"Nel deserto abbiamo perso l'anima"

La testimonianza raccolta da Sciabica, una "rete" gettata tra le storie di chi è rimasto a Lampedusa

19 novembre 2013

"Nel deserto abbiamo perso l'anima". A piedi nudi sulla sabbia bollente, in mano a mercenari e trafficanti, vittime di stupri di gruppo e di violenze. Rapiti e derubati di ogni risparmio. La via crucis dei rifugiati termina con l'imbarco per l'Italia, su carrette del mare pronte ad affondare, ma comincia molto prima: dal deserto.
"Per le femmine è peggio". Eccolo il viaggio dall'Eritrea a Lampedusa: "Ci sono tra di noi tantissime donne. Le donne se le scambiano come bambole. Per le femmine è peggio. Le scelgono, le prendono, fanno con loro le cose stupide (le stuprano).  Dicono "questa, questa e questa" e diventano intrattenimento personale. Non le lasciano più. Nessuno di noi parla. Non puoi parlare. Loro sono armati, noi siamo nudi. Così il tuo cuore si stringe senza fare niente. Questi uomini hanno malattie, hanno HIV e non usano protezione mentre fanno le loro cose".

Il sopravvissuto. A parlare è un migrante eritreo. Prima di sopravvivere al naufragio del 3 ottobre nelle acque di Lampedusa, quest'uomo di 38 anni è stato tenuto in ostaggio e passato di mano tra bande di trafficanti. Con lui, donne e bambini che non sono mai riusciti a imbarcarsi verso l'Europa e dei quali si è persa ogni traccia. "Ti chiedono etiope o eritreo? Se sei eritreo, sei cristiano, ti trattano peggio. Nel Sahara non puoi reagire. Se reagisci ti sparano nelle ginocchia, nella testa e ti lasciano nel deserto".

Una voce per non dimenticare. La sua testimonianza in lingua tigrina è stata tradotta da un italo-eritreo e raccolta da Sciabica, parola di origine araba che significa rete da pesca: una rete gettata tra le storie di chi è rimasto a Lampedusa, ora che i riflettori si stanno spegnendo. Sciabica è una piattaforma digitale, popolata di racconti e foto: un sorta di archivio della memoria, ideato da Fabrica (centro di ricerca sulla comunicazione, fondato nel 1994 e aperto a giovani creativi di tutto il mondo) e affidato a internet. [Articolo di Vladimiro Polchi, Repubblica.it]

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19 novembre 2013

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