''Piero Guccione - Intorno all'orizzonte''. Testo di Cristina Alaimo

20 novembre 2006

Spunti per un discorso sulla rarefazione
di Cristina Alaimo

A volte, non molto spesso, si incontrano lungo il lavoro di Piero Guccione brani di materia. Recentemente, la scorsa primavera, in mostra a Parigi erano esposte due opere: ''Il cavaliere e la morte'' (1990), d'apres dal Dürer ispirato all'omonimo racconto di Leonardo Sciascia e un ''Paesaggio'' (2004/05), in cui l'orizzonte era quasi occluso dai materiali di risulta, pezzi di legno, plastiche e altro costituivano l'ossatura del paesaggio desolato e desolante che, arrampicato sul campo visivo, intrappolava l'occhio e impediva ogni possibilità di fuga.
Rispetto alla strada che Guccione percorre ''Intorno all'orizzonte'' questi episodi appaiono e si costituiscono come contraltare concettuale e fisico, tangibili e spessi nella loro dimensione di umanità e materia. Si tratta di una sorta di opposizione che gioca comparendo solo raramente e sembra quasi stia lì per sottolineare ancor di più la prassi pittorica di Guccione, una materia che s'insinua fra le pieghe del percorso usuale che nella purezza e nella rarefazione del segno, quasi polverizzato ormai, definisce l'opera dell'artista.

In un pastello del 1980 ''Plastiche e pietre'' è visibile una contrapposizione di materie in successione temporale. Un accavallarsi di due tempi della pittura, con un moto ondoso che domina le plastiche sulla base dell'opera, raggrumate e contratte come se impedissero la capacità di movimento, prima dell'occhio, poi dell'intelletto. In seguito, sovrapposte ad esse le pietre, disegnate, tratteggiate di pastello e semidefinite si sciolgono ancor più sopra in un paesaggio sfumato ma ancora scuro, interrotto brevemente da sassi sparuti e quasi abbandonati, ultimi avamposti di un dominio che già appartiene ad altro. Alto infine ma netto appare l'orizzonte in cima all'opera, solo per un attimo e solo lungo un lembo del margine superiore fa intravedere un cielo terso e cristallino che basta a dominare il respiro trattenuto, a lasciare una speranza all'occhio che vi trova rifugio e consolazione. Due tempi di visione che nella netta separazione si concettualizzano e diventano capaci di dare l'idea dell'uomo e della sua contraddittorietà: da una parte l'uomo contemporaneo, inserito nell'oggi e nella storia, l'uomo d'azione, dall'altra dell'uomo in senso eterno, l'essere umano con i suoi nodi profondi e la sua capacità di contemplazione.

È ancora un altro pastello del 1985 ''Siepe e albero prima del tramonto'', a rafforzare la suggestione, dove le plastiche e gli inserti di materia suggeriscono nuovamente la forma del tempo. Sono presenti anche qui due dimensioni che si alternano e sulla scia di percezioni estetiche ed emozionali riescono a narrare della doppia forma dei tempi dell'animo umano. I materiali di risulta prendono la forma dell'uomo ''spesso'', l'uomo che scivola nella fretta, che tradisce la natura e se stesso, l'uomo che produce voracità e superficialità e che ogni tanto pur compare in ognuno di noi (nei più fortunati a volte, ai più, frequentemente). Sempre disposti alla base del quadro i brani di materia questa volta non hanno sistema, non appaiono dominati da un unico movimento ma anzi, tagliano in due la composizione con la loro presenza trasversale, perpendicolare alla base e al movimento del pastello che definisce il paesaggio circostante, una contrapposizione di moto e materia, che si gioca nell'immediata resa di non appartenenza, di non armonia. Anche questa volta un brano di cielo fa capolino dall'angolo superiore destro, ridando luce e speranza all'idea di aggressione che i materiali suggeriscono all'intelletto fruitore e così facendo liberano lo sguardo che fugge verso orizzonti di calma e limpida visione.

