''Non abbiamo niente da perdere, se non le nostre catene''. Lo sciopero della fame contro l'ergastolo

04 dicembre 2007

Carceri, ''fine pena mai'' sciopero del cibo dietro le sbarre
di Alberto Custodero (Repubblica.it, 1 dicembre 2007)

Contro il carcere a vita, per protestare contro il ''fine pena mai'', centinaia di ergastolani cominciano da oggi (sabato scorso per chi legge, ndr) uno sciopero della fame. E per 50 istituti penitenziari italiani è rischio paralisi. I 755 reclusi che hanno annunciato l'astensione dal cibo, avranno diritto all'assistenza sanitaria di medici che dovranno tenere sotto controllo costantemente le loro condizioni di salute. Per i 40 che hanno deciso di scioperare ad oltranza si prospetta una situazione etica di non facile soluzione: potrà il direttore del carcere costringerli a nutrirsi? A questo dilemma risponde la senatrice Maria Luisa Boccia, fra i pochi politici a sostenere i detenuti ''fine pena mai'' in lotta e per questo da loro battezzata la ''fata rossa degli ergastolani''. ''I detenuti a vita - ha dichiarato la senatrice Boccia - hanno diritto di fare lo sciopero della fame. E i direttori delle carceri non hanno alcuna facoltà di impedirglielo con la nutrizione coatta''.
L'organizzazione della protesta è affidata al sito Internet dell'associazione di volontariato fiorentina "Pantagruel". E' proprio su questo network del detenuto italiano che approda il tam-tam carcerario e consente a chi sta in prigione di ''mettersi in rete'', pubblicando tutto ciò che la censura gli consente: racconti, poesie, lettere. Ma anche denunce di condizioni disumane di vita.

L'idea di organizzare uno sciopero della fame l'ha avuta un ergastolano di Spoleto, Carmelo Musumeci: la sua lettera, pubblicata su Internet (''consapevole che le cose non si ottengono solo con la speranza, ho deciso di fare qualcosa: non mangiare''), ha fatto ben presto il giro dei lunghi corridoi delle prigioni. E in poche settimane sul sito sono comparse le risposte, centinaia di adesioni da tutte le carceri italiane. Con un testo sempre uguale: ''Per il rispetto dell'articolo 27 della Costituzione secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, dichiaro che dal primo dicembre 2007 inizierò uno sciopero della fame ad oltranza a sostegno dell'abolizione dell'ergastolo'' (''Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato'').
Lo slogan dello protesta Internet degli ergastolani è ''Non abbiamo niente da perdere, se non le nostre catene''. E a dimostrazione che l'ergastolo sia spesso davvero una condanna a vita, c'è la storia di Giuseppe Sanzone, 58 anni, in cella dal 3 febbraio del 1969. Pur fra alterne vicende, compreso un delitto commesso durante un'evasione, è lui il ''nonno'' degli ergastolani: aveva 21 anni quando entrò in carcere, ne ha trascorsi dentro 38, attualmente si trova a Milano Opera. Altri due uomini risultano imprigionati - anch'essi con storie complesse alle spalle - dal 1970, Angelo D'Auria e Vito D'Angelo, entrambi a Favignana.

Per gli ergastolani la fine della pena, sulla sentenza, è indicata non con una data, ma con un avverbio: ''mai''. Da qui lo spunto per chiamare provocatoriamente la loro campagna per l'abolizione dell'ergastolo con il titolo del film del regista Irvin Kershnre, ''Mai dire mai''. Lo spirito che anima questa mobilitazione carceraria è contenuto nella lettera di uno dei più ''anziani'' detenuti a vita, Antonino Marano - in carcere da 30 anni - scritta dal carcere palermitano dell'Ucciardone. Diventata, se così si può dire, il manifesto politico del movimento ''ergastolani in lotta''. ''All'ergastolo - dice Marano - preferisco la pena di morte. Ma mi devono fucilare loro, perché io, da vero siciliano, considero il suicidio un atto di vigliaccheria. E non lo farò mai''.

Lo sciopero della fame è stato sottoscritto non solo dai 750 ergastolani, ma anche da altre 10 mila persone, fra familiari, detenuti comuni, politici. Fra questi anche il deputato di Rc Francesco Caruso. Nell'elenco di chi ha aderito alla protesta spiccano boss del calibro di Carlo Greco, uno dei 16 mandanti, secondo la Corte d'Assise d'Appello di Catania, delle stragi del '92 in cui furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Compaiono anche Domenico Belfiore, condannato per l'omicidio del procuratore torinese Bruno Caccia, e Bernardo Riina, l'uomo che poteva raggiungere direttamente il covo di Bernardo Provenzano. Ma c'è anche il re delle evasioni Klodjan Ndoj, protagonista di una fuga rocambolesca, nell'aprile del 2005, da San Vittore. E Angelo Nuvoletta, accusato dell'omicidio del giornalista Giancarlo Siani.
La protesta anti-ergastolo ha provocato, in carcere, un fenomeno del tutto nuovo sotto osservazione ora da parte dell'Ucigos (Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e per le Operazioni Speciali): la solidarietà ai carcerati in sciopero della fame da parte di alcuni detenuti accusati di terrorismo islamico. Anche Yamine Bouhrama, sospettato insieme ad altri sei magrebini di far parte del ''Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento'', rifiuterà da oggi il cibo.

E' difficile, tuttavia, che dopo le polemiche sollevate dall'indulto, il governo metta all'ordine del giorno una discussione parlamentare per l'abolizione dell'ergastolo. ''Le proteste dei detenuti - ha dichiarato Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia - evidenziano un problema reale. Sono favorevole al superamento della pena a vita, anche perché non ha la minima relazione con le esigenze di sicurezza dei cittadini. Ma non è questo l'orientamento del ministro e del governo che non ritengono attuale la questione''. Premesso ciò, per Luigi Manconi ''lo sciopero della fame dei carcerati è uno strumento legittimo di manifestazione della propria opinione, come tale va rispettato. E, nei limiti del possibile, ascoltato''.

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04 dicembre 2007

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