A Palermo i Graviano sono ancora capi

Maxioperazione antimafia nel capoluogo siciliano: 36 arresti tra cui sorella di Filippo e Giuseppe Graviano

29 novembre 2011

Maxi blitz antimafia a Palermo. In tre operazioni congiunte Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza hanno arrestato all'alba di oggi 36 persone legate alla cosca di Brancaccio, un tempo feudo dei boss Filippo e Giuseppe Graviano, e dei mandamenti di San Lorenzo, Resuttana e Passo di Rigano. In manetta anche Nunzia Graviano, sorella dei due boss, e Calogero Di Stefano, un insospettabile pensionato dell'Amat, l'azienda trasporti di Palermo, ritenuto appartenente al clan di Tommaso Natale ma anche responsabile del Movimento cristiano lavoratori. Per gli arrestati, le accuse sono di associazione mafiosa, estorsione e traffico di stupefacenti. Le inchieste sono state coordinate dalla Dda di Palermo.

Dalle indagini è emerso il tentativo di ricostituire la nuova 'cupola di Cosa Nostra'. Gli 'scappati', cioè i boss mafiosi palermitani appartenenti alla cosca dei perdenti nella guerra dei corleonesi e costretti a fuggire negli Stati Uniti, si riunivano infatti periodicamente per parlare del futuro della cosca. Decisivo in questo senso un summit avvenuto lo scorso 7 febbraio a Villa Pensabene, un noto ristorante nel quartiere Zen a Palermo, alla presenza di numerosi boss mafiosi. "Al loro ritorno - spiegano gli inquirenti - mantenevano un profilo basso, ma nel frattempo hanno ritrovato un loro 'posto a tavola' recuprando il terreno perduto". All'incontro partecipò anche il boss mafioso Giuseppe Calascibetta, ucciso lo scorso 19 settembre sotto la sua abitazione. Calascibetta venne ritratto all'incontro dello scorso inverno insieme con altri capimafia. Nei fotogrammi si vedono sia capi ma anche insospettabili. Oltre al boss Calascibetta parteciparono, tra gli altri, al summit Giulio Caporrimo, Cesare Lupo, Nino Sacco, Giovanni Bosco, Alfonso Gambino e Giuseppe Arduino.
Dall'indagine del Ros, che ha portato in cella quattro esponenti della cosca di Passo Di Rigano, emerge poi che i cosiddetti "scappati", i boss perdenti della guerra di mafia costretti all'esilio L'inchiesta ha evidenziato l'operatività dei vertici del mandamento e la loro capacità di relazione con i capi delle altre cosche. Matteo Inzerillo era incaricato di mantenere i rapporti con altri esponenti del mandamento che incontrava utilizzando mezzi dell'azienda municipalizzata dei trasporti di cui è dipendente.

Tra gli obiettivi la realizzazione di grossi centri commerciali e il nuovo stadio che fa capo al Presidente del Palermo calcio, Maurizio Zamparini. In particolare, come emerge dalle intercettazioni, Francesco Caporrimo, padre del boss Giulio Caporrimo, avrebbe informato il figlio, quando questi era in carcere, dell'esistenza di lavori edili particolarmente importanti sul territorio. Il figlio, parlando con il padre, faceva riferimento ad aziende a lui riconducibili da inserire nei lavori.
Attraverso un suo fedelissimo, Giovanni Li Causi, gestore del bar che si trova nello stadio di Palermo, anche lui arrestato, cercava di determinare quali ditte avrebbero realizzato il nuovo stadio di Palermo. Li Causi avrebbe tentato di avere informazioni anche attraverso l'autista di Zamparini, all'oscuro del suo ruolo in Cosa nostra e mai coinvolto nell'indagine.

