A chi vendiamo le armi? A India e Pakistan, paesi sull'orlo di un conflitto

13 agosto 2002
L'India è al secondo posto, il Pakistan al decimo. Non è la classifica dei Paesi con il maggior numero di testate nucleari, ma l'elenco delle consegne di armi effettuate dalle industrie italiane nel corso del 2001.

I numeri degli importi pagati sono altrettanto inquietanti: 52,5 milioni di euro sono stati corrisposti dal governo indiano, e 19,2 da quello del nemico confinante.
 
India e Pakistan non sono i soli Paesi "a rischio" nell'elenco dei primi venti importatori di materiale bellico di nostra produzione: spiccano per esempio gli Stati Uniti (44 milioni di euro), gli Emirati Arabi Uniti (32,7), il Venezuela (24,7), la Turchia (21), la Malaysia (18,7), la Cina (8,1), il Kuwait (6,9), le Honduras (6,6) e la Nigeria (6,2).

Da dove escono queste informazioni? Da una fonte autorevole: la relazione 2002 presentata dal Governo sull'export di armi. Un documento che il Consiglio dei Ministri è tenuto a presentare ogni anno, come previsto dalla legge 185/90, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati.

Un problema dentro l'altro: l'attuale normativa regola l'export di materiale bellico (armi leggere e pesanti), impedendone la vendita a Paesi che si rendano responsabili di gravi violazione dei diritti umani, di violenze su civili, e in generale nei casi in cui non sia possibile verificare la destinazione finale del materiale esportato. La relazione governativa è uno strumento, seppure a posteriori, per verificare quali sono le industrie esportatrici, i Paesi importatori, le cifre corrisposte e persino le banche coinvolte direttamente o indirettamente in questi traffici.

Il disegno di legge attualmente allo studio del Parlamento, il n. 1927 (presentato il 25 marzo) modificherebbe in maniera sostanziale la legge 185/90 - nell'ambito della ratifica dell'accordo quadro firmato a Farborough da Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Gran Bretagna nel luglio 2000 per la ristrutturazione dell'industria europea di difesa - introducendo la cosiddetta "licenza globale di progetto", ovvero la possibilità per un'industria italiana di "scavalcare" il controllo governativo semplicemente stringendo un accordo di produzione con un'impresa di un Paese dell'Unione Europea o della Nato.

Il timore - espresso più volte anche con manifestazioni dagli esponenti della campagna "Salviamo la 185" (un gruppo trasversale che comprende buona parte dell'opposizione parlamentare, il versante "sociale" del mondo cattolico (Beati i costruttori di pace, Pax Christi, le riviste "Nigrizia", "Missione Oggi", "Vita"), frange del cosiddetto Movimento dei Movimenti (Attac, Rete di Lilliput, Social Forum, Sbilanciamoci, Sdebitiamoci), associazioni (Amnesty International, Arci, Associazione obiettori non violenti, Consorzio italiano di solidarietà, Emergency, Legambiente, Mani Tese, Tavola della Pace, Medici senza frontiere, Movimento Nonviolento) - è quello di una "liberalizzazione" del commercio di armi e dell'eliminazione del controllo politico (e di conseguenza sociale) sulle attività delle industrie belliche.

Fonte: Corriere della Sera

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13 agosto 2002

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