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"Cuffaro aveva dato vita ad un patto mafia-politica"

La Cassazione ha depositato le motivazioni che spiegano cosa ha reso definitiva la condanna dell'ex governatore Totò Cuffaro

20 aprile 2011

Mentre da tre mesi Totò Cuffaro sconta la sua pena nel penitenziario romano di Rebibbia, una condanna a sette anni per favoreggiamento aggravato, e passa le sue giornate leggendo, studiando e pensando ad un suo futuro fuori dal carcere e dalla politica, da dedicare all'agricoltura (LEGGI), ieri la Cassazione ha depositato le motivazioni della sua condanna.
Salvatore Cuffaro, ex governatore della Sicilia, aveva dato vita ad un "patto mafia-politica" e gli episodi nei quali è rimasto coinvolto dimostrano che "in più occasioni ebbe modo di agevolare l'organizzazione mafiosa". La Cassazione nelle 215 pagine di motivazioni depositate ha spiegato il perché, lo scorso 21 febbraio, ha reso definitiva la condanna nei confronti di Cuffaro. Nelle motivazioni, la Suprema Corte parla di un "accordo criminoso ben preciso".

La sentenza 15583, sposando in pieno la tesi sostenuta dalla Corte d'appello di Palermo il 23 gennaio 2010, ricorda gli incontri a cui avrebbe preso parte anche il neo ministro dell'Agricoltura, Saverio Romano. In particolare, riferendo degli incontri con Angelo Siino, la Cassazione sottoscrive il giudizio dei colleghi di merito in riferimento alla campagna elettorale per le elezioni regionali del 1991 nelle quali Cuffaro era candidato.
"In tale occasione Cuffaro - ricorda la Suprema Corte rifacendosi al giudizio di merito - ammetteva di essersi recato, insieme a Saverio Romano, dal Siino per chiedergli sostegno alla propria candidatura". Tra l'altro, annota ancora la Cassazione, "Angelo Siino, successivamente al 1991 tratto in arresto e poi divenuto collaboratore di giustizia, ha riferito della visita degli allora giovani Cuffaro e Romano nella quale entrambi gli chiedevano apertamente sostegno elettorale".
La Cassazione, nel convalidare la condanna a sette anni per Salvatore Cuffaro, parla di un "quadro complessivo certamente caratterizzato dall'accertata sussistenza di ripetuti contatti con vari esponenti dell'organizzazione, e ciò spiega quale sia stato l'atteggiamento psichico dello stesso all'atto della rivelazione della notizia al Miceli e al Guttadauro e, cioè, al capo del mandamento mafioso di Brancaccio con il quale aveva stipulato un accordo politico-mafioso concernente interessi mafiosi - così agevolando, con il trasmettere la notizia relativa alle indagini che vertevano anche su tale rapporto, indagini che subivano così una gravissima interruzione e che venivano irrimediabilmente compromesse - soggettivamente e oggettivamente l'associazione criminale".
La Suprema Corte in via definitiva accerta la sussistenza della aggravante di mafia nei confronti dell'ex Governatore della Sicilia. "Non vi è alcun dubbio che l'imputato - hanno scritto gli 'ermellini' - facendo pervenire la notizia al Guttadauro, intendesse agevolare il sodalizio facente capo a quest'ultimo, giacché il Cuffaro, dichiaratosi disponibile ad accogliere le richieste del capomafia, era perfettamente a conoscenza che la candidatura del Miceli, indicata dal capomandamento e accettata dall'uomo politico, era funzionale agli interessi dell'associazione da sempre impegnata nel progetto di infiltrazione mafiosa, e che ciò riguardava non solo il candidato Miceli ma anche lo stesso futuro presidente della Regione, partecipe del patto illecito".
Insomma, per la Cassazione Salvatore Cuffaro "era perfettamente consapevole che, svelando la notizia di indagini in corso nell'abitazione del capo-mafia, con l'avvertimento di cautelarsi, avrebbe ostacolato l'indagine, come poi effettivamente avvenne, che tendeva a scoprire proprio quell'attività di infiltrazione nelle istituzioni che interessava e giovava all'associazione mafiosa".

