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"Accuse che capovolgono la verità"

L'indignazione di Calogero Mannino indagato per la presunta trattativa Stato-mafia

15 giugno 2012

Dunque, la procura di Palermo ha notificato a 12 persone l'avviso di chiusura dell'indagine sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Tra questi, alti ufficiali dell'Arma, storici boss di Cosa nostra ed esponenti di vertici delle istituzioni: tutti protagonisti della trattativa che, a partire dagli inizi del '92, pezzi dello Stato portarono avanti con la mafia.
L'atto, che normalmente precede la richiesta di rinviato a giudizio, ha come destinatari due ex ministri, Mancino e Mannino, il senatore Dell'Utri, gli ufficiali dei carabinieri Subranni, Mori e De Donno, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, e i capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano e Nino Cinà.

Per quel che riguarda l'ex ministro Calogero Mannino, secondo l'accusa avrebbe avuto un ruolo centrale nella trattativa: a cominciare dai primi mesi del '92 avrebbe preso informazioni dagli investigatori "al fine di acquisire notizie dai boss ed aprire la trattativa con i vertici dell'organizzazione mafiosa, finalizzata a sollecitare richieste di Cosa nostra per far cessare la strategia stragista avviata con l'omicidio Lima" e che aveva lo stesso Mannino tra i possibili obiettivi.

"Non mi lascio turbare dall'allestimento di accuse che non hanno alcun fondamento, sono prive di ogni riferimento alla verità storica della mia persona, e sono quindi prive di ogni prova genuina", ha affermato Mannino. "Accuse che sono il parto di immaginazione fantastica - prosegue - in opposizione alla realtà dei comportamenti, delle scelte dei termini con cui ho affrontato quella stagione del 1992 dominata dalla irruzione del terrorismo mafioso ma anche dalla sovrapposizione di torbidi disegni rivolti ad ottenere effetti politici tra i quali la mia liquidazione non soltanto politica".
Secondo l'accusa fu proprio l'ex ministro democristiano, che temeva di essere ucciso, ad avviare una sorta di contrattazione con la mafia, avvicinando "esponenti degli apparati info-investigativi" per acquisire informazioni sui boss. Dopodiché, consumate le stragi del '93, avrebbe esercitato "indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziari", cioè il carcere duro.

Ma per Mannino, "la conseguenza oggettiva dell'accusa è quello di capovolgere la verità, presentando la vittima possibile della violenza di cosa nostra come complice. Ne sono indignato. In fondo, però, non posso non sottolineare che questa è la più tragica vittoria di Cosa nostra che non essendo riuscita ad uccidere il sottoscritto si vede regalata la coimputazione di alcuni avversari tra i più tenaci". "Per quello che mi riguarda mai vi è stata la minima inclinazione a deflettere da quella linea politica - afferma l'ex ministro - di severo impegno di contrasto della criminalità mafiosa che aveva portato a realizzare le condizioni del quadro politico che ha sostenuto il maxi-processo e l'esito delle sentenze che lo hanno concluso". "Sopporto dal 1991 con l'aiuto di Dio - conclude - le ingiustizie di lunghi processi che si sono risolti, sempre e nel merito, con la piena assoluzione. Oggi l'accusa sceglie l'ostinazione capricciosa contro ogni ragione ed evidenza".

[Informazioni tratte da Ansa, Lasiciliaweb.it, Corriere del Mezzogiorno]

- Chiusa l'indagine sulla presunta trattativa tra Stato e mafia (Guidasicilia.it)

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15 giugno 2012
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