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''Ti raccomando...''

Laurearsi oggi. Una buona formazione non è niente se non c'è la ''giusta'' conoscenza che aiuta

28 settembre 2005

Conoscere, formarsi, uscire fuori a testa alta e affronatre la vita, migliorare il mondo, costruire un società migliore per i posteri. Ecco che cosa è la scuola. O meglio, ecco cos'è la scuola concettualmente, ma non nella cocretezza.
Tanti anni orsono, mentre impervesavano le guerre e per avere un tozzo di pane si faticava inumanamente, sapere a mala pena leggere e scrivere era soverchio, chi invece anche in quelle epoche tanto buie riusciva a prendersi un titolo e non si iscriveva al partito dominanate veniva arrestato come sovversivo.
Passate le battaglie, mentre dalle maceria si tentava di far rinascere la ''Fenice Italia'', riuscire a raggiuangere la meta della licenza elementare era una gran fortuna. Con quella potevi trovare lavori buoni, specializzati, e le persone si toglievano il cappello per salutarti.
Poi la scuola obbligatoria, poi ancora il diploma e per ultima l'epoca dell'università. ''Senza la laurea non si va da nessuna parte'', questa diventò convinzione sparsa.
In tempi più vicini a noi si è visto che pure con la laurea non è che si combinasse qualcosa. Dopo sacrifici e anni di studio, la laurea veniva incorniciata e appesa nella propria stanza diventando una cappella votiva dove accendere lumicini pregando per un lavoro.

I tempi vanno avanti, le cose cambiano, possiamo dare per certo che ''non ci si bagna due volte nello stesso fiume''. La conoscenza rimane importante, uguale la formazione, idem la laurea, ma se a questa non si aggiunge una bella raccondazione, si può stare pure certi che non succederà nulla.
Pessimismo cosmico? Disfattismo? Nichilismo di sinistra? Niente di tutto questo. Comune consapevolezza.

Non è la laurea, ma ''la conoscenza giusta'' che aiuta lo studente a trovare lavoro. E' quanto pensano sette matricole su dieci, secondo una recente indagine del mensile ''Campus'' su un campione di mille giovani che stanno per intraprendere il cammino accademico e dichiarano di aver scelto il corso di laurea con motivazioni molto lontane dall'interesse personale.
Una buona raccomandazione è la migliore soluzione per il 72 per cento degli intervistati, con punte del 93 per cento al Sud.
Quel che conta per avere la carriera spianata sono le conoscenze giuste (63 per cento), oppure essere figli di professionisti o imprenditori (58 per cento).
Il sondaggio interroga gli studenti anche sui criteri di scelta dell'ateneo e della facoltà, ma anche in questo caso le risposte degli studenti non sono legate a motivazioni di carattere professionale: il 27 per cento delle matricole dice di aver scelto l'ateneo in relazione alla vicinanza a casa, il 22 per cento si è basato sul costo dell'iscrizione oppure ha assecondato le pressioni dei genitori (17 per cento), tanto che 23 studenti su cento scelgono il corso in base alla tradizione di famiglia. Si predilige la facoltà considerata ''facile'' nel 32 per cento dei casi, quando non addirittura quella più ''trendy'', gettonata dal 18 per cento. Una matricola su quattro si iscrive semplicemente perché non ha idea della strada da intraprendere o perché non c'e lavoro (21 per cento).

Parlando della situazione universitaria in Sicilia, qui gli aspetti controversi sull'università danno ulteriori possibilità d'analisi per comprendere verso dove vanno le concezioni dello studio, della formazione e delle speranza riposte in queste.
L'80 per cento dei ragazzi neo-diplomati intende iscriversi all'università: il 58% con assoluta certezza, il 22 con molta probabilità. E se il 48 per cento di loro punta sull'ateneo della propria provincia, il 20% invece pensa di avviare gli studi in una regione diversa dalla propria: una percentuale che negli atenei del Sud Italia e della Sicilia si innalza al 33%. Per studiare, insomma, i molti giovani siciliani pensano sia meglio scappare dalla propria terra.
Questi dati accennati sono alcuni dei risultati della prima ''Indagine nazionale sulla percezione dei servizi di orientamento alla scelta universitaria da parte degli studenti'' realizzata dalla Swg su un campione nazionale di 1.250 studenti dell'ultimo anno delle scuole di istruzione secondaria superiore e presentata la scorsa settimana a Taormina al Convegno nazionale del Codau (l'organismo che aggrega i direttori amministrativi delle università italiane).

Nell'indagine, curata da Pietro Vento, arriva la conferma della scelta della prosecuzione degli studi universitari come fenomeno di massa, ma emerge anche una certa confusione nella scelta del corso di studi su cui puntare, di fronte agli oltre tremila attivati negli atenei italiani: il 40%, alla vigilia dell'immatricolazione all'università, non sa ancora su quale corso di laurea puntare, pur esprimendo una preferenza sulla facoltà o sull'indirizzo di studi.
Il 75% chiede un orientamento più mirato, e in particolare informazioni preventive più chiare sugli sbocchi lavorativi dei corsi universitari.

Ma quali sono i fattori che più influiscono sulla scelta degli studenti?
Qui in parte, ritroviamo lacune motivazioni già segnalate nell'indagine della rivista ''Campus''. Al primo posto, infatti, troviamo gli sbocchi lavorativi offerti dal corso di laurea (67%), poi il prestigio dell'ateneo (46%) e la qualità dei servizi (38%).
In secondo piano, la prossimità geografica della sede (20%), la voglia di allontanarsi da casa (11%), gli stimoli offerti da una nuova città (8%).
Soltanto il 4% sceglie l'ateneo sulla base di tradizioni di famiglia (su questa percentuale vogliamo avvalerci del beneficio del dubbio).
Strumento principale per la ricerca delle notizie per la scelta universitaria è Internet (58%), mentre il 44% tiene in forte considerazione i suggerimenti e le esperienze di amici e conoscenti. Altri apprezzati canali d'informazione risultano gli incontri di orientamento tenuti a scuola (30%), la partecipazione a fiere o saloni dedicati all'università (27%), la lettura di guide tematiche (24%). Il 23% infine, per lo più nel Mezzogiorno, tiene in grande considerazione anche i suggerimenti e le esperienze familiari.
Tra i servizi sui quali vorrebbero poter contare gli studenti, è ancora l'orientamento (in ingresso e in itinere) in testa alla loro scala di priorità: 40%. Il 38% spera di poter concorrere a una borsa di studio, il 35 di trovare nell'ateneo un centro per la ricerca di un lavoro part time.
Questa indagine infine, rivela un ottimismo delle future matricole che messo a confronto con ciò che abbiamo detto prima, stranisce alquanto: la maggioranza dei futuri universitari, infatti, dicono di vedersi tra dieci anni con un lavoro autonomo (40%) o dipendente (36%).
Noi malignamente aggiungiamo: dopo aver avuto la giusta benedizione dall'importante di turno.


- Fiducia sulla riforma Moratti. L'università in rivolta (la Repubblica)

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28 settembre 2005
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