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"Qui è morta la speranza dei palermitani onesti"

30 anni fa l'omicidio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. 30 anni di intrecci e segreti

03 settembre 2012

C'era un inquieto presagio nelle parole che Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva affidato a Giorgio Bocca nella sua ultima intervista: "Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo". Quelle parole davano forza a un senso di impotenza, frustrazione, ostilità che accompagnò Dalla Chiesa nei suoi cento giorni a Palermo. La sfida alla mafia era cominciata lo stesso giorno (30 aprile 1982) in cui era stato ucciso Pio La Torre. E si sarebbe conclusa la sera del 3 settembre 1982 in via Carini: sotto i colpi di Kalashnikov di un commando il generale fu ucciso con la moglie Emmanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo.

Mentre all'Ucciardone si brindava, in una Palermo stretta tra orrore e disperazione, una mano anonima lasciò un cartello sul luogo dell'agguato: "Qui è morta la speranza dei palermitani onesti". All'indignazione della città fece eco la denuncia del cardinale Salvatore Pappalardo che ai funerali svolti in un clima di grande tensione tuonò: "Mentre a Roma si discute Sagunto viene espugnata". Sagunto, cioè Palermo, era stata espugnata da un sistema criminale che aveva colpito lo Stato e stritolato Dalla Chiesa, lasciato solo e senza i poteri di coordinamento e di intervento a lungo e inutilmente reclamati.
All'atto della sua nomina il generale era stato chiaro.Veniva in Sicilia per colpire la struttura militare di Cosa nostra ma soprattutto per spezzare il sistema di coperture e di complicità tra la mafia e la politica. Al presidente del consiglio Giulio Andreotti aveva promesso: "Non guarderò in faccia nessuno".
L'attacco alla mafia era partito con un rapporto contro 162 boss, l'atto di avvio di un lavoro investigativo che pose le basi del primo maxiprocesso a Cosa nostra con 475 imputati e una montagna di accuse. L'altro fronte investigativo aperto da Dalla Chiesa era il sistema politico-affaristico contiguo alla mafia. Ma proprio queste iniziative, hanno scritto i giudici della corte d'assise, suonavano come un "chiaro campanello d'allarme per chi all'epoca traeva impunemente quanto illecitamente vantaggio dai rapporti tra la mafia e la politica, soprattutto nello specifico mondo degli appalti".
Per questo l'azione del superprefetto fu circondata dalle ostilità politiche ambientali. Preparata da una catena di sangue intitolata dalla mafia "campagna Carlo Alberto", con la strage di via Carini i boss poterono regolare i conti con un nemico storico implacabile che in Sicilia aveva già dato prova della sua determinazione: nel 1949 quando, giovane capitano, era stato mandato a Corleone a perseguire il clan di Luciano Liggio e tra gli anni '60 e '70 quando aveva comandato la legione dei carabinieri di Palermo.

Dopo trent'anni i processi hanno scritto una verità parziale. Sono stati condannati i sicari e i vertici della cupola tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pippo Calò. Ma i lati oscuri sono tanti: "Si può, senz'altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale". Così si legge nella sentenza che ha condannato all'ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.
L'ombra della "coesistenza" di interessi, di cui parla la sentenza, incombe su un misterioso episodio. La sera del delitto qualcuno andò a cercare nella residenza di Dalla Chiesa lenzuoli per coprire i cadaveri. Ma ne approfittò per ripulire la cassaforte dove il superprefetto teneva documenti scottanti, compreso un dossier sul caso Moro. Quando i magistrati l'aprirono non trovarono più nulla. Da quel mistero ne sono germinati tanti altri, tutti irrisolti, sull'intreccio di poteri che decretarono la fine di Dalla Chiesa.

