Addio a Enzo Biagi, indiscutibile maestro della libertà di pensiero e vera coscienza nazionale...

06 novembre 2007

''Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà.''

Enzo Biagi è morto questa mattina. Il decano dei giornalisti italiani, che aveva 87 anni, da oltre una settimana era ricoverato nella clinica Capitanio di Milano. Il mondo dell'informazione perde così una delle sue voci più celebri, esempio di libertà di pensiero e autorevolezza.
Ad annunciare per primo il decesso è stato il medico Giorgio Massarotti, all'ingresso della clinica: ''Per incarico della famiglia - ha dichiarato, davanti ai cronisti presenti - e con estremo dolore, annuncio che il dottor Biagi si è spento alle 8 di questa mattina con serenità''.
Biagi, che aveva sei by-pass, era stato ricoverato per problemi cardiaci, ma venerdì scorso si erano manifestate anche complicazioni renali e polmonari. Sabato le sue condizioni sono apparse migliori. Stamattina presto, però, c'è stato il peggioramento. E poi la morte.

Enzo Biagi mancherà a tutti, proprio a tutti... Mancherà anche a Berlusconi, che lo accusò di fare un ''uso criminoso'' del mezzo televisivo, accusa che si tramutò nell'infame allontanamento dalla Rai del grande Maestro. Mancherà anche a lui, perché se nella sua testa, oltre che brama di potere e battute d'avanspettacolo, c'è anche un po' di intelligenza (e nella sua testa non dubitiamo che ce ne sia) capirà che la dipartita di Enzo Biagi è la scomparsa di uno degli ultimi intellettualmente onesti, schietti e corretti ''nemici'' che chiunque ringrazierebbe di incontrare nel proprio percorso di vita.

''La democrazia è fragile, e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola.''

Una vita a raccontare fatti - Enzo Biagi è nato il 9 agosto 1920 a Pianaccio di Lizzano in Belvedere, un paesino dell'Appennino tosco-emiliano. A nove anni si trasferì a Bologna, dove il padre Dario lavorava, come vice capo magazziniere, in uno zuccherificio. Appena diciottenne iniziò la carriera giornalistica come cronista al Resto del Carlino. Ma la passione per la notizia gli nacque da ragazzino, dopo aver letto Martin Eden di Jack London. All'istituto tecnico Pier Crescenzi con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio. Ma nonostante si occupasse soprattutto di vita scolastica, fu soppresso nel giro di pochi mesi dal regime fascista. Una censura che diede a Biagi una forte indole antifascista.
A 21 anni diventò professionista, età minima per entrare nell'albo professionale. In quegli anni conobbe Lucia, il grande amore della sua vita. ''Mia madre ha sempre raccontato che che come lo vide le fu molto antipatico perché - come si direbbe oggi - se la tirava. Lui faceva già il giornalista e lo esibiva un po', e poi per prima cosa le disse: Con il lavoro che faccio non mi sposerò mai'', così raccontava la figlia Bice, giornalista e direttore di Novella 2000.

Enzo Biagi prese parte alla guerