11 settembre 2001

Riprendiamo tra le dita le schegge taglienti del ricordo, sapendo che ci feriranno ancora

11 settembre 2002
Riprendiamo tra le dita le schegge taglienti del ricordo, sapendo che ci feriranno ancora.

Dov'ero, che cosa stavo facendo, chi me lo disse, a che ora e  poi la voragine di incredulità che ci si aprì dentro come tanti piccoli Ground Zero dell'anima, ma no, ma dai, ma non ci credo, non è possibile.

Ci sono persone che quelle immagini non vorranno più vedere, che volteranno la testa o spengeranno il televisore davanti alla moviola senza fine che ci riproporrà alla nausea il "che cosa" dell'undici settembre senza mai poterci dire il "perché".

Come possano 19 uomini decidere di uccidere se stessi pilotando aerei carichi di sconosciuti contro edifici brulicanti di innocenti, soltanto nel nome di una astrazione malefica?
Nessuna delle spiegazioni che ci siamo cercate risponde davvero all'enigma delle Torri Gemelle,
un delitto perfetto perché senza movente subito riconoscibile, senza interesse, libidine, tornaconto, irredentismo, altro che la assoluta gratuità del male che fa il male per affermare la propria esistenza.

Nelle infinite efferatezze della storia umana, c'è almeno il filo nero che le ricollega a qualche rotellina nascosta eppure presente nella natura di tutti, la conquista, il razzismo, l'espansione, la difesa territoriale, la politica, il sesso, l'ingordigia, la vittoria, il profitto, l'ideologia che aspira a diventare potere. Ma nell'undici settembre c'è soltanto la perfezione demoniaca di un'opera banale e perfettamente inutile che può essere, per questo, riproducibile in ogni momento, come una maglietta o il pezzo di un'automobile. Fino a quando non smonteremo il meccanismo che ha stritolato prima i 19 terroristi e poi le loro 3000 vittime, resteremo con la certezza angosciosa di avere assistito soltanto a un' "Incompiuta". Alla semplice ouverture di un dramma che potrà avere molti altri atti e contro la quale siamo, sostanzialmente, impotenti.

Infatti non rassicura affatto, tranne forse coloro che confidano nell'azione come balsamo all'impotenza, la promessa di risposta militare, di guerra contro questo o quel tirannello scelto fra i tanti, come sentiremo in queste ore ripeterci. Non convince la guerra a immaginarie ''assi del male'' non certo perché l'equidistanza fra Iraq e Stati Uniti, tra un Osama e un Bush, sia neppure lontanamente proponibile, ma perché sentiamo che il ricatto classico della violenza organizzata, la guerra, non si applica, non può essere un deterrente efficace per chi è già andato oltre il tabù della vita.

Se questo fosse davvero uno scontro di civiltà, sarebbe almeno praticabile la eterna soluzione militare indicata dai millenni, noi distruggeremo voi, costi quel che costi, prima che voi distruggiate noi. Ma qui stiamo sparando a morti che camminano. E non è ancora stata inventata, neppure dal Pentagono, la bomba che possa uccidere un morto. Rimane dunque la contemplazione raccapricciante  delle schegge, il ritorno al minimalismo del ricordo e del lutto personale, lontani della retorica e dall'auto glorificazione, come se l'undici settembre fosse stato, come è stato, un atto di guerra privato contro ciascuno di noi. Confortati dal pensiero che non le promesse dei politici, ma di un Dio misericordioso, s'è sempre realizzata attraverso la storia umana, e infatti siamo ancora qui, a tenerci la mano, a rabbrividire insieme, la certezza che alla fine i buoni vincono. E le porte dell'inferno, che si dischiusero un anno fa a Manhattan, non prevalebunt.

Vittorio Zucconi

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11 settembre 2002

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