La Cittadella Sicula di Pantalica

Nelle tombe scavate nella roccia il 'popolo delle api' seppelliva i suoi morti

27 giugno 2016
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A pochi km da Sortino, su uno sperone roccioso che domina la confluenza del fiume Anapo con il suo affluente Calcinara, sorge la Cittadella Sicula di Pantalica, un'area di grande interesse naturalistico, storico e archeologico che l'Unesco ha di recente inserito nella lista dei siti Patrimonio dell'Umanità. Il sito, fortificato naturalmente dalle profonde gole nelle quali scorrono i fiumi, è collegato all'altopiano circostante attraverso un istmo, una piccola striscia di terra chiamata 'sella di Filiporto', meglio conosciuta come 'porta di Pantalica' e reso ancora più inespugnabile da una profonda trincea tagliata nella roccia. Pantalica offre al visitatore un magnifico paesaggio, con il corso dell'Anapo che, nel tempo, ha scavato le ripide pareti della cava, i diversi laghetti dalle acque cristalline, alcune grotte di tipo carsico. Inoltre, il Corpo Forestale, con la collaborazione dell'Ente Fauna Siciliana, ha realizzato un piccolo Museo Etnologico-Naturalistico per consentire ai visitatori di conoscere le specie animali e vegetali dell'area, oltre agli strumenti del lavoro contadino della zona.

La zona infatti, è ricca di flora e non è difficile poter ammirare splendide orchidee, anemoni, l'asfodelo, l'anagallis e altre essenze aromatiche tipiche di questi terreni oppure alberi di alto fusto come gli oleandri, i platani orientali, i salici pedicellati, le roverelle, i carrubi, gli olivastri e altri ancora. Lungo il corso del fiume si trovano la menta acquatica, il crescione, il carice e il giaggiolo d'acqua. Per molte specie animali questo luogo solitario e ricco di acque costituisce un rifugio ottimale. Fra gli uccelli nidificano qui la poiana, il corvo, il gheppio, il colombaccio, il falco pellegrino, la coturnice e tanti altri volatili più piccoli come usignoli, cinciallegra, cardellini. Fra i mammiferi si trovano il coniglio, la lepre, la donnola, la martora, l'istrice, la volpe e negli ambienti acquatici rane, rospi, trote, bisce dal collare, granchi di fiume. Fra i rettili, oltre a lucertole e ramarri, si trovano il nero biacco e la vipera.

UN'ESCURSIONE A PANTALICA - Sulla parte più alta della cittadella si può ammirare ciò che resta dell'Anaktoron o 'Palazzo del Principe', che occupa la sommità di una collina, la cui struttura ricorda un megaron miceneo. Costruito con grossi blocchi poligonali, anticamente aveva diverse stanze a forma rettangolare, come i palazzi di Micene. L'Anaktoron è costruito trasversalmente sulla dorsale che percorre tutto l'altopiano di Pantalica, in un punto in cui la dorsale è piuttosto stretta, sbarrandola quasi completamente con la sua lunghezza e affacciandosi, col suo lato breve, sul pendio meridionale. Qui sono stati rinvenuti resti di fonderie e di bronzi, molto probabilmente utilizzati dal principe e dalla sua corte. Nella parte meridionale del palazzo si trovano tracce di altri grandi muri di terrazzamento, anch'essi in opera megalitica. Tutt'intorno, sulle pareti rocciose, si sviluppano ben cinque necropoli con tombe scavate a grotticella, con tetto a forno e chiuse, sul fronte, da una unica lastra di pietra rinforzata con massi. Tutta la roccia della zona appare traforata da centinaia di aperture, tanto da farla sembrare un enorme alveare e, per una strana coincidenza, i Siculi, abitatori di Pantalica, furono chiamati il 'popolo delle api'. La cittadella, che è la più grande d'Europa e riveste un ruolo molto importante per lo studio dell'età del bronzo e del ferro.

