"'Marxisti infilzati' diventerebbe un marchio"

Anders Behring Breivik, lo sterminatore norvegese, chiede un processo a porte aperte per spiegare i motivi del suo gesto

25 luglio 2011

" Novembre 2010 , addestramento al tiro, necessario per ottenere la licenza per la Glock". "Dicembre, iniziato ciclo di steroidi, mai stato in forma come adesso, sono passato da 86 a 93 chili e ho incrementato la mia forza. Servirà". Gennaio 2011: "Acquistati 550 dollari di munizioni da un piccolo distributore americano che a sua volta si rifornisce da un altro rivenditore".
Sono alcune delle pagine agghiaccianti di Anders Behring Breivik che ricostruiscono mese per mese, e poi persino giorno per giorno tutte le fasi di preparazione della strage compiuta venerdì (LEGGI). E proprio a venerdì, alle 12.51, si ferma il diario: "Questa è la mia ultima entry, cordiali saluti".
In mezzo alle 1500 pagine, tra deliri nazionalisti copiati da Unabomber - come riferiscono oggi i media norvegesi - ci sono mesi di qualcosa che definire follia sarebbe riduttivo: studi per estrarre l’acido acetilsalicilico dalle aspirine e farne un acceleratore della combustione, la raffinazione dei fertilizzanti per l’esplosivo, l’accumulazione del materiale "sufficiente per 20 bombe". Anche gli intoppi, tutto è annotato pedissequamente. "Fallimenti logistici: devo ripensare la questione del silenziatore, l’importatore che avevo contattato ha cancellato tutti gli ordini privati. Non vorrei surriscaldare l’arma, forse devo pensare ad una baionetta. 'Marxisti infilzati' diventerebbe un marchio".

Tra un passaggio e l’altro il tempo di apprezzare i suoi progressi nella società massonica, i commenti sulla politica estera, le riflessioni sulla sua sopravvivenza economica e soprattutto quella del progetto. Cui torna rapidamente: "Devo pensare ad una strategia di fuga, non più di dieci minuti, con kit di sopravvivenza, armi, munizioni". "Vicino alla fattoria c’è la più grande base militare norvegese. Sarebbe stato molto più pratico andare a chiedere in prestito un po' di C4".
Il finale è un crescendo: gli ultimi 82 giorni di preparazione sono raccontati ad uno ad uno. Perché, dice Breivik, "se avessi saputo prima quel che so oggi, ci avrei messo 30 giorni e non ottanta". Seguendo la guida, scrive, "chiunque può preparare una operazione spettacolare".
In questo folle "manifesto", Breivik attacca inoltre il multiculturalismo e afferma che gli immigrati, specie se musulmani, dovrebbero essere banditi dall'Europa. Il testo è firmato Andrew Berwick, apparentemente una versione anglicizzata del suo nome.

E a 48 ore dalla strage, mentre la la Norvegia è ancora sotto choc, Anders Behring Breivik ha ammesso di aver fatto fuoco a Utoya e anche le responsabilità della bomba a Oslo. "Ho fatto tutto da solo", ha detto agli agenti. Il capo della polizia Sveinung Sponheim ha fatto sapere che intende comunque verificare tutte le sue affermazioni, aggiungendo che "alcune dichiarazioni di testimoni non hanno detto certezza se vi fosse uno o più sparatori".
Geir Lippestad, avvocato di Anders Behring Breivik, ha riferito che il suo assistito ha descritto le ssue azioni come: "Atroci, ma necessarie". "Ha ammesso le circostanze e darà maggior informazioni all'udienza in tribunale". che vorrebbe fosse celebrato a porte aperte. Secondo quanto riferisce il quotidiano norvegese Aftenposten, Breivik, durante il lungo interrogatorio a cui è stato sottoposto dalla polizia, ha confessato che sull'isola di Utoya sperava di uccidere l'ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland. Agli inquirenti, Breivik ha spiegato che voleva uccidere la Brundtland quando è venuta a parlare al campo estivo laburista all'inizio del pomeriggio di venerdì, ma che è arrivato troppo tardi. L'ex primo ministro laburista, alla guida del paese per tre mandati fra il 1981 e il 1996, è stata definita "assassina del Paese" nel delirante manifesto di 1500 pagine che Breivik ha diffuso su Internet.

