"Sul 41-bis non ci fu trattativa tra Stato e mafia"

L'ex Guardasigilli Giovanni Conso interrogato dai pm palermitani in trasferta a Roma

25 novembre 2010

È durato oltre tre ore l'interrogatorio dell'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, sentito ieri come 'persona informata sui fatti', negli uffici della Dia di Roma, dai pm di Palermo che indagano sulla trattativa tra mafia e Stato.
Al centro dell'interrogatorio, che è stato secretato, il provvedimento con cui, a marzo del '93, Conso revocò il carcere duro a 140 boss. Una decisione, ha ribadito l'ex ministro ai magistrati, presa in autonomia e non ricollegabile in alcun modo alla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia. Come aveva già spiegato alla commissione Antimafia, Conso ha sostenuto di aver cercato, con la revoca del 41 bis, di far cessare la strategia di sangue di Cosa nostra culminata, nel 93, con le stragi nel continente.

Del pool, guidato dal procuratore capo di Palermo Francesco Messineo e dall'aggiunto Antonio Ingroia, fanno parte anche i pm Paolo Guido e Nino Di Matteo, che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia e sul "papello" che conteneva le richieste di Cosa nostra tra le quali spiccava, appunto, la cancellazione del carcere duro.
L'ex Guardasigilli Conso anche davanti ai pm ha confermato che non ci fu interlocuzione tra Stato e mafia, e che lui non parlò del 41 bis con il colonnello Mario Mori in contatto, in quei mesi, con il sindaco mafioso Vito Ciancimino: "Non vi fu il più lontano barlume di trattativa, né quella decisione fu l’effetto di un ricatto più o meno diretto". Incalzato dai pm, l’ex ministro non ha cambiato rotta: "Non ebbi alcuna pressione o invito da alcuno". In altre parole, è ancora la versione di Conso, "tanta benevolenza" fu concessa "perché nel frattempo Cosa nostra tace dopo aver interpretato con proclami e atti atroci la linea stragista: c’era già stato l’arresto di Totò Riina, il 23 gennaio, e si parlava di un cambio di passo della mafia con il nuovo capo, Provenzano". Ecco perché, "seguii una mia intuizione e decisi di lasciar stare un atto che non era obbligatorio".

E sempre sul carcere duro, tra gli obiettivi messi da cosa nostra sul tavolo della trattativa, secondo la tesi degli inquirenti, si è incentrato, la scorsa settimana, l'interrogatorio di un altro esponente delle istituzioni di quel periodo: l'ex capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Nicolò Amato autore di un documento, datato marzo del '93, in cui si esortava il Guardasigilli a non rinnovare il 41 bis. Ai Pm Amato ha ribadito che si trattava di sue convinzioni sull'istituto del carcere duro condivise dal Viminale da cui venivano pressioni per eliminare il regime carcerario speciale (LEGGI).

[Informazioni tratte da Ansa, Corriere del Mezzogiorno]

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25 novembre 2010

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