La necropoli Nord-Ovest (sec. XII-XI a.C.) si estende lungo la vallata del torrente Sperone, e conta oltre 5000 tombe; quella a Nord (sec. XII-XI a.C.) comprende circa 1500 tombe; quella della Cavetta (sec. IX-VIII a.C.) è un avvallamento posto nel lato Est dell'altipiano e presenta quasi 350 tombe; quella a Sud, estesa dalla Cavetta a Filiporto, è lunga più di 2 chilometri e comprende più o meno 700 tombe; infine quella di Filiporto, lunga oltre 5000 metri, si trova al di fuori dell'altipiano e conta oltre 500 sepolcri. L'esplorazione di questa zona fu eseguita dall'archeologo di fama internazionale Paolo Orsi (1859-1935) e, tra il 1962 e il 1971, da Luigi Bernabò Brea. All'interno delle poche tombe, che i due archeologi trovarono intatte, sono stati rinvenuti corredi funerari con asce di bronzo, ceramiche lavorate al tornio dalla superficie di colore rosso lucido, fibule, pettini, coltelli ecc. Il prezioso materiale, qui rinvenuto, oggi si può ammirare al Museo Archeologico Regionale di Siracusa. Di estremo interesse è la visita alla Grotta dei Pipistrelli, che si trova nella parete della cava, dove si apre un grande antro. Bellissime le gallerie dove si trovano magnifiche stalattiti e stalagmiti. Anche l'ingresso è della massima suggestione, visto che le decine di gradini sono interamente scavati nella roccia. Altra grotta che si può visitare è la Grotta Trovato, che si trova alla fine della strada che proviene da Ferla e poi la Grotta Bottiglieria e la Grotta delle Meraviglie, che i signori del posto, nei secoli passati, utilizzavano come "fabbriche per la polvere da sparo".

PILLOLE DI STORIA - Il nome Pantalica, risale con ogni probabilità, al periodo bizantino mentre nulla si sa del nome più antico della cittadella. Molto probabilmente Pantalica si identificava con Hybla, il cui re Hyblon concesse ai megaresi, guidati da Lamis, di stanziarsi in una parte del suo territorio e di fondare, nel 728 a. C., Megara Hyblaea. In questi luoghi, l'uomo si insediò intorno al XIII secolo a.C., epoca in cui le popolazioni della Sicilia, sotto la pressione di Siculi, abbandonarono le località costiere per stabilirsi su alture inaccessibili. La formazione di un grosso abitato, in una delle zone più aspre e impervie della Sicilia, lontano dai campi coltivabili e da qualsiasi via di comunicazione, è molto probabilmente conseguenza di uno stato di guerra e di estremo pericolo per la sopravvivenza. L'unica risorsa che la natura offriva agli abitanti di Pantalica era infatti, il legname per le costruzioni e da ardere e persino per rifornirsi d'acqua bisognava che scendessero a valle. Con i Greci, cominciò la decadenza della cittadella perchè Siracusa, la nuova e potente città che prese il sopravvento, spostò i suoi interessi commerciali sulla costa e verso il territorio ibleo dove fondò due colonie Akrai e Casmene. Pantalica però, continuò ad essere abitata, sia durante il dominio siceliota che durante il giogo romano, anche se non sarebbe più tornata all'antico splendore siculo. Il sito fu riutilizzato in epoca bizantina, quando le scorrerie dei pirati costrinse la gente, che abitava lungo le coste, a riparare in questi luoghi naturalmente più protetti. E' a questo periodo, fra il IV ed il VI secolo d.C., che risalgono i villaggi trogloditici ed i piccoli oratori rupestri come l'Oratorio del Crocifisso, la chiesetta rupestre di San Nicolicchio e quella di San Micidiario, anch'essa con tracce di pitture. I Bizantini del 1060 furono raggiunti qui dai profughi Arabi, incalzati dai Normanni di Ruggero d'Altavilla e molti di loro si rifugiarono in questi luoghi sicuri. Con i Normanni iniziò anche il lento spopolamento di Pantalica fino a quando, nel 1169, ritornò ad essere la città dei morti. In quell'anno un tremendo terremoto costrinse quanti la abitavano a cercare un posto più sicuro: nacque così l'antica Sortino,  che fu poi distrutta dal sisma del 1693.

L'ACQUEDOTTO GALERMI – Si tratta di una delle più imponenti costruzioni idrauliche del Mediterraneo, tutt'ora perfettamente funzionante dopo 2500 anni. L'acquedotto fu fatto scavare nella roccia da Gelone, tiranno di Siracusa nel 480 a.C. allo scopo di alimentare d'acqua l'allora grandiosa città di Siracusa. La struttura devia parte delle acque del torrente Calcinara, all'altezza della necropoli di Pantalica, convogliandole in una galleria scavata nella roccia calcarea, lunga circa 37 chilometri, fino alla balza di Epipoli, da dove si diramano all'interno della città di Siracusa. Le acque arrivano ancora oggi alla grotta del Ninfeo dove un tempo venivano utilizzate per far muovere le scene del teatro o per muovere le pale dei mulini dei mugnai. L'acquedotto ha una portata di circa 500 litri al secondo. L'opera segue prima il corso del Calcinara e poi la sponda sinistra dell'Anapo, seguendone il corso ad una altezza più alta del letto. All'interno si trovano finestrelle per la presa dell'aria e pozzi che servivano a calcolare i livelli della pendenza, come ingressi verticali per l'ispezione e per lo scavo delle gallerie laterali.

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