"Dell'Utri mediatore tra boss e Berlusconi"

Depositate le motivazioni della condanna al senatore Pdl a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa

20 novembre 2010

Ieri sono state depositate presso la Cancelleria della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo le motivazioni della sentenza di condanna del senatore Pdl Marcello Dell'Utri, che lo scorso 29 giugno è stato condannato a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa (LEGGI). Il politico, che ha sempre respinto le accuse, è stato condannato per i fatti che gli vengono contestati fino al 1992 e assolto per quelli successivi. In primo grado, Dell'Utri era stato condannato a 9 anni di reclusione.
La Corte d'Appello era presieduta da Claudio Dall'Acqua, giudici a latere Sergio La Commare e Salvatore Barresi. Nella sentenza i giudici hanno sottolineato il ruolo che avrebbe svolto Marcello Dell'Utri come "mediatore" tra la politica e Cosa nostra. Nelle motivazioni i giudici fanno anche riferimento allo "stalliere" di Arcore Vittorio Mangano che sarebbe stato assunto, su intervento di Marcello Dell'Utri, come aveva affermato l'accusa, per garantire la "incolumità", del premier Silvio Berlusconi.
I giudici ritengono credibile il collaboratore Francesco Di Carlo, che ha ricostruito il sistema di "relazioni" di Dell'Utri con ambienti di Cosa nostra. Credono fondato soprattutto il suo racconto su una riunione svoltasi a Milano nel 1975 "negli uffici di Berlusconi" alla quale parteciparono, oltre a Dell'Utri, anche i boss Gaetano Cinà, Girolamo Teresi e Stefano Bontade che all'epoca era "uno dei più importanti capimafia". La presenza di Mangano ad Arcore avrebbe avuto lo scopo di avvicinarsi a Berlusconi, "imprenditore milanese in rapida ascesa economica", e garantire la sua incolumità "avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni". Berlusconi avrebbe pagato "ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai familiari". La vicenda dei pagamenti da parte del Cavaliere si intreccia, secondo i giudici, con altri versamenti per la "messa a posto" della Finivest che all'inizio degli anni '80 aveva cominciato a gestire alcune emittenti televisive in Sicilia.

I giudici hanno insomma confermato quanto sostenuto sia in primo che in secondo grado dall'accusa. Però gli stessi giudici hanno sottolineato nella sentenza, lunga più di 600 pagine, che non è stato provato il patto politico-mafioso tra Dell'Utri e Cosa nostra. Secondo l'accusa, invece, il senatore nel 1994 avrebbe stipulato un "patto di scambio". "Non risulta provato né che l'imputato Marcello Dell'Utri abbia assunto impegni nei riguardi del sodalizio mafioso né che tali pretesi impegni siano stati rispettati".

Ciancimino jr inattendibile per i giudici del processo Dell'Utri - Nelle motivazioni della sentenza di condanna del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, la Corte d'Appello ha ribadito poi il suo giudizio circa la inattendibilità di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito. Proprio per questo motivo i giudici avevano deciso di respingere la richiesta dell'accusa di fare deporre Ciacimino come teste. "L'incontestabile progressione accusatoria che caratterizza con ogni evidenza le dichiarazioni sul conto dell'imputato - scrivono i giudici - non può che irrimediabilmente refluire in maniera oltremodo negativa sull'attendibilità e sulla credibilità di Massimo Ciancimino". La Corte ha ritenuto che "la pretesa rivelazione da parte del genitore sui presunti rapporti diretti Dell'Utri-Provenzano, che Massimo Ciancimino aveva peraltro taciuto per oltre un anno e 4 mesi, non era suscettibile di possibile utile approfondimento, oltre che manifestamente tardiva". "Tutte le superiori considerazioni - concludono i giudici - hanno dunque indotto la Corte a dubitare più che fondatamente della credibilità ed affidabilità di un soggetto come Massimo Ciancimino finora rivelatosi, sulla base degli atti esaminati dalla Corte e con riferimento a quanto riferito sul conto dell'imputato, autore di altalenanti dichiarazioni che non ha esitato a rettificare o ribaltare nel tempo con estrema disinvoltura, senza supportare le sue oggettive contraddizioni con giustificazioni ragionevoli, accreditandosi come portatore di presunte conoscenze, quasi sempre de relato, perché attribuite alle pretese, ma non verificabili, rivelazioni di un padre defunto".

Il commento di Dell'Utri - "I giudici hanno ricicciato le stesse cose della sentenza di primo grado. Sono sostanzialmente le stesse accuse del primo processo" si è limitato a dire Dell'Utri dalle prime anticipazioni emerse dalle agenzie di stampa, premettendo però di non aver ancora letto le motivazioni della sentenza. "E' una materia trita e ritrita - ha detto Dell'Utri all'Adnkronos - non c'è nulla di nuovo sono tutte cose che abbiamo già visto". Però, il senatore del Pdl continua a dirsi "fiducioso" e lo sarà "fino all'ultimo momento, altrimenti che faccio, mi uccido?". Dell'Utri dice anche di non sentirsi "preoccupato". "Non vedo come mi possono condannare sul nulla", ecco perché crede molto nel giudizio dei giudici della Corte di Cassazione: "Saranno i miei avvocati cassazionisti ad occuparsi adesso del caso, prepareranno una difesa adeguata per rispondere a tutte le accuse e alle motivazioni della sentenza di secondo grado".
Così come confermato dall'avv. Giuseppe Di Peri, uno dei legali del senatore: "La ricostruzione operata dai giudici di secondo grado, che hanno di fatto confermato la sentenza di primo grado, non può che ricalcare i ragionamenti che abbiamo fortemente contrastato durante il processo e che speriamo vengano invece apprezzati in sede di giudizio della Corte di Cassazione che andremo sicuramente a proporre".
Soddisfatto invece il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, perché c'è "un'ulteriore conferma della bontà dell'impianto accusatorio del processo di primo grado".

