''SuperPippo, l'ultima frontiera ovvero la politica dopo Berlusconi''

07 ottobre 2005

Con la candidatura dell'archetipo tv si compie uno scatto evolutivo ma anche un ritorno all'indietro.
Più che di voti si ha bisogno di pubblico.
SuperPippo, l'ultima frontiera ovvero la politica dopo Berlusconi
di Filippo Ceccarelli

Se il medium è davvero il messaggio, e la politica rimane l'arte del possibile, con la candidatura di SuperPippo la vita pubblica italiana compie un indubbio salto in avanti, ma segna pure un notevole ritorno indietro. Non spaventi la contrastante valutazione. Perché Pippo Baudo è così noto, così scontato, così italiano, così democristiano, così siciliano, così berlusconiano, e al tempo stesso così anti-berlusconiano, è così tutto, insomma, da risolvere in se stesso l'eterno conflitto tra apparenza e sostanza, forma e contenuto.

E la forma indica una definitiva evoluzione della politica che oltrepassati di slancio gli ambigui confini del potere, e i vincoli del servizio alla collettività, si fa spettacolo purissimo e definitivo.

Più che di voti, ha bisogno di pubblico: e da quarant'anni Pippo Baudo vive in pubblico. Ha presentato centinaia di trasmissioni e dozzine di Sanremi, ha fatto pubblicità e figli segreti, ha fatto il patteggiamento e il fidanzamento, si è sposato e si è separato, si è visto seminudo su un lettino da massaggi e con la corona in testa, ha litigato con mezzo mondo e poi ci ha fatto pace, ha avuto la villa devastata da una fior d'esplosione, ha sconfitto il cancro e si è fatto il trapianto dei capelli quando Berlusconi nemmeno se lo sognava.

Dire che è un personaggio "popolare" è dire poco. Oltre a "baudismo", sui giornali si trova anche "pippobaudo", scritto tutto attaccato e minuscolo. Dunque, si è fatto sostantivo, aggettivo, ufficio, funzione, finzione. Una volta Gianfranco Fini ha detto: "Esaurito il mio ruolo di Pippo Baudo, lascio la parola a...". Un'altra volta Michele Santoro ha sentito il bisogno di porre dei limiti: "Ma Pippo Baudo - ha detto - non è mica Dio".
Più spesso di quanto s'immagini, la rappresentazione televisiva fa cortocircuito con la mistica. E il Cavaliere l'ha capito meglio e prima di tutti. Orfana delle antiche ideologie e delle indispensabili mitologie, la tecno-politica attinge al video: e lì trova Pippo.

Protagonista assoluto, archetipo di "bravo presentatore", mandarino, demiurgo, bandiera della tv. In questo sta lo scatto evolutivo e addirittura post-berlusconiano dell'eventuale candidatura di Baudo - e della sua sicura presidenza.
Ma oltre che un punto di non-ritorno, Pippo è un ritorno all'indietro perché ha quasi 70 anni, perché è un moderato, perché piace ai bimbi e alle nonne, perché si ordina a casa e al bar, perché è l'usato sicuro, perché è un democristiano indistinto e quintessenziale, un sopravvissuto eroico e patetico, un campione di galanteria e cinismo, un esemplare antropologico paragonabile solo ad Alberto Sordi.

Anche Pippo è, a suo modo, una maschera italiana.
Soltanto lo spirito vanitoso e minoritario di un socialista in carriera poteva rimproverargli un'attitudine "nazional-popolare". Era il remoto 1987, e in questo modo l'allora presidente della Rai Enrico Manca pensava di toglierselo di torno. Pochi mesi dopo un giornalista intelligente, profetico - e democristiano - come Guglielmo Zucconi intervistò Pippo Baudo: "E' vero che lei aspira alla presidenza della Repubblica utilizzando i voti dei 20 milioni di telespettatori che la seguono?". Lui fece un bel sorriso di gratitudine e poi rispose: "No".

Però, a ripensarci, doveva avere uno strano lampo negli occhi. E qui entra in gioco il carattere. E' furbo, è gentile, è arrogante, generoso, attaccabrighe, sensibile, permaloso, ha le dimissioni facili, divide il mondo fra amici e nemici, riduce tutto a una questione personale, che nel suo caso vuol dire a una vocazione esistenziale e professionale.

Nel 2003 ha rifiutato a Cossiga la vetrina di Sanremo, ed è stata forse la più bella e sanguinosa lite della recente storia politica nazionale, con insulti ("pescecane", "guitto", "arteriosclerotico", "cafone", "mangione", "picciotto", "riporto svolazzante", "passaggio da viale Mazzini a palazzo Grazioli con inciampo a piazzale Clodio") che hanno generato richieste di giurì d'onore, querele e rappacificazioni. Richiesto di un commento su Sanremo 2004, Cossiga ha poi voluto gridare: "Viva Pippo Baudo!".

In estrema sintesi: è un perfetto uomo di spettacolo, una pregiata risorsa narrativa e televisiva. Per cui si può dire "siamo a Pippo Baudo" con la stessa rassegnata passione con cui si dice: "Ecco, ci siamo", "siamo al limite", "siamo alla canna del gas", "siamo alla frutta" - e per il caffè, aggiungeva Gianni Brera, non c'è nemmeno lo zucchero.

In freddi termini elettorali Pippo Baudo è la frontiera ultima del centrosinistra, ma potrebbe esserlo anche del centrodestra, che forse solo il conterraneo Fiorello potrebbe contrapporgli, con qualche speranza.
Sono anni che veleggia sugli schieramenti con la leggerezza di un farfallone consapevole della propria vogliosa estraneità. Invano, a suo tempo, l'hanno arruolato nel "clan degli avellinesi"; invano l'hanno candidato a sindaco di Spoleto (la destra), di Catania (la sinistra), o a Montecitorio (il centro, Democrazia europea).

Si è limitato a fare da testimonial al sistema proporzionale, a Nuccio Fava (Ulivo, 2000) e a Democrazia Europea (2001). Ma il problema è che più che testimoniare finisce per vampirizzare l'evento, nel senso che a tal punto succhia l'attenzione del pubblico, e così a fondo si alimenta di quell'energia vitale da rendere pallidi, esangui e svuotati quegli stessi che lui vorrebbe aiutare.

Rispetto all'impegno in prima persona ha sempre opposto nobili motivazioni per dire: non è il mio mestiere, tengo all'amore del pubblico, eccetera. Dovesse rifiutare anche quest'ultima offerta, lo farà certamente con elegante efficacia. Dovesse accettare, sarà invece il primo governatore televisivo della storia d'Italia.

La Repubblica, 7 ottobre 2005

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07 ottobre 2005

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