È nata in questo modo, dall'osservazione di alcune delle opere in cui sono presenti tali materiali, la sensazione di essere davanti alla concettualizzazione di due tempi della pittura, ma anche di due forme distinte di teoria del tempo che si accavallano giocando sulla poetica dello sguardo e del sentimento dell'uomo. Percorrendo all’indietro un po' di strada e ragionando sulla doppia dimensione di fattura artistica del tempo si è arrivati agli anni dei pastelli sopra citati.
In effetti, durante gli anni Ottanta, il lavoro di Guccione si definisce su due importanti cicli: ''Friedrich'' e ''Dopo il vento d'occidente'', in cui i lavori da un lato aprono alla contemplazione malinconica e attenta, all'essere presenti davanti all'infinito e dall'altro si manifestano aperti come melograni sulle ferite, sulla carne dei tronchi dei carrubi devastati dal vento. Proprio partendo da questo significativo momento lungo la strada per la rarefazione, si è tentato di riannodare la riflessione sulla materia.
Ciò che viene suggerito è il funambolico equilibrio fra malinconia e passione, fra contemplazione estrema e azione viva. Sono brani di un discorso artistico in cui il pastello e il suo segno incidono il palpito della visione e contemporaneamente sfumano i contorni della memoria, dell'osservazione vigile e presente a se stessa.

Si avvitano due tempi nel lavoro dell'artista, due modalità di percezione del reale che riacciuffate ora appaiono come la capacità di raccontare la profonda ed eterna contraddittorietà dell'animo umano. Il tocco umano: la contraddizione.
Un solco scava la contemplazione, i tempi lunghi dell'attesa e delle soste guardando l'orizzonte, del respiro lungo davanti al mare e all'infinito, la sagoma di Friedrich compare affacciata verso il nulla, lo sguardo si concentra sul vuoto del reale, arriva a piegarsi a codici essenziali entro cui svanisce l'illusorio e appare leggera la possibilità di sciogliersi nel circostante visibile e invisibile. Nel tocco pittorico, i tempi lunghi della contemplazione si declinano nel lento uso dell'olio, la sovrapposizione di piccole punte di pennello che si fondono l'una con l'altra in un patto tacito in cui ognuna rinuncia a se stessa per il tutto.
Un solco ancora invece, scava il cuore e il palpito dell'immediato, anch'esso invisibile per la verità e però contratto, veloce, abbagliante nella sua necessità di non permanere, di non poter fermarsi. Un tratto emozionale, come quello del pastello, più nitido, a volte percettibile come un guizzo, una sinuosità della polvere che segue l'occhio attento ai minimi sommovimenti dell'animo. Qui nel tronco del carrubo ferito, aperto e sanguinante, entro cui si vede il vento, la violenza della natura, la sua potenza improvvisa e irrazionale.

Se per un attimo si pensasse di dividere le due strade, se si potesse tagliare a metà l'animo umano, ci si accorgerebbe che vanno verso direzioni opposte. Una aspira a sciogliersi nell'infinità del silente sguardo, mentre l'altra tende a coagularsi in un baleno, in un battito di ciglia, in un raggrumarsi di sangue che scuote, che spalanca gli occhi.
È questo il punto in cui s'insinua la riflessione che giocata sulle due estremità della rarefazione e della materia nera, racconta della scomposizione temporale, ''tempo su tempo'' tempo veloce e tempo lento, lentezza e rarefazione da un lato e battito veloce e grumi di materia dall'altro.
Se la conseguenza della prima è l'assenza di segno visibile, lo sciogliersi nell'azzurro, dall'altro lato arriva alla presenza spessa della materia come oggetto. L'opera con gli inserti di materia ha, nella sua realizzazione, il tempo più breve in assoluto, il gesto pittorico si contrae fino a scomparire nel già fatto e il tempo di realizzazione si contrae in uno spasimo di percezione e tocca terra. La contemplazione scompare nell'azione.

Si diceva del tocco umano che può stare nella contraddizione, oggi declinata sotto varie forme di pensiero che - contraddittorio anch'esso - si alternano fra la concezione di una rapidità moderna e la cristallizzazione di un'antichità lenta, contemplativa. Il vecchio statuto della modernità giocato fra metropoli e campagna e spiegato anch'esso per opposizione di tempi lunghi e brevi, attese e fugacità.
Intrecciandosi queste due pur semplicistiche riduzioni concettuali riescono a dare l'idea dell'animo umano e la sua capacità di esprimersi, di dibattersi lungo il proprio percorso, declinandolo.
Il tocco di Guccione si avvita anch'esso, secondo questa lettura, fra un tempo lungo dell'olio e un tempo breve del pastello. Una sovrapposizione di tempi che tra percezione del vissuto e rielaborazione artistica trovano nelle due strade, intersecate e fuse, due vie privilegiate per sfiorare le frasi primordiali che la parola con il suo sistema di narrazione per tempi in successione non ha.

