Una passeggiata al Capo

Immergersi nel passato in uno dei più frequentati mercati storici di Palermo

03 settembre 2016
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Alle spalle del Teatro Massimo e quindi nel pieno centro storico di Palermo si può visitare uno dei quattro mercati più caratteristici della città, il Capo. Insieme  alla Vucciria, Ballarò e Borgo Vecchio, il Capo costituisce, senza ombra di dubbio, uno dei mercati più frequentati della città. Parte da Porta Carini, adiacente al Tribunale, e si estende in tutta la zona che va verso la Cattedrale e il monte dei pegni. Il mercato si sviluppa all'interno dell'omonimo quartiere, formato da un quadrivio di stradine, dove il suo asse principale è costituito appunto dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento in riferimento all'originale quattrocentesca. Da qui si snoda attraverso via Beati Paoli, che invece prende il nome dalla setta misteriosa di incappucciati che nel 600-700 sembra si riunisse segretamente in una grotta sita nei paraggi, e che s'incrocia con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant'Agostino dall'altro. Tutto questo groviglio di strade e stradine ha l'aspetto proprio del suk orientale. Il quartiere infatti, è nato in età musulmana oltre il corso del fiume Papireto, oggi  sotterraneo, ed era abitato da pirati e commercianti di schiavi.

 

TappaIl Capo

La prima sensazione che si prova, lasciandosi alle spalle le grandi strade piene di automobili ed entrando in questo mercato palermitano, è quella di  immergersi nel passato. Il visitatore infatti, rivive la stessa atmosfera, respira gli stessi profumi e scorge gli stessi colori di un mercante arabo del X secolo. Qui  sono bandite le insegne luminose dei grandi supermercati sostituite da enormi lampade, i prezzi non sono attaccati alla merce ma a pezzi di legno, la merce inoltre viene posata in cesti di vimini o in cassette di legno. Tra le bancarelle la gente si muove a fatica perchè lo spazio è poco e l'affluenza molta. Il rosso dei peperoni e del  pomodoro, il giallo dei limoni, il verde delle zucchine e l'argento azzurro dei pesci sono i colori che dominano il mercato, generati dal sole di una terra calda e generosa.


Il Capo in un quadro di Croce Taravella

Al Capo la vita inizia prestissimo quando i venditori cominciano a piazzare le ceste, le cassette, i cavalletti, i ripiani, le lastre e i banchi. I commercianti invitano ad  acquistare il prodotto 'abbanniando' in un dialetto incomprensibile per chi non è del luogo o cantando canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia e riempiendo l'ambiente di buon umore. Così dal 'virdumaro' al 'chianchiere', dall''alivaro' al 'vruccularo', sarete circondati da simpatia e da cordialità. Una serie di profumi provenienti dagli alimenti e dalle spezie utilizzare per cucinarli rendono inconfondibile questo luogo, dove si possono degustare il pane con le panelle o con la meusa, la quarume, le stigghiole, il pane appena sfornato o i biscotti e gli sfingioni che spesso vengono portati su un carretto decorato spinto a mano dal venditore; e per finire i dolci tipici come come le cassate, il torrone, i pasticcini alle mandorle, gelati, granite, insomma impossibile resistere.

Tra le bancarelle e le putie spesso fanno la loro comparsa i 'riffaturi', con la lotteria privata con la quale si può sperare di vincere la spesa per una settimana o una cesta di pesce o una parte di carne o anche soldi. Il mercato inoltre, è sempre stato rinomato per la vendita della carne anche perchè anticamente qui vicino sorgeva il macello civico detto 'bocceria nuova'. Diverse sono le 'chiancherie', o come vengono comunemente chiamate le 'chianche' che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella 'chianca' (dal latino 'planta'), un grosso ceppo d'albero, da qui la definizione. Uno spettacolo un pò cruento la offrono poi i quarti di carne o i capretti appesi fuori dalle botteghe per depurare l'animale del suo sangue, testimonianza della presenza ebraica in città.

Anche il pesce la fa da padrone, fresco sui banchi di ghiaccio o salato, il cosiddetto 'baccalaru' immerso in tinozze stagnate piene d'acqua per togliere il sale o le 'buatte' di sarde salate o  aperte a portafoglio dalle abili mani del 'saliaturi'. Da grosse pentole di rame, le 'quarare', scaturisce del fumo invitante, quello delle patate bollite o delle 'domestiche' che solo a Palermo i fruttivendoli sanno preparare.

TappaChiesa dellImmacolata Concezione

Tra le putie e le bancarelle ogni tanto emerge la facciata di qualche chiesa o monumento. Tra tutte spicca la facciata della Chiesa dell'Immacolata Concezione, recentemente restaurata, vero trionfo del barocco fiorito palermitano e orgoglio delle maestranze locali. La chiesa venne costruita nei primi anni del Seicento ed era adiacente ad un grande convento benedettino demolito durante il periodo fascista, per lasciare spazio all'edificazione del Palazzo di Giustizia. Progettata dall'architetto Grazio Nobili, la chiesa presenta una facciata divisa orizzontalmente in due parti, scandita da lesene e con un portale sovrastato da un timpano.

All'entrata quello che più colpisce è la preziosa decorazione intarsiata e policroma in marmi 'mischi e tramischi' lungo le pareti dell’unica navata. Sulle pareti  laterali si aprono quattro cappelle: sulla sinistra troviamo le cappelle della Madonna Libera Infermi e del Crocifisso, mentre sulla destra troviamo le cappelle di Santa Rosalia e di San Benedetto. Tutte le cappelle sono ornate da splendide colonne tortili con, alla base, intarsi in marmi e pietre preziose. Sul soffitto si trovano ornamenti dorati in stucco e il 'Trionfo degli Ordini religiosi', affresco realizzato nel Settecento da Olivio Sozzi. Un grande arco porta alla zona dell'abside, dove sopra all'altare si trova l'Immacolata Concezione dipinta da Pietro Novelli. Gli organi hanno un rivestimento in legno dorato risalente al Settecento e, nel complesso, la decorazione della Chiesa appare sontuosa.

TappaChiesa di SantAgostino (detta di "Santa Rita")


ph. palermodintorni.blogspot.it

La chiesa di Sant'Agostino (noto localmente come "Santa Rita"), unitamente al trecentesco convento ​agostiniano, è stata edificata per volere delle famiglie Chiaramonte e Sclafani nei primi anni del XIV secolo.
Spettacolare è il rosone formato dall'intreccio di dodici semicerchi intersecanti atti a formare una straordinaria composizione a sostegno di una raggiera formata da dodici colonnine il cui centro è rappresentato da un piccolo tondo recante scolpito l'Agnus Dei.
Su via Sant'Agostino si apre il portale laterale, espressione del rinascimento siciliano, opera attribuita a Domenico Gagini. L'interno, a navata unica, è il risultato delle trasformazioni seicentesche. A Giacomo Serpotta si deve l'intervento decorativo delle pareti spoglie.
Altre chiese da vedere sono la Chiesa di Sant'Onofriodi Santa Maria dei Canceddidei Ss. Quaranta Martiri alla Guilla, di Maria SS. della Mercede, di Sant'Ippolito martire, di Santo Stanislao Kostka al Noviziato ed infine i resti della chiesa dei Ss. Giovanni e Giacomo a Porta Carini.

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