"È vero sono io Gerlandino Messina"

Il boss di Agrigento ha ammesso la sua identità. Ora il cerchio attorno a Messina Denaro si fa sempre più stretto

25 ottobre 2010

E' stato catturato sabato pomeriggio a Favara (AG), il superlatitante Gerlandino Messina (LEGGI). Il boss, 38 anni, era inserito nell'elenco dei trenta latitanti più pericolosi del ministero dell'Interno. Era ricercato dal 1999. I carabinieri lo hanno bloccato in una palazzina nel centro agrigentino.
Al momento dell'irruzione il numero uno della mafia agrigentina, succeduto a Giuseppe Falsone arrestato a Marsiglia in Francia la scorsa estate, non era solo. Alla vista dei carabinieri del reparto operativo di Agrigento e degli uomini del Gis (Gruppo di intervento speciale), il capomafia di Agrigento ha tentato di barricarsi in una stanza. Il boss è stato stordito dalle bombe accecanti, cosiddetti flash back, fatte esplodere dai carabinieri. Lo stabile in via Stati Uniti era stato circondato dai militari per evitare possibili fughe. Messina si trovava al primo piano, mentre gli altri piani dell'edificio sono ancora allo stato grezzo. Il boss è apparso agli agenti in jeans, camicia, molto ingrassato rispetto agli ultimi identikit e con i capelli rasati. Davanti ai carabinieri che gli chiedevano la sua identità il superlatitante è rimasto in silenzio.

Nel covo i militari hanno trovato anche un libro sulla vita di Totò Riina e due pistole, una a tamburo e una semiautomatica con il colpo in canna. "La casa - ha spiegato il colonnello Mario Di Iulio, comandante provinciale dei carabinieri di Agrigento - sembrava abbandonata, giusto una camera da letto e una cucina. Abbiamo trovato pochi effetti personali". "L'arresto è frutto di una strettissima collaborazione tra l'Aisi, il Ros e il Gis. Direi che è stato lo Stato nel suo insieme a catturare il boss Gerlandino Messina - ha aggiunto il colonnello Di Iulio - A lui siamo arrivati seguendo per un mese circa alcuni fiancheggiatori, persone che si occupavano della logistica e che gli portavano del cibo. Ieri sera abbiamo avuto la certezza che il boss si trovasse nella palazzina in via Stati Uniti e oggi pomeriggio è scattato il blitz".

Messina è accusato di essere il killer del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, assassinato a colpi di arma da fuoco il 4 aprile del 1992 mentre viaggiava su una Ritmo, lungo la statale di Agrigento, all'altezza di Menfi.


Messina ha pronunciato le sue prime parole soltanto poco prima di essere trasferito in carcere. "E' vero. Sono Gerlandino Messina". Una conferma di poco conto per gli inquirenti, certi che l'uomo catturato, dopo 11 anni di latitanza, fosse il nuovo capo della mafia agrigentina. A differenza del suo predecessore alla guida della cosca, il boss Giuseppe Falsone, che, aiutato da una plastica facciale, ha continuato per mesi a negare la sua identità, Messina si è arreso all'evidenza. Limitandosi a chiedere ai carabinieri una sigaretta. In tasca gli investigatori hanno trovato quattro pizzini con i nomi di ditte che si stanno occupando o si occuperanno di grossi lavori pubblici come il raddoppio della statale 640, la Agrigento-Caltanissetta, e la realizzazione del rigassificatore di Porto Empedocle. Secondo gli inquirenti si trattava delle imprese a cui il capomafia aveva intenzione di chiedere il pizzo. I fogli di carta, scritti a macchina e ripiegati, dovranno, adesso, essere analizzati e studiati.
Nel covo sono stati trovati e sequestrati anche una macchina da scrivere (una vecchia "Olivetti") un pc, alcune pen-drive e una infinità di carte, appoggiate su un tavolo da ingegnere.
Il "pizzino" indirizzato a Matteo Messina Denaro - Tra i documenti trovati nel covo del boss Gerlandino Messina è stato trovato un biglietto, probabilmente la brutta copia di quello poi spedito, indirizzato al capomafia trapanese latitante Matteo Messina Denaro. Nella lettera, in cui c'è esplicitamente il nome del padrino ricercato, Messina cerca accordi per la spartizione  territoriale delle "messe a posto", suggerendo una sorta di  suddivisione per aree della gestione del pizzo alle imprese.
Il biglietto, ritrovato dagli investigatori, oltre a documentare i recenti rapporti tra i due capimafia, dimostra che Gerlandino Messina, contrariamente alla linea dettata dal suo predecessore alla guida delle cosche agrigentine, Giuseppe Falsone, grande nemico di Messina Denaro, cercava accordi con il padrino di Castelvetrano.