Anche nella mostra ''Intorno all'orizzonte'' sono presenti alcune opere che hanno inserti di materia. In ''Luce e lutto nella conca d'oro'', pastello del 2000, l'immagine della città di Palermo è concettualmente giocata su di un piano avvicinabile a ''Siepe e albero prima del tramonto''. La composizione è tagliata in due, nell'area inferiore i materiali di risulta e le plastiche parlano di una città nera e buia, la città degli sprechi e delle menzogne, la città amara e vergognosa, specchio dell'animo spesso e grossolano dei suoi abitanti, dei tempi brevi dell'indifferenza e della prepotenza. La parte superiore profuma di poesia e di intuizioni, di gelsomini e cantilene, del profilo del ''Pellegrino'' e di mare in cui gli occhi si chiudono a fessura per afferrarne la bellezza e la splendida capacità di lontananza e di azzurro. E in cui il movimento del tratto è soffice e inafferrabile, campiture soffuse e lente giocano nel tener testa alla sistemazione - anche qui trasversale e conseguentemente di violenta percezione - delle plastiche e dei legni del campo inferiore dell'opera, applicate con i tempi brevi del collage.

A conclusione del percorso in cui, senza dubbio, le parole hanno forzato il ragionamento si vuole suggerire la lettura della soluzione alla contraddittorietà emersa fin qui.
La soluzione è il moto, il movimento che condiziona diverse fasi dell'uomo collegandole fra loro, ed è la dissoluzione. L'idea più immediata di scioglimento è naturalmente la morte fisica che proprio per la sua presenza dà significato al tempo e all'immanenza; ma ci sono almeno altri due momenti di morte, meglio dissoluzione (per non impressionare chi scrive e chi leggerà) e sono l'amore e l'arte.
Tutte e tre le fasi conferiscono senso al tempo e senso all'uomo in quanto percorso che può compiersi, ascesi verticale verso una scomposizione nell'essenza delle cose e un'acquisizione di leggerezza che abbandona i grumi, le zavorre del materiale inteso come plastiche ma anche come personale, individuale, corruttibile.
Nelle opere di Guccione tale movimento si avverte attraverso due momenti legati alla poesia della materia che danno validità alla capacità dell'arte di poter offrire soluzione alle contraddizioni di forma e di concetto dell'uomo e del tempo. Sono le opere in cui la materia non è soltanto inserita nella composizione ma anche agìta, quando l'artista vi interviene sopra con brani di pittura, di colore, con segni (Plastiche e pietre, 1980, Fine dell'estate, 1988, Fine dell'estate 2 (Per R. Guttuso), 1987 per esempio) o inserita in paradigmi culturali, cui l'artista si ispira (Per il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, 1987, Per Tristano e Isotta. Spento nella morte sia il giorno, 1998, Norma. III atto, finale, 1990 per esempio e l'iniziale Il cavaliere e la morte, 1990 in cui il doppio riferimento pittorico e letterario aumenta la forza del dipinto). Queste opere e il lavoro attraverso cui sono create ben suggeriscono la funzione dell'arte e la sua capacità di poter intervenire sulla materia dell'uomo, sui suoi stati ''spessi''.

Stesso discorso merita ''Paesaggio di Serrauccelli'', una piccola opera del 2002, in cui è l'intera composizione a dipanare la poesia della materia e a rendere chiaro il modo in cui la contraddittorietà dell’animo umano e dei suoi tempi riesce a trovare assoluzione.
Nell'opera la percezione di tale movimento è data in primo luogo dalla visione, dalla materia che concentrata in basso si decompone nei piccoli uccelli che si alzano verso il nulla; poi dalle varie dimensioni del tempo, coagulato nel margine inferiore, un tutt'uno condizionato solo dalla forza della compattezza materiale e delle sue pieghe, poi scomposto nelle forme delle varie traiettorie del volo, infine dileguato nell’orizzonte. Il riferimento a Van Gogh rafforza ancor di più il concetto conferendo all'arte - morte dell'individuo ''spesso'' di cui si diceva - il potere consolatorio di una via di fuga privilegiata ed eterna, risolvendo la questione degli opposti, sanando la ferita con un'epifania di morte che prima ancora di quella vera (che è pur essa un'epifania per chi crede che ci sia qualcosa dopo) ha il potere di rivelare quel senso nascosto, fuggito per paura o superstizione in una reazione di attaccamento alla materia che in questo modo prende forma e significato.

''Piero Guccione - Intorno all'orizzonte''
Galleria 61 - 25 novembre - 23 dicembre 2006
Via XX Settembre, 61 - Palermo
Tel/fax 091/329229
www.galleria61.com
info@galleria61.com

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20 novembre 2006

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