L'indagine della Polizia, chiamata "Araba Fenice", riguarda sedici presunti mafiosi del mandamento di Brancaccio. Quella del nucleo investigativo dei carabinieri e dei militari del nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza, chiamata "Idra", ha portato al fermo di sedici presunti mafiosi dei mandamenti di Resuttana e Tommaso Natale. Un terzo provvedimento di fermo è stato eseguito, infine, dai Carabinieri del Ros nei confronti di quattro esponenti della cosca di Passo di Rigano: Giovanni Bosco, Alfonso Gambino, Ignazio Mannino e Matteo Inzerillo.
Dalle risultanze investigative si è appreso che sono ancora i fratelli Graviano, capimafia dell'ala stragista di Cosa nostra, a comandare nel quartiere palermitano di Brancaccio. Filippo e Giuseppe, boss detenuti da anni, reggono le redini del mandamento con l'aiuto della sorella Nunzia tornata, dopo una condanna per mafia, a gestire gli affari della famiglia. Nunzia - a suo carico anche le accuse del pentito Fabio Tranchina - è stata arrestata dagli agenti dello Sco della squadra mobile di Palermo coordinati dal procuratore aggiunto Ignazio de Francisci e dai pm Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli. Secondo gli investigatori i soldi delle estorsioni finivano nelle sue tasche. Gli agenti dello Sco hanno seguito alcuni mafiosi di Brancaccio fino a Roma, dove risiedeva Nunzia Graviano, in un'elegante palazzina di via Santa Maria Goretti 16: i boss avevano il compito di consegnare alla donna il denaro delle estorsiorni e quello proveniente dalla gestione del patrimonio immobiliare. Poi, ripartivano immeditamente per la Sicilia. L'operazione, a cui hanno contribuito diversi pentiti, ha anche individuato i fiancheggiatori dei boss e gli esattori del pizzo. Dall'inchiesta è emersa una fitta rete di relazioni tra i vertici della cosca, alcuni in contatto con i capi della 'ndrangheta, specialisti nel traffico di droga come Gioacchino Piromalli, e quelli di altre famiglie mafiose della città: diversi i summit organizzati per risolvere i contrasti tra le cosche ascoltati in diretta dagli investigatori grazie alle intercettazioni.

Nunzia Graviano: "Ora ci sono io" - Nunzia Graviano non si è mai sottoposta al tradizionale rito della 'punciuta' per essere affiliata a Cosa nostra, nonostante ciò la sorella minore dei boss mafiosi Filippo e Giuseppe Graviano, per anni avrebbe svolto il ruolo di capocosca nel mandamento Branaccio di Palermo. Ne sono convinti gli investigatori.
Secondo il pm che ha firmato il provvedimento di fermo, Nunzia Graviano, che viveva a Roma dove gestiva un bar nel quartiere africano, avrebbe dato "il suo consapevole e costante contributo ad attività che fin passato erano state seguite dai fratelli fino al loro arresto". Tra questi affari spiccano la gestione del patrimonio di natura illecita della famiglia mafiosa, contatti con i prestanome, riscossione dei proventi di natura illecita, autorizzazione all'apertura di esercizi commerciali, corresponsione di somme ai coassociati detenuti. Per gli inquirenti "si tratta di sicuro contributo non occasionale ad alcuni aspetti fondamentali della vita della associazione mafiosa che, pur mancando una formale affiliazione, può qualificarsi come una vera e propria compartecipazione di fatto al sodalizio mafioso facente capo a Giuseppe e Filippo Graviano".
A tirare in ballo la donna è anche il pentito Fabio Tranchina che in un recente interrogatorio, parlando di Nunzia Graviano dice: "Nel 2000 lei mi disse con la sua bocca, a casa sua, in via Pietro Randazzo: 'Da questo momento ci sono io'…", ribadendo che dopo l'arresto dei fratelli Fraviano sarebbe stata la sorella a prendere le redini della famiglia mafiosa. "Nunzia mi disse 'da questo momento in poi ci sono io a valere nella nostra zona, ti raccomando questo discorso tienilo chiuso' e mi fece un segno con le mani…", racconta ancora il collaboratore di giustizia Tranchina, ex braccio destro dei fratelli Graviano per molti anni. "Mi disse 'non spargere questa voce, questo discorso tienilo chiuso'. Quando io poi la rividi, perché non so se poi a lei la arrestarono, a Nunzia, poi è uscita, quando la incontrai in casa di mio cognato… perché abitualmente, quando ci incontravamo prima, che c'erano ancora i suoi fratelli fuori, prima del mio arresto, diciamo, ci… il saluto era la mano, ci si baciava, diciamo, come si saluta qui a Palermo. Quando la vidi, invece, in quell'ultima occasione, in casa di mio cognato, lei mi diede la mano e tipo si tirò indietro, come se… perché si sentirono abbandonati da me, perché io avevo scelto, diciamo, di andarmene a lavorare, cioè notai il gesto che fece, la freddezza, appunto, nel gesto'', ha raccontato ancora il pentito al pm Caterina Malagoli che lo interrogava. Per i magistrati "i comportamenti accertati a carico di Nunzia Graviano nel corso delle presenti indagini si pongono in piena linea di continuità con i comportamenti che già hanno portato alla sua condanna nel 1999" quando venne arrestata una prima volta.
E' sempre Fabio Tranchina a raccontare ai magistrati, nell'interrogatorio del 9 maggio 2011, sulla vastità delle attività, lecite e illecite, di fatto controllate dalla famiglia Graviano sul territorio di Brancaccio: "In particolare mi ricordo, una confidenza che mi fece Johnny Torregrossa, un giorno, mentre eravamo a cena. Mia suocera, parlando dei Graviano, mi disse, dice: 'Questi di qua, ma te lo immagini che potenza economica che hanno?', gli ho detto 'Certo che me lo immagino', dice 'Hanno 66 mila euro di affitti al mese'.

