15 anni fa in via D'Amelio...

Dopo 15 anni dalla morte di Paolo Borsellino, la Procura di Caltanissetta torna ad indagare sui servizi segreti

19 luglio 2007

Diceva Paolo Borsellino riferendosi al suo fraterno amico Giovanni Falcone: ''Sono sempre arrivato secondo rispetto a Giovanni. Lui è stato il primo all'università, il primo nella carriera e il primo anche nella morte...''.
A 57 giorni dalla strage di Capaci, infatti, la mafia scatenava di nuovo l'inferno sulla terra, in via D'Amelio. Era il 19 luglio 1992.

Dopo l'eliminazione di Falcone, era arrivata l'ora di Borsellino. Insieme in vita, prima, e nella tragica morte, poi. Lo sapeva la mafia, lo sapevano loro.
Dopo la morte di Falcone, Cosa Nostra decise di osare quello che si riteneva, allora, impensabile. Una strage nel cuore di Palermo destinata a colpire Paolo Borsellino e la sua scorta (con lui morirono anche cinque poliziotti. Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Cosina e Claudio Traina).
La mafia doveva farlo, perché uccidere Falcone e lasciare vivo Borsellino sarebbe stato assolutamente inutile. Dovevano eliminare il ''pericolo'' alla radice.

Erano le 16.55 di una torrida domenica di luglio. Una auto imbottita di tritolo esplose sotto la casa della madre di Borsellino dilaniando il magistrato e gli agenti della scorta. Per quella strage sono stati celebrati tre processi e inflitti una serie di ergastoli. Ma restano in piedi le indagini sui cosiddetti mandanti esterni.
A 15 anni di distanza, la Procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo di indagine per accertare se dietro la strage ci siano servizi segreti deviati. Secondo l'ipotesi degli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Renato di Natale, qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti potrebbe aver ricoperto un ruolo fondamentale nell'attentato. Sì, perché le stragi palermitane del '92 fanno parte di quei tanti ''Misteri Italiani'' ai quali sembra impossibile dare una risposta finale. Una di quelle vicende tanto intricate e intrise di corruzione che se si dovessero ''scoprire gli altarini'' una volta per tutte ''tremerebbe tutta la nazione''.

La possibile pista che chiama in causa personaggi facenti parte dei servizi segreti deviati non è del tutto nuova, negli anni passati, infatti, questa era stata prima seguita e poi accantonata ed archiviata. Nei mesi scorsi gli investigatori l'hanno nuovamente imboccata, in seguito a nuovi input d'indagine. I magistrati stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo e che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori. A questo apparecchio è collegato un imprenditore palermitano. Come detto, i processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage,  ma nulla si è mai saputo su chi ha premuto il pulsante che ha fatto saltare in aria Borsellino e gli agenti di scorta, né chi siano stati i mandanti.
Un altro elemento sul quale in questi giorni è stata puntata l'attenzione degli inquirenti, è quella ''della presenza anomala'' di un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo l'esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito ''all'esterno'' i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga. Sembra, comunque, che questa inquietante presenza nel luogo della strage nulla abbia a che vedere con la stessa.

Rimane inoltre la misteriosa scomparsa dell'agenda rossa di Paolo Borsellino, agenda di cui il giudice non si separava mai.
''Non si separava mai da quell'agenda'', raccontò Agnese Leto, la vedova del magistrato, ai giudici del primo processo Borsellino. ''Segnava tutto: incontri, impegni di lavoro. Però adesso non si trova più. Quella domenica, a pranzo, la teneva nelle mani ed aveva segnato gli appuntamenti della settimana successiva''. In udienza, il pubblico ministero chiese insistentemente alla signora Piraino: ''Ma lei è sicura che quando suo marito è andato via da Villagrazia (per recarsi a Palermo a trovare la madre in via D'Amelio, ndr) avesse portato con sé quell'agenda?''. ''Si - fu la risposta - lui metteva le sue cose nella borsa. Non la lasciava mai, la portava sempre con sé, tanto che io, scherzosamente, gli dicevo: Guarda mi sembri Giovanni Falcone, che ovunque andava portava con sé la borsa con le sue cosine. E Paolo, da un po' di tempo, faceva la stessa cosa, camminava sempre con questa borsetta dietro''.
Ed effetivamente, una foto scattata da un reporter di Palermo il giorno dell'attentato mostra l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli con in mano la borsa di cuoio di Borsellino, che venne successivamente restituita alla famiglia. ''La borsa si era un po' accartocciata - raccontò la vedova Borsellino - ma il contenuto era integro. Un po' affumicato, ma c'era tutto. O meglio, quelle poche cose che Paolo aveva: un'agenda con i suoi numeri telefonici, le sigarette. Ma l'agenda rossa non c'era''.

Insomma, Paolo Borsellino era morto, ma bisognava assicurarsi che non nuocesse più per davvero. Bisognava, quindi, cancellare tutti quei segreti che aveva raccolto nei 57 giorni che gli rimasero da vivere dalla strage di Capaci, molti dei quali, sembra, fossero proprio dentro l'agenda rossa, che al magistrato era stata regalata dai carabinieri.
Cinquantasette giorni nei quali ebbe il tempo di riprendere alcune delle intuizioni del collega Falcone, e nei quali riuscì a curare l'inizio della collaborazione di due pentiti, Leonardo Messina e Gaspare Mutolo. Paolo Borsellino aveva compreso che dietro i ''magheggi'' mafiosi degli appalti si nascondevano i nuovi segreti dei rapporti fra mafia e politica, e in quell'agenda rossa ne aveva preso nota.
Quel 19 luglio di 15 anni fa, qualcuno ebbe la freddezza di avvicinarsi all'auto blindata, del giudice, e tra i corpi martoriati frugò dentro la borsa del giudice. Prese solo ciò che cercava.

- www.falconeborsellino.net

- L'ultima intervista a Paolo Borsellino

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19 luglio 2007

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