In un silenzio impenetrabile si è invece chiuso l'amico, Calogero Bellavia, 24 anni, l'uomo che negli ultimi tre mesi - periodo di permanenza del capomafia nell'ultimo covo - ogni giorno portava il cibo a Messina. I carabinieri l'hanno arrestato con l'accusa di favoreggiamento e stanno valutando la posizione di quattro suoi familiari che potrebbero avergli dato il cambio nell'assistenza del latitante. Mentre continuano le indagini per ricostruire la rete dei favoreggiatori che ha coperto il padrino, sarebbe stato proprio Bellavia a portare gli inquirenti al boss. Segnalato ai militari dell'Arma dai Servizi Segreti come appartenente alla rosa dei possibili fiancheggiatori del capomafia ergastolano, il giovane era pedinato da alcune settimane. Sabato pomeriggio, come faceva di frequente, è entrato nella palazzina, in via Stati Uniti, con alcuni generi alimentari: il pranzo destinato al boss. Per gli investigatori é stata un'ulteriore prova del suo coinvolgimento nella latitanza di Messina. Dopo l'ingresso di Bellavia, nel covo è scattato il blitz: i carabinieri del Gis sono entrati in azione con l'ausilio di alcune cariche microesplosive, per scardinare porte e finestre, e di bombe accecanti per impedire al padrino di utilizzare le due pistole che aveva con sé.

Ieri mattina in questura ad Agrigento è stata convocata una conferenza stampa per chiarire le modalità dell'arresto del boss Messina. All'incontro ha partecipato il procuratore di Palermo e capo della Direzione Distrettuale Antimafia Francesco Messineo, che ha espresso la sua soddisfazione per l'arresto del latitante: "L'arresto di Gerlandino Messina è una svolta storica". "Il mandamento mafioso di Agrigento, uno dei più pericolosi di Cosa Nostra, non ha più un vertice", ha aggiunto Messineo. Un vuoto di potere su un territorio molto vasto che potrebbe indurre l'ultimo capo storico ancora libero, il boss trapanese Matteo Messina Denaro, erede al vertice di Cosa nostra dopo l'arresto di Bernardo Provenzano, a estendere le sue mire espansionistiche sull'agrigentino. Ma non solo. Dopo i recenti, arresti anche la mafia palermitana attraversa un momento di grossa crisi: i boss storici e le seconde leve sono in carcere. Per il superlatitante trapanese, dunque, si aprono spazi nuovi. Il capo della Dda ha aggiunto che l'attenzione degli investigatori si concentra adesso su Matteo Messina Denaro.
"L'arresto del boss Gerlandino Messina non significa che i commercianti dell'agrigentino saranno tutelati dal pagamento del pizzo. Gli esattori del racket sono ancora liberi. Gli aguzzini continueranno a pressare gli esercenti - ha aggiunto ancora Messineo - ma è il momento giusto per ribellarsi e denunciarli per rendere finalmente Agrigento libera dal ricatto".
Francesco Messineo ha infine annunciato che oggi sarà chiesta al ministro della Giustizia l'applicazione del carcere duro per Gerlandino Messina. "Abbiamo predisposto l'incartamento utile per la richiesta di 41 bis - ha aggiunto - che partirà già domani (oggi per chi legge, ndr)".