L'indagine ha messo in luce momenti di grave frizione tra le diverse anime di Cosa nostra ancora prive di una figura carismatica di riferimento dopo le catture dei padrini latitanti: più volte, nel corso dell'inchiesta, gli inquirenti hanno temuto per un ritorno in armi dei clan.
Quando hanno capito che attentati e intimidazioni a potenziali vittime del racket erano ormai imminenti, gli investigatori hanno deciso di intervenire: è stato un blitz dettato dall'urgenza e dall'esigenza di tutelare commercianti e imprenditori, dunque, quello realizzato nell'ambito del provvedimento di fermo disposto dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai pm Marcello Viola, Lia Sava, Gaetano Paci, Francesco Del Bene, Annamaria Picozzi e Dario Scaletta. L'inchiesta dei carabinieri è la prosecuzione di un'indagine che negli ultimi tre anni ha disarticolato la cosca dei boss Lo Piccolo. Parallelamente, la polizia valutaria, che a marzo scorso ha arrestato Giuseppe Liga, ritenuto il successore dei Lo Piccolo, ha ricostruito i nuovi assetti criminali del mandamento e ha individuato le ricchezze accumulate dai boss. Dopo l'arresto di Liga, punto di riferimento della cosca sarebbe Calogero Di Stefano, nuovo reggente di Tommaso Natale e gestore del racket e delle scommesse clandestine. Ad affiancarlo Giulio Caporrimo, tornato a ricoprire un ruolo di vertice subito dopo la scarcerazione avvenuta un anno e mezzo fa.
Di Stefano è accusato anche di estorsione continuata e aggravata perché "con l'esercizio di violenza e minaccia derivante dalla sua appartenenza alla associazione mafiosa denominata Cosa Nostra", come dicono i magistrati nel provvedimento di fermo, avrebbe imposto l'assunzione di un uomo presso la società Progetti Sas. Non solo, è anche accusato di avere imposto lavori e forniture da parte di imprese riconducibili a persone vicine alla mafia come Fabio Gambino, Andrea Luparello e Antonino Vitamia.

"Abbiamo colpito il nucleo storico di Cosa nostra palermitana, che continuava a gestire affari e a imporre estorsioni", ha detto il questore di Palermo, Nicola Zito. Il comandante provinciale dei carabinieri, il generale Teo Luzi, commenta: "L'associazione mafiosa continua a dimostrare grande capacità di riorganizzazione, nonostante gli arresti e i processi che si susseguono, ma lo Stato non ha abbassato la guardia nella lotta alla mafia".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ign, Ansa, Corriere del Mezzogiorno, Repubblica/Palermo]

 

 

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29 novembre 2011

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