La polizia non sta ricercando al momento altre persone, ma non esclude che il sospetto abbia ricevuto aiuto. Al momento dell'arresto sull'isola di Utoya Breivik aveva con sè "molte munizioni", ha poi detto Sponheim ai giornalisti, aggiungendo che quando l'uomo si è arreso aveva con sè due armi. Gli agenti, ha riferito Sponheim, sono arrivati sull'isola circa un'ora dopo che è stato lanciato l'allarme.
Il capo della polizia ha confermato che il bilancio delle vittime di Utoya è salito a 86, dopo la morte di un ferito, mentre a Oslo 7 persone hanno perso la vita. I feriti nei due attacchi in Norvegia sono invece 97. Nelle scorse ore la polizia ha parlato anche di quattro o cinque dispersi a Utoya e di corpi rimasti negli edifici colpiti dall'esplosione.
Intanto sei persone sono state arrestate e poi rilasciate a Oslo nell'ambito dell'operazione di polizia avviata in connessione con i due attacchi di venerdì.

Dai racconti dei sopravvissuti emergono particolari inquietanti: alcuni sono rimasti nascosti fino a sabato mattina. "Ieri abbiamo salvato molta gente che era in acqua", ha raccontato Jahn Petter Berentsen, un volontario della Croce Rossa. I sopravvissuti e i familiari accorsi per abbracciarli si sono ritrovati l'altro ieri in un albergo di Sundvollen, sulla riva del fiordo di Tyri dove si trova l'isoletta di Utoya. Con loro medici, psicologi e religiosi che hanno cercato di rispondere al desiderio dei ragazzi di raccontare la loro terribile esperienza e farsi confortare. Ieri erano ancora al lavoro squadre della Croce rossa per cercare gli ultimi dispersi, mentre sulla strada della terraferma passavano i carri funebri con i morti.
I primi ragazzi in fuga sono stati raccolti venerdì notte dalle barche degli abitanti della zona. Inizialmente sono stati portati tutti nell'abitazione di un medico. "Un giovane mi ha raccontato che una pallottola è passata sopra la sua testa e si è conficcata in un albero", ha detto il tassista Martin Engbretsen, che ha aiutato nel trasporto. "Hanno tante storie da raccontare di quello che hanno sofferto, di come si sono nascosti, come sono saltati giù dalle finestre, si sono buttati a terra, come hanno corso verso il fiordo e si sono messi a nuotare", ha riferito il pastore luterano Torunn Aschin, che ha assistito diversi ragazzi.

L'intera Norvegia è in lutto per i morti di Oslo e Utoya. Ieri, una messa funebre si è svolta nella cattedrale della capitale norvegese, alla presenza di re Harald, la famiglia reale, il primo ministro Jens Stoltenberg, membri del governo ed esponenti di tutti i partiti. La tragedia di Utoya ha coinvolto direttamente anche la famiglia reale norvegese. Fra le vittime della strage vi è anche il fratellastro della principessa Mette Marit, Trond Berntsen. Lo ha reso noto la portavoce del palazzo reale, Marianne Hagen. Berntsen era un ufficiale di polizia fuori servizio. Era figlio del patrigno della principessa, morto nel 2008. Mette Marit è la moglie del principe ereditario Haakon.
"Siamo un popolo in lutto, ma nel pieno del dolore cerchiamo la speranza", ha detto il vescovo Ole Christian Kvarme. "Oggi è un momento di lutto, la perdita di ogni vittima è una tragedia, un disastro nazionale", ha affermato Stoltenberg prendendo parola durante il rito. "La nostra risposta alla enormità del male sarà più democrazia, più umanità", ha aggiunto.
Sul sagrato della cattedrale una montagna di fiori deposta dai cittadini norvegesi. Molti hanno portato anche candele accese.

[Informazzioni tratte da Il Fatto Quotidiano, Adnkronos/Ing, Corriere.it]

 

 

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25 luglio 2011

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