basilio Milio. Accolte anche le deposizioni dell'ex segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni e di alti ufficiali dei carabinieri, come il generale Giampaolo Ganzer. Il presidente della quarta sezione del Tribunale, Mario Fontana, si è invece riservato sulla testimonianza dell'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro e dell'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso.
No invece all'audizione del Procuratore di Torino ed ex capo del pool antimafia di Palermo, Gian Carlo Caselli. Nell'udienza del 9 dicembre scorso la difesa chiese di sentire molti esponenti della cosiddetta Prima repubblica "allo scopo - disse l'avvocato Milio - di fare piena chiarezza sulla storia d'Italia degli ultimi vent'anni. Questa è un'occasione utile per fare chiarezza su fatti ed episodi trascurati".
I testimoni 'eccellenti' verranno sentiti dal Tribunale sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi mafiose del '92. Secondo l'accusa Mario Mori avrebbe svolto un ruolo importante e i giudici adesso vogliono "ampliare il campo probatorio" per fare piena luce su quanto accadde dopo l'uccisione dei giudici Falcone e Borsellino.



E proprio uno dei cosiddetti "testimoni eccellenti" ha deposto ieri in aula. Sul banco dei testimoni, infatti, l'ex ministro dell'Interno Vincenzo Scotti, alla guida del Viminale dal '90 alla fine di giugno del '92. Scotti era stato sentito a dicembre dal Pm di Palermo che indagano sulla presunta trattativa tra mafia e Stato che, secondo le tesi dell'accusa, avrebbe visto tra i protagonisti l'allora vice capo del Ros Mario Mori.
Nel marzo del '92, subito dopo l'omicidio dell'europarlamentare Salvo Lima, ucciso a Palermo da Cosa nostra, l'allora responsabile del Viminale Vincenzo Scotti denunciò più volte un allarme attentati ad esponenti delle istituzioni parlando di un rischio di "destabilizzazioni delle istituzioni", ma l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti lo giudicò un "venditore di patacche".
Questa la denuncia, a distanza di vent'anni, dell'ex ministro Scotti. "Fui giudicato come avventato e impulsivo - ha raccontato in aula - insomma, un venditore di patacche, se vogliamo dirlo in termini effettivi".



Vincenzo Scotti, nel marzo 1992 parlò dell'allarme attentati a rappresentanti istituzionali davanti alla Commissione Affari costituzionali e Interni di Camera e Senato. In particolare riferì di minacce di morte a Carlo Vizzini e Calogero Mannino, entrambi all'epoca ministri. "Subito dopo l'omicidio di Salvo Lima - ha spiegato Scotti interrogato dal pm Antonino Di Matteo - l'allora capo della Polizia e direttore del Dipartimento di Pubblica sicurezza Vincenzo Parisi iniziò a richiamare la mia attenzione su una serie di informative che provenivano dai servizi di sicurezza. Le conclusioni di quelle informative erano estremamente preoccupanti". Dopo qualche giorno la "notizia esplose sui quotidiani - ha raccontato ancora  - e si accese una polemica politica molto forte". In particolare era stato l'ex premier Giulio Andreotti ad accusare Scotti di eccessivo allarmismo. Anche perché era stato un noto depistatore, Elio Ciolini, a parlare a un magistrato di Bologna di un allarme attentati a esponenti delle istituzioni. "Alla vigilia delle mie informativa in Parlamento venne fuori il nome di Ciolini. Ma io quelle informative - ha ribadito Scotti - le ebbi dalle note del capo della Polizia" e non da Ciolini. Insomma "nel '92 - ha affermato Scotti - ho avuto la sensazione di una sottovalutazione del fenomeno mafioso, anche ai vertici istituzionali del nostro Paese".

Scotti ha poi denunciato l'isolamento politico di cui si sentì vittima poche settimane dopo la strage di Capaci in cui morì il giudice Falcone. Nel giugno del 1992 l'allora ministro dell'Interno con l'allora ministro della Giustizia iniziò a lavorare sul decreto legge che prevedeva il carcere duro per i mafiosi, il cosiddetto '41 bis', ma "quando accelerai per l'approvazione del decreto fui isolato". "Percepii un clima di isolamento politico, se dicessi un'altra cosa dire il falso. Anche i giornali lo scrissero all'epoca".
Nel corso della deposizione, l'ex ministro dell'Interno ha poi parlato di due intrusioni nella sua abitazione proprio nel periodo preso in esame, cioè dall'inizio del'92 al marzo del '92. "Avevo trovato disordine a casa tra i miei documenti ma non mancava nulla - ha raccontato Scotti - non avevano sottratto atti, non era un furto era evidente. Accadde per due volte a casa e una volta in ufficio, ma parlandone con l'allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi, mi consigliò di non sporgere denuncia senza spiegarmi il motivo". Le intrusioni misteriose nell'abitazione di Scotti accaddero prima dell'omicidio di Salvo Lima. "Non feci denuncia perché mi fidavo delle indicazioni che mi dava il Capo della Polizia!", ha risposto Scotti al pm Di Matteo che gli chiedeva come mai non abbia sporto denuncia nonostante ricoprisse quell'incarico.
Nella lunga deposizione dell'ex ministro dell'Interno ha ricordato che il 29 giugno del 1992 venne sostituito nel suo ruolo di ministro dell'Interno nell'allora governo Andreotti, dopo un rimpasto e diventò ministro degli Esteri: "Ma mi dimisi ai primi di luglio perché Andreotti ci teneva che seguissi tre importanti incontri internazionali, il G7 a Monaco, un altro vertice a Helsinki e a Vienna". Scotti ha anche ricordato le difficoltà incontrate nel '92 per la realizzazione della Direzione investigativa antimafia, nata proprio in quel periodo così come per la Direzione nazionale antimafia. "I contrasti furono molto accesi sulle due innovazioni e si dovette procedere in modo separato", ha sottolineato. I Carabinieri, in particolare, non accettavano il decreto legge sulla Dia. "Ma spiegai al generale dell'Arma che ormai il decreto era legge e quindi doveva accettarlo e così fu".
Al termine dell'udienza, Vincenzo Scotti con i giornalisti è stato più diretto: "Nel '92, quando ero ministro dell'Interno, certo che c'era qualche politico che si tirò indietro nella lotta alla mafia. Era chiaro come il sole che qualcuno si tirava indietro". [Informazioni tratte da Adnkronos/Ign]

21/01/12


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