Il Pg Gatto soddisfatto a metà - "Vuole sapere come la penso? Se devo essere sincero, posso essere soddisfatto della sentenza solo a metà. Ho letto questa mattina i giornali, ma le motivazioni della sentenza dei giudici le ho avute solo un'ora fa. Però, da quello che leggo dai giornali, dico che è stata confermata solo in parte la mia tesi accusatoria".
Lo ha detto all'Adnkronos Antonino Gatto, il sostituto procuratore generale di Palermo, che ha rappresentato l'accusa nel processo d'appello al senatore Marcello Dell'Utri.
"Ho letto la parte della sentenza riguardante i fratelli Graviano solo sui giornali, però se così fosse contesterei vigorosamente questo punto". E il magistrato spiega anche il perché: "Da mie elaborazioni c'e' la prova documentale dei rapporti tra Marcello Dell'Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Quindi lo dimostrerò nel ricorso".
Parlando poi delle dichiarazioni rese ieri da Dell'Utri all'Aadnkronos, che continua a dirsi "fiducioso" sull'esito dei giudici della Corte di Cassazione, il pg Gatto risponde serafico: "Mi pare giusto che il senatore sia fiducioso, è umano che sia così. D'altro canto se lui e' convinto della sua innocenza..."

Le reazioni del mondo politico - "Adesso che anche le sentenze parlano di rapporti ravvicinati tra la mafia e il Presidente del Consiglio, speriamo che si trovino 316 parlamentari che lo sfiducino. Ci auguriamo che ciò avvenga prima che Berlusconi faccia ulteriori danni al Paese e che distrugga completamente la nostra credibilità all'estero". Lo dice in una nota il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro a proposito della sentenza di condanna dei giudici della corte d'appello di Palermo a carico del senatore Dell'Utri.
"Aspettiamo di leggere tutta la motivazione dei giudici di Palermo, certo queste anticipazioni sono comunque sconcertanti per il presunto ruolo avuto dal senatore Dell'Utri nel rapporto di mediazione e collegamento tra la mafia e l'allora imprenditore, Silvio Berlusconi". Così il capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, commenta le anticipazioni della sentenza dei giudici della corte d'appello di Palermo sul caso Dell'Utri e sul coinvolgimento del premier. "Ai fini della responsabilità penale - conclude - attendiamo l'ultimo grado di giudizio, ma ai fini di una trasparenza istituzionale e di una chiarezza politica, crediamo che i cittadini abbiano il diritto di sapere cosa sia realmente avvenuto, perché ci sono stati quei contatti e se vi sono stati dei vantaggi per l'utilizzatore finale o per altri".
"Ci sarà tempo per considerare ogni aspetto di queste motivazioni. La condanna ingiusta contro il senatore Dell'Utri addolora profondamente: e c'è davvero da augurarsi che la Cassazione possa essere molto più coraggiosa". E' quanto afferrma il portavoce del Pdl Daniele Capezzone. "In ogni caso -aggiunge- la Costituzione stabilisce che ogni cittadino deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva: e la sinistra ha il dovere di applicare questo principio anche a Marcello Dell'Utri". "Di più: la Corte d'Appello - sottolinea Capezzone - ha chiarito che non c'è stato alcun patto politico o elettorale con la mafia, e ha smontato una serie di altri teoremi, a partire dalle assurde accuse di Spatuzza, fino al coinvolgimento del nascente centrodestra nelle stragi, passando per la tesi della cosiddetta 'entità'. Tutto questo è stato spazzato via: ed è su questo che una parte della magistratura, oltre che il sistema dei media, dovrebbe riflettere".

L'on. Vincenzo Vita ha infine annunciato che il Pd intende portare in commissione di Vigilanza sulla Rai il caso del "silenzio assoluto del Tg1 sulla sentenza Dell’Utri". "Va bene - afferma Vita - che la notizia è arrivata solo alle 19 e 30, ma un notiziario con mezzi molto inferiori come quello di Mentana è comunque riuscito a inserirla tra i titoli e a montare in tempo un servizio completo e dettagliato. Evidentemente il direttore del Tg1 ha deciso di non farlo. Riproporremo presto in commissione di Vigilanza il caso del Tg1 di Minzolini, perché la situazione non è più tollerabile. La maggiore testata del servizio pubblico si è ormai ridotta ad arma contundente contro l'opposizione e di propaganda per il premier e la maggioranza. Stasera siamo arrivati al paradosso: il notiziario si è occupato di mafia dedicando un servizio al caso Maroni-Saviano, proseguendo poi nell'opera di demolizione del governatore Lombardo, proponendo un'intervista all'ex ministro Conso sui fatti del 1993, poi ancora un pezzo sull'audizione di Ciancimino jr.al processo De Mauro, e ha chiuso l'ampia pagina sul tema con la cattura del boss Iovine. Silenzio assoluto, invece, tra i titoli del Tg, per le motivazioni della sentenza di condanna per concorso esterno del senatore Dell'Utri, che secondo i giudici ha fatto da mediatore tra Berlusconi e i boss. Minzolini si è limitato a far leggere la notizia dalla giornalista in studio in coda a tutti gli altri servizi".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, Corriere.it]

 

 

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20 novembre 2010

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