Sulla candidatura Miceli, la Cassazione conviene con la Corte di merito sul fatto che "Cuffaro, all'atto della formazione delle liste per le elezioni regionali del 2001 nelle quali egli si presentava alla carica di Governatore della Regione, ha sostanzialmente accettato la presentazione in una lista, collegata alla sua, di un candidato che egli sapeva essere appoggiato da soggetti organici all'associazione mafiosa (e cioè, la famiglia mafiosa dei Mandalà di Villabate, vicinissima ai fiancheggiatori del capo assoluto di Cosa Nostra Bernardo Provenzano) - che venivano individuati ed espressamente segnalati dal Campanella". In sostanza, per la Cassazione è legittimo parlare di un "vero e proprio progetto di inflitrazione nel mondo politico istituzionale avente come principale obiettivo Cuffaro, portato avanti dal capo-mafia Giuseppe Guttadauro, per il tramite del Miceli, nonché di Salvatore Aragona".
Nelle motivazioni della sentenza Cuffaro, la Cassazione parla anche di un "sistema di controinformazione" messo in piedi dall'ex Governatore della Sicilia. In particolare, la Suprema Corte si riferisce a "informazioni carpite e trasmesse agli interessati, le quali hanno, in tutti i casi, avuto ad oggetto le attività dell'organizzazione mafiosa o di soggetti in contatto con la stessa, e ciò - spiegano - dimostra, ancora meglio, quale era lo scopo, la funzione e la finalità di questo sistema controinformativo creato e sostenuto dall'imputato".
L'interesse di Cuffaro "di conoscere preventivamente l'oggetto di indagini antimafia è del tutto estraneo ai normali interessi di un uomo politico, essendo, invece, l'intento dell'imputato palesemente teso ad impedire che fossero conosciuti i suoi rapporti, e del suo 'entourage', con l'organizzazione mafiosa". Un dato che per la Suprema Corte "denota la volontà di agevolare l'organizzazione e precipuamente una delle sue articolazioni fondamentali, quella che era incaricata di creare e mantenere rapporti con gli esponenti politici o della società civile".
Tutti questi elementi portano piazza Cavour a chiarire che "il movente dell'azione delittuosa contestata all'imputato può certamente ravvisarsi in una abitualità di frequentazione da parte del Cuffaro di ambienti ed esponenti dell'associazione avendo le risultanze processuali dimostrato molteplici rapporti dell'imputato con vari esponenti dell'organizzazione mafiosa".

Nelle motivazioni della sentenza c’è anche il ministro Romano - Tra gli episodi ricordati dalla Cassazione a riprova della contiguità con la mafia di Totò Cuffaro, c'è anche quello dell’inserimento nella lista 'Biancofiore' - di sostegno alla sua candidatura nella corsa elettorale del 2001 - di Giuseppe Acanto, già coinvolto in grosse truffe finanziarie, e "intimo collaboratore" della famiglia mafiosa di Villabate, vicinissima al capo dei capi di cosa nostra Bernardo Provenzano, e del boss Antonino Mandalà.
Acanto - ha sottolineato "per completezza di esposizione" la Cassazione – è "il primo dei non eletti subentrato al Parlamento regionale siciliano a seguito della decadenza del Borzacchelli" (una delle talpe della Dda, ndr). La Cassazione spiega che fu il collaboratore di giustizia Francesco Campanella ad incontrare Saverio Romano, l'attuale ministro delle politiche agricole, all'epoca "competente per la formazione della lista", per chiedergli – appunto – l’inserimento di Acanto. Romano – prosegue la Cassazione citando la Corte di Appello di Palermo – "aveva immediatamente assicurato l’inserimento di detto soggetto tra i candidati chiedendogli di fargli avere al più presto i documenti e mandandogli i saluti per Mandalà Antonino stesso”.
Cuffaro, ricorda ancora la Suprema Corte citando la sentenza di primo grado, ha ammesso di "aver discusso della candidatura dell’Acanto dopo che la stessa era stata avallata da Saverio Romano, responsabile del partito per la formazione delle liste". Alle elezioni, con la lista 'Biancofiore' venne eletto al 'parlamento' siciliano, come aveva previsto e voluto lo stesso Cuffaro, solo il maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli (con circa quattromila preferenze) – l'uomo, il "traditore", che informava l’ex governatore delle inchieste su mafia e politica – e ad Acanto (che prese circa duemila voti) su sollecitazione dei Mandalà venne dato un posto di "sottogoverno", con la nomina a liquidatore di due cooperative.
La vicenda è stata così sintetizzata dai Supremi giudici: "il Cuffaro, pur consapevole, come si è più volte evidenziato, della caratura mafiosa dei Mandalà (Antonino e Nicola) e pur conoscendo che l’Acanto era stato sostenuto elettoralmente da tale famiglia (che si era impegnata in ogni modo con finanziamenti, stampa, distribuzione di fac-simili elettorali, ecc), aveva conferito all’Acanto un incarico".

Il legale del ministro Saverio Romano, Raffaele Bonsignore, ha reso noto che: "La sentenza della Corte Suprema di Cassazione con la quale è stata confermata la sentenza di condanna dell’onorevole Salvatore Cuffaro fa riferimento all’onorevole Saverio Romano per episodi che sono stati già oggetto di indagine da parte della Procura della Repubblica di Palermo. Ebbene: tali indagini si sono concluse con un decreto di archiviazione nell’aprile del 2005 e per altri episodi con una richiesta di archiviazione ancora pendente".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, LiveSicilia.it]

 

 

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20 aprile 2011
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