Scicli, straordinario esemplare del barocco

In un'unica ampia vallata sorge Scicli, prezioso scrigno a cielo aperto

22 giugno 2016
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A circa 28 chilometri da Ragusa, sorge Scicli, un elegante cittadina situata in un'unica ampia pianura tra colline rocciose, alla confluenza di tre valli strette ed incassate che danno luogo a veri e propri canyon calcarei detti cave (S. Bartolomeo, S. Maria La Nova e la fiumara di Modica). Il suo territorio si estende per circa 20 chilometri sulla fascia costiera, dalla foce del fiume Irminio sino alla contrada di Pisciotto.

Scicli è una splendida città d'arte della Val di Noto, di recente inserita nella lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco per il suo considerevole patrimonio artistico ed architettonico. Difatti, dopo il disastroso terremoto del 1693 che distrusse quasi interamente la città, questa fu ricostruita secondo i principi del barocco, fondati sulla ricerca di spazi e di effetti illusionistici, ottenuti con la sapiente disposizione degli edifici, delle chiese e della pianta urbana. Scicli è racchiusa da una cornice di chiese e palazzi settecenteschi e ottocenteschi, in cui l'eleganza architettonica e la raffinatezza decorativa regalano all'osservatore armoniosi e seducenti scenari. Fanno parte del suo territorio le borgate di Donnalucata, Playa Grande, Cava d'Aliga (con Bruca), Arizza e Sampieri (con Pisciotto), tutte sul litorale a ridosso del Canale di Sicilia, di fronte all'isola di Malta. Alcune di queste borgate si affacciano sul mare.

Pillole di storia - Il nucleo originario della città di Scicli ha origini antichissime ed incerte. E' molto probabile che il nome possa derivare da Siclis, appellativo con il quale venivano definiti i primi abitatori della zona. I Siculi provenivano dall'Illiria e dopo un breve stanziamento nel Lazio furono costretti a scendere in Sicilia intorno all'anno 1000 a.C. La città antica sorse sull'odierno colle di San Matteo, il cui territorio è pieno di reperti archeologici del periodo greco romano presso la foce dell'Irminio e accanto a questi resti emergono numerose tracce cartaginesi. Come tutte le città siciliane, anche Scicli, dopo la caduta dell'Impero Romano d'occidente, cadde sotto la dominazione bizantina e subì le incursioni dei Barbari. La città durante la dominazione araba fu chiamata Sikla e conobbe un periodo di grande sviluppo economico e benessere.
Dopo i Saraceni arrivarono i Normanni che introdussero nella zona il sistema feudale e Sclicli, insieme alle città limitrofe, furono considerate città demaniali. Durante la dominazione Sveva invece, la città conservò il privilegio di città demaniale ed ebbe da Federico II il motto araldico 'Urbs inclita e vittoriosa'. Successivamente cadde sotto la dominazione angioina. Il 5 aprile 1282, dopo lo scoppio dei famosi Vespri siciliani, anche Scicli cacciò il presidio francese e si pose sotto la protezione di Pietro d'Aragona. In seguito entrò a far parte della contea di Modica seguendone le sorti sotto i Chiaramonte ed i Cabrera. Un evento funesto e catastrofico, come già detto, fu il terremoto del 1693 che fece a Scicli circa 2000 morti e distrusse quasi completamente la cittá. Il periodo dell'annessione all'Italia fu importante per la città in quanto nel giugno del 1860 il popolo di Scicli proclamò l'annessione al Piemonte con Garibaldi dittatore supremo dell'isola.

Le tappe del nostro itinerario

TappaPiazza Italia

Il nostro itinerario inizia da piazza Italia dove, oltre ai bei palazzi settecenteschi come Palazzo Fava e Palazzo Beneventano con le caratteristiche mensole adornate da sculture grottesche, sorgono due importanti chiese: la Chiesa Madre della Madonna delle Milizie e la Chiesa di San Bartolomeo. La prima, risalente al XVII secolo, è a tre navate, ricca di stucchi dorati e affreschi. All'interno è possibile ammirare il simulacro in cartapesta della Madonna delle Milizie e rendere omaggio alle reliquie di San Guglielmo. Nella stessa piazza sorge anche la Chiesa di San Bartolmeo, uno dei monumenti più importanti della città, risalente al XV secolo fu l'unica a resistere al sisma del 1693. L'esterno, progettato dall'architetto siracusano Salvatore D'Alì all'inizio del XIX secolo, è in stile barocco-neoclassico. La chiesa è composta da un'unica navata decorata con stucchi, affreschi che rappresentano la vita di San Bartolomeo e dorature. Le decorazioni interne furono compiute in diversi periodi, dalla prima metà del '700 sino al 1864. All'interno è possibile ammirare un presepe ligneo del 1573.

TappaVia Francesco Formino Penna

Via Francesco Formino Penna ospita la Chiesa e Convento del Carmine (1386), che conserva, nella struttura originaria, un importante chiostro del '700. L'intero complesso è stato realizzato su progetto di Fra' Alberto Maria di S.G. Battista. Da non perdere la Chiesa della Consolazione, un tempio tardo-barocco, con un particolare portale seicentesco, resistito al terremoto del 1693, che si trova sulla fiancata destra della chiesa e la Chiesa di S. Maria la Nova, di stile neoclassico che presenta una struttura a tre navate caratterizzata da cupole sovrastanti le cappelle laterali.

TappaColle San Matteo

Sul colle San Matteo, la Chiesa di S. Matteo, ex chiesa Madre di Scicli, costruita dopo il terremoto del 1693 che sovrasta, dal colle omonimo, la città. La chiesa a tre navate ha avuto il rifacimento del tetto nel secondo 900. La facciata, a due ordini, è rimasta incompleta. Sempre sul colle si trovano tre piccole chiese: Santo Spirito dalla facciata barocca, Santa Lucia e quella di San Vito. Qui, inoltre, giacciono le rovine del vecchio Castello, chiamato Castellaccio.

TappaCava San Bartolomeo

La particolare conformazione del territorio, costellato da innumerevoli cave e grotte, ha favorito la nascita di diversi insediamenti rupestri. In questi luoghi infatti, la presenza umana è antichissima e risale addirittura al neolitico. Nella Cava San Bartolomeo, sulla parte meridionale del colle San Matteo, sorge la Chiafura, uno dei quartieri più antichi della città di Scicli, abitato sin dagli anni '50 e poi abbandonato. Alcune delle abitazioni sembrano risalire proprio al neolitico anche se la maggior parte di esse sono di periodo bizantino. Dopo il crollo dell’impero romano il colle San Matteo era una rocca fortificata, quindi la popolazione trovò più sicuro spostarsi ai suoi piedi dove cavando la pietra dalle pareti della montagna ricavò le sue abitazioni. La zona fu abbandonata definitivamente dopo il terremoto del 1693 che distrusse il castello che vi sorgeva. La maggior parte delle grotte è costituita da uno o due vani, spesso dislocate su due piani, collegati attraverso scale interne, anch'esse scavate nella roccia.

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