Oggi a Palermo, per ricordare Carlo Alberto Dalla Chiesa, il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri deporrà una corona d'alloro in rappresentanza del Governo, sul luogo della strage, in Via Carini. Successivamente il ministro assisterà alla celebrazione della Santa Messa, presso la Chiesa di San Giacomo dei Militari, all'interno della Caserma "Carlo Alberto dalla Chiesa", sede del Comando Legione Carabinieri Sicilia. Nel pomeriggio il ministro Cancellieri sarà a Torino per commemorare il Prefetto Dalla Chiesa anche in terra piemontese.

"Fu un gesto così palese, smaccato, squassante. Qualche giorno dopo l'assassinio di mio padre diedi un'intervista a Giorgio Bocca. Ricordo che feci dei nomi, dissi che era stato un delitto politico e di cercare i mandanti nella Dc, dopo trent'anni non ho cambiato idea".
Così alla Stampa il figlio del prefetto Nando Dalla Chiesa. "Allora - aggiunge - non avevo alcuna esperienza politica, ma lo riconfermo in pieno. Fu una cosa così sfrontata che mi rimprovero di non avere nemmeno immaginato che potessero ucciderlo. Pensavo che se lo avessero fatto davvero, sarebbe stato come firmare il delitto. Non immaginavo ancora che in Italia in pochi avrebbero voluto vedere la firma".

"Sono perfettamente d'accordo con mio fratello: quello di mio padre è stato un omicidio politico". A dirlo è stata Rita Dalla Chiesa, l'altra figlia del generale, che oggi per la prima volta sarà sul luogo del massacro per le commemorazioni ufficiali. Intervistata dal Corriere della Sera Rita ha detto: "Ci sono voluti trent'anni e mi sono decisa all'ultimo momento. Accompagnata da mia figlia Giulia che non aveva mai messo piede in questa città". La figlia del prefetto spiega che tornerà a vivere a Palermo: "quando smetterò di lavorare, questo sarà il mio posto. Io ci voglio vivere a Palermo. Bella com'è. Dico a me stessa che la speranza dei palermitani onesti non è finita" (LEGGI).

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato al prefetto di Palermo Umberto Postiglione, ha ricordato il generale: "Ricordare il sacrificio del generale Dalla Chiesa e dei tanti che ne hanno condiviso il destino a salvaguardia dei valori di giustizia, di democrazia e di legalità, contribuisce a consolidare quella mobilitazione di coscienze e di energie e quell'unione d'intenti fra Istituzioni, comunità locali e categorie economiche e sociali, attraverso cui recidere la capacità pervasiva di un fenomeno criminale insidioso e complesso". "A trent'anni dal vile agguato al prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla moglie Emanuela Setti Carraro e al coraggioso agente di scorta Domenico Russo, crudelmente assassinati dalla mafia - scrive il Capo dello Stato - rendo commosso omaggio alla loro memoria, ricordandone l'estremo sacrificio a difesa delle Istituzioni e dei cittadini. Eccezionale servitore dello Stato, di comprovata esperienza operativa e investigativa, in Sicilia ed in altre regioni, arricchita dagli straordinari risultati conseguiti nella lotta al terrorismo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa fu inviato nuovamente nell'isola, quale prefetto della provincia di Palermo, in una fase particolarmente difficile della lotta alla mafia".
"La sua uccisione provocò un unanime moto d'indignazione - ricorda il Presidente - cui seguì un più deciso e convergente impegno delle Istituzioni e della società civile, che ha consentito di infliggere colpi sempre più duri alla criminalità organizzata, ai suoi interessi economici e ai suoi legami internazionali". "Con questo spirito di rinnovata adesione ai valori fondanti della Repubblica e interpretando i sentimenti di gratitudine dell'intera Nazione, rinnovo ai familiari del generale Dalla Chiesa, della sua gentile consorte Emanuela e dell'agente Russo espressioni di calorosa vicinanza e solidale partecipazione al loro dolore".

[Informazioni tratte da ANSA, Lasiciliaweb.it, Repubblica.it, Corriere.it, Adnkronos/Ign]

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03 settembre 2012
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