''Hanefi sta bene''. L'ambasciatore italiano a Kabul ha incontrato ieri il collaboratore di Emergency

01 giugno 2007

Ieri l'ambasciatore d'Italia a Kabul, Ettore Sequi, ha potuto effettuare nel carcere della capitale afghana una visita a Ramatullah Hanefi, il medico di Emergency arrestato subito dopo la liberazione di Daniele Mastrogiacomo. L'ambasciatore italiano ha riferito che Hanefi sta bene e potrà difendersi in un regolare processo.
Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha espresso la propria soddisfazione non solo per le buone condizioni di salute di Hanefi, ma anche perché tale visita era stata ripetutamente richiesta alle autorità afghane, da ultimo anche in occasione della recente missione effettuata dal ministro a Kabul.
Nel corso dell'incontro, l'ambasciatore Sequi ha potuto verificare che nel complesso le condizioni di salute di Ramatullah Hanefi appaiono soddisfacenti, compatibilmente con la situazione di detenzione nella quale egli si trova. Hanefi si è mostrato particolarmente provato dalla prolungata condizione di isolamento, ma ha riferito di essere regolarmente visitato da personale medico.

Sequi ha ribadito alle autorità afgane la necessità di prevedere per Hanefi un trattamento pienamente conforme ai principi di umanità e di rispetto dei diritti fondamentali. Inoltre, Sequi ha verificato che la difesa di Hanefi potrà essere assunta dal legale richiesto dalla famiglia e da Emergency.
''Si tratta di uno sviluppo positivo della vicenda, ma che non può essere ancora ritenuto sufficiente'', ha detto il ministro D'Alema, dopo che da Postdam, dove si trova per partecipare alla riunione dei ministri degli Esteri del G8, è tornato a chiedere al governo di Kabul di fare chiarezza sulla vicenda giudiziaria di Hanefi. ''Senza prove concrete a suo carico, Rahmatullah Hanefi dovrà essere liberato. I termini previsti dalla legge afghana stanno scadendo, quindi o ci sono prove, e allora nelle prossime ore devono esibirle e passare a un processo formale, oppure Hanefi dorà essere scarcerato''. D'Alema ha inoltre spiegato che ''la Farnesina e il Governo italiano continueranno a svolgere ogni utile azione affinché eventuali capi di imputazione nei confronti di Hanefi vengano formalizzati al più presto, anche in ragione del fatto che la sua carcerazione si è protratta troppo a lungo''. Inoltre, ha assicurato il ministro, l'Italia vigilerà perché ''si avvii un regolare procedimento giudiziario improntato a criteri di massima trasparenza e di garanzia dei diritti della difesa, o, in alternativa, si proceda altrettanto sollecitamente all'archiviazione del caso''.

D'Alema VS Kabul
di Em.Gio. (il manifesto, 31 maggio 2007)

Fuori le prove o fuori Hanefi. Non è che Massimo D'Alema usi esattamente questo gergo ma la sostanza è tale. Roba forte dopo una sfilacciatura di giorni, dal viaggio a Kabul del titolare degli Esteri nel quale Karzai aveva detto che le prove su Henefi, detenuto dai servizi segreti afgani, sarebbero arrivate nel giro di ore. Al vicepremier l'attesa di una settimana deve essere sembrata francamente troppo e per cantarle chiare ha aspettato una sede dove le parole rimbombassero più forte: il vertice a Potsdam con i colleghi dei paesi del G8 e dove c'erano anche gli afgani, in vista della loro partecipazione al summit dei ''grandi'' a cui mancano un pugno di giorni. ''Si sta arrivando ormai alla scadenza dei termini per la detenzione del mediatore di Emergency - dice il ministro ai colleghi delle agenzie al seguito - se le autorità afgane hanno prove le mostrino altrimenti lo liberino''. Ma la dichiarazione non è solo ad uso e consumo interno o per Emergency che, nelle stesse ore, accusa chi invoca per Hanefi un ''un giusto processo'' di sostanziale complicità con Kabul. D'Alema infatti chiarisce che della vicenda Hanefi ha, a Potsdam, parlato col suo omologo afgano Rangin Dadfar Spanta. E, aggiunge, ''siamo in continuo contatto con le autorità afgane, qui, ma anche attraverso l'ambasciatore italiano in Afghanistan''. Secondo il titolare della Farnesina, Kabul sa benissimo che la questione ''richiede una soluzione immediata. I termini previsti dalla stessa legge afgana stanno scadendo''. I termini per altro sono del tutto vaghi, essendo Hanefi sotto custodia dei servizi segreti, ma è chiaro che D'Alema si riferisce alla promessa fatta da Karzai il 21 maggio, durante la visita di stato a Kabul.
Dunque, conclude, ''ho ci sono prove, e allora nelle prossime ore devono esibirle e bisogna passare a un processo formale, oppure Hanefi dovrà essere scarcerato''. Che la cosa sia già stata oggetto di polemica D'Alema lo chiarisce subito, dicendo che le autorità afgane ''sanno benissimo che la pressione italiana è fermissima e sanno anche che il trattamento di tale questione è sotto gli occhi dell'opinione pubblica internazionale, ed è anche un test del rispetto delle regole dello stato di diritto''. E' l'affondo con cui D'Alema fa capire che il dossier Hanefi è già finito sul tavolo di Potsdam e, quel che è peggio, potrebbe finire su quello degli ''otto'', finanziatori e i fornitori di militari che supportano il fragile governo Karzai. Chiarissimo.

Sulla vicenda Hanefi intanto interviene anche Emergency per dire in una nota che non solo l'incontro D'Alema-Karzai ''non ha sortito effetti positivi'' e che anzi il colloquio si è dimostrato un ''irridente inganno al ministro degli esteri italiano'' ma che, aggiunge velenosamente, ''con nessun senso della realtà o del ridicolo, e con scarsissima preoccupazione della dignità propria, il governo italiano prepara un incontro a Roma sulla giustizia in Afghanistan, lusingato e compiaciuto che Karzai assicuri la propria presenza''. Ma al di là delle polemiche l'Ong milanese aggiunge quelli che chiama alcuni ''non-sviluppi'' della situazione: ''Venerdì 18 maggio - scrive Emergency - alle 'autorità giudiziarie' sarebbe stato consegnato un 'fascicolo Hanefi', formatosi in maniera incontrollata. Nel frattempo si è tentato d'imporre a Rahmatullah un avvocato scelto dall'autorità inquirente, pur essendo noto che un altro avvocato era stato indicato dalla famiglia: a questo avvocato è sistematicamente impedito di avere un colloquio diretto e riservato con Rahmatullah''. Aggiunge Emergency che le risulta che Hanefi ''si trovi in preoccupanti condizioni psicologiche e abbia terrore di firmare anche il conferimento d'incarico all'avvocato suggerito dai parenti, oggetto di 'pressioni d'ogni genere' e nel 'mirino dei servizi segreti'. Le scadenze previste anche dalle autorità competenti sono quotidianamente rinviate, gli impegni sistematicamente elusi, mentre si è giunti a 72 giorni di illegale detenzione, un autentico sequestro di persona''.

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01 giugno 2007

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