Mothia, terra dei Fenici

Fondata nell'VIII secolo a.C. fu una delle più floride colonie d'occidente

22 novembre 2016
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Nella punta nord occidentale della Sicilia, di fronte a Marsala, si sviluppa la cosiddetta Laguna dello Stagnone, un'area marina di grande bellezza le cui isole sono costituite da un alternanza di paludi salmastre, saline, pozze d'acqua dolce, giuncheti, macchie sempre verdi che creano un incantevole scenario naturale con una miriade di colori e tramonti mozzafiato. La Laguna è chiusa ad ovest dall'Isola Lunga e ad est dalla costa siciliana, mentre al centro si trovano l'Isola di San Pantaleo (sede della colonia fenicia di Mothia - Mozia) e le altre due piccole isole di Santa Maria e di Scuola. La vegetazione spontanea e la fauna qui variano in relazione alla distanza dal mare. Lungo le coste, ad esempio, hanno trovato il loro habitat ideale la Posidonia e la Calendula marina, presente esclusivamente nella Sicilia Occidentale. Nelle zone umide invece, trovano il loro rifugio ideale milioni di uccelli in migrazione dall'Africa come gli Aironi cenerini, i Cavalieri d'Italia, le Avocette e i Gheppi.

Fondata dai Fenici nell'VIII secolo a.C., Mothia fu una delle più floride colonie fenicie d'occidente, grazie alla sua posizione geografica vicina all'Africa che la rendeva punto di transito obbligatorio per le rotte commerciali verso la Spagna, la Sardegna e l'Italia Centrale. Oltre alla fiorente attività marinara l'economia si basava su una cospicua attività artistica e artigianale con una massiccia produzione di ceramica, vasellame di terracotta ecc. Anche la produzione industriale aveva il suo peso a cominciare dalla lavorazione e dalla tintura dei tessuti, dalla lavorazione dei metalli come l'argento, l'oro e il ferro. Mothia era circondata da bassi fondali per garantirsi una buona difesa dagli attacchi nemici e offrire un sicuro attracco per le navi. Proprio grazie alla sua posizione l'isola divenne oggetto di interesse da parte di diversi popoli come Greci e Cartaginesi in lotta per il predominio della Sicilia. Nel 397 a.C. fu definitivamente distrutta da Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa che la conquistò costringendo gli abitanti a fuggire per rifugiarsi nella vicina Lylibeo, l'odierna Marsala.

Mothia fu acquistata all'inizio del secolo da Giuseppe Whitaker, archeologo di origini inglesi nato e cresciuto a Palermo. Fu proprio Whitaker a dedicarsi ai primi scavi archeologici e a lui è stato dedicato il museo omonimo che ospita numerosi reperti fenici provenienti dagli scavi archeologici compiuti a Mothia, Birgi e Lilibeo, oggetti recuperati in seguito a lavori agricoli o provenienti da donazioni e da acquisti effettuati sul mercato antiquario. Il museo ospita inoltre, uno splendido gruppo statuario in pietra con due leoni che azzannano un toro, vasi in pasta vitrea policroma di tipo greco e punico e steli funerarie. Nella sala con il lucernario, si  trova invece, la famosa statua in marmo bianco del cosiddetto 'Giovinetto di Mothia', rinvenuta nel 1979 nel settore nord-orientale dell'isola. La statua è alta 181 cm e molto probabilmente proviene dall'Asia. Di grande interesse è pure la Casa dei Mosaici, costruita dopo il 397 a.C., che ospita diversi pozzi e forni per la lavorazione della ceramica.

I pavimenti presentano pregevoli decorazioni realizzate con ciottoli marini naturali, rappresentanti scene di animali in lotta, fra cui leoni, grifoni ecc. All'esterno della cinta muraria invece, si possono ammirare i resti della Casermetta con pareti costruite con la tipica struttura a telaio. Su alcune pareti sono ancora presenti tracce del rovinoso incendio che la distrusse. Intorno alla seconda metà del VI secolo a.C. Mothia fu dotata di un piccolo porticciolo, il cosiddetto Cothon, che oggi i moziesi chiamano 'la Salinella' perchè ospita una salina medievale. Di forma rettangolare, il porto è collegato al mare mediante un breve canale le cui pareti laterali e il fondo sono interamente lastricati in arenaria. Probabilmente fu utilizzato per il carico e lo scarico delle merci anche se in molti hanno avanzato l'ipotesi che fosse adoperata come bacino di carenaggio.

La parte nord-ovest dell'isola, a ridosso della cinta muraria, ospita il 'Tophet', l'area sacra in cui venivano praticati sacrifici umani di bambini e di animali in onore del dio Baal Hammon e Astarte. Le ceneri sacrificali dei primogeniti maschi erano offerte alla divinità e venivano conservate in vasi rotondi con tanto di dedica al dio Baal Hammon, riguardante il voto fatto. Il Santuario di Cappiddazzu, si trova vicino la Porta Nord, in uno dei luoghi più alti dell'isola ed era un luogo di culto come suggeriscono le numerose buche contenenti ossa di bovini e ovini. Tappa obbligatoria per chi visita Mothia è sicuramente la Necropoli antica datata tra la fine dell'VIII e la metà del VI sec. a.C., caratterizzata da tombe a incinerazione dove sono stati trovati anche diversi corredi funebri costituiti prevalentemente da vasellame di tradizione fenicia o importati dalla Grecia. Sono invece, della seconda metà del VI sec. a.C. i dodici sarcofaghi vicini alla Porta Nord e gli altri sparsi in vari punti della costa per circa mezzo chilometro. Mothia era collegata, mediante una strada sommersa, ad un'altra necropoli, quella di Birgi. Mentre oggi l'isola può raggiungersi esclusivamente via mare, anticamente esisteva una strada, oggi visibile solo quando c'è bassa marea, che da Porta Nord raggiungeva la necropoli di Birgi.

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