''Se Italia vuol dire Impregilo'' - La tragedia di Kainji in Nigeria (II)

Il dramma della popolazione

19 ottobre 2005
La popolazione, oggi vittima dell'inondazione, aveva già dovuto subire una prima riubicazione forzata in occasione dell'inizio dei lavori. Le imprese italiane realizzarono ad hoc un villaggio, New Bussa, dove furono deportati circa 20.000 abitanti che vivevano nelle terre espropriate senza indennizzo. Il comportamento delle imprese italiane si modellò su quello delle conquiste coloniali: saccheggio delle risorse, deportazioni, apartheid, sfruttamento intensivo della manodopera. Ingegneri, tecnici e lavoratori specializzati furono fatti venire dall'Italia. Per ospitare il personale espatriato e i numerosi familiari (quasi un migliaio di persone) fu realizzata una cittadella con oltre 400 abitazioni, uffici, un ospedale, una chiesa, una scuola, una piscina e alcuni campi da tennis. Un accampamento con servizi minimi, un postribolo istituzionalizzato e dormitori per la manodopera ''nera'' fu installato a debita distanza dalla cittadella ''italiana''. Il cantiere fu investito dal conflitto scoppiato in Nigeria in occasione della secessione del Biafra.
Una notte, nel luglio 1966, l'etnia Houssa massacrò i lavoratori Ibo residenti nell'accampamento Impresit. Ignoto il numero dei morti, ma le imprese italiane furono costrette a utilizzare i bulldozer per scavare le fosse comuni ove seppellire ''centinaia'' di vittime. Numerosi cadaveri furono rinvenuti nei giorni seguenti sulle sponde del Niger. I lavoratori italiani e i familiari furono risparmiati dalla furia omicida e pochi chiesero di essere rimpatriati, mentre gli operai Ibo massacrati vennero presto rimpiazzati da personale dell'etnia Houssa responsabile della strage.

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19 ottobre 2005

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