La carriera criminale del giovane boss - Dopo l'arresto di Giuseppe Falsone, avvenuto il 25 giugno scorso a Marsiglia (LEGGI), era stato indicato come il nuovo capo provinciale di Cosa Nostra ad Agrigento in solitudine. Una sorta di numero 2 del gotha mafioso, alle spalle del boss trapanese Matteo Messina Denaro, considerato l'erede di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Non a caso era inserito nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi diffuso dal ministero dell'Interno, che adesso si è praticamente dimezzato.
Gerlandino Messina, 38 anni, aveva scalato velocemente le gerarchie di Cosa Nostra, grazie anche a un pedigree di tutto rispetto. Appartiene infatti a una "famiglia" di Porto Empedocle che ha solide e robuste tradizioni mafiose.
Il padre, Giuseppe, venne ucciso nel 1986 durante una faida con gli "stiddari" e anche lo zio Antonino ha fatto la stessa fine. Gerlandino, nonostante il diminuitivo del suo nome molto diffuso ad Agrigento, è ritenuto un boss di prima grandezza e un killer spietato. Secondo i giudici avrebbe avuto un ruolo anche nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino poi sciolto nell'acido.
Condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e vari omicidi, tra i quali quello del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, era latitante da undici anni. Dal 2001 le ricerche del boss si erano estese anche in campo internazionale. Del resto anche Giuseppe Falsone, aveva preferito trovare rifugio in Francia e cambiarsi i connotati, prima di essere egualmente scovato. Fu proprio Falsone, a indicare Messina come suo vice, nonostante la resistenza feroce dei clan rivali.
Porto Empedocle, il paese natale dello scrittore Andrea Camilleri a un tiro di schioppo da Agrigento, da alcuni decenni è infatti teatro di una sanguinosa guerra di mafia contrassegnata da stragi plateali e da una catena di omicidi. Alla fine degli anni '80 il capomafia del paese Luigi Putrone riuscì a scalzare i Messina, che furono costretti ad andare via. Ma l'operazione Akragas, scattata nel 1998, decapitò i vertici provinciali di Cosa Nostra, costringendo diversi boss, tra cui lo stesso Putrone, a darsi alla latitanza. Così mentre il capo della famiglia mafiosa di Agrigento era costretto a trovare riparo all'estero, Gerlandino Messina e lo zio Giuseppe, anche loro latitanti, facevano rientro a Porto Empedocle impadronendosi nuovamente del controllo del territorio.
A confermare il ruolo di primo piano ricoperto da Messina nell'organigramma mafioso era stato un altro capomafia agrigentino, Maurizio Di Gati, oggi pentito, che aveva parlato di un summit di mafia svoltosi nel 2003 tra Canicattì e Campobello di Licata. Nel corso di quella riunione il giovane Gerlandino, poco più che trentenne, sarebbe stato stato indicato dallo stesso Giuseppe Falsone come il suo "delfino".
Quattro mesi fa la cattura di Falsone a Marsiglia aveva proiettato il giovane boss al vertice del mandamento mafioso di Agrigento, definito di recente dalla Dia come il più pericoloso e sanguinario di Cosa Nostra. Ma Gerlandino Messina, a differenza del suo mentore, ha preferito restare nel territorio. I carabinieri lo hanno infatti arrestato a Favara, dove già nel novembre dell'anno scorso la polizia aveva scoperto uno dei covi del superlatitante. In una palazzina nel centro del paese, nascosto all'interno di un garage, gli investigatori avevano individuato un bunker attrezzato con tutti i comfort. Appesa al muro anche una cartolina di Porto Empedocle e delle dediche per il 37/o compleanno del boss. L'ultimo festeggiato in liberta.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, La Siciliaweb.it]

 

 

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25 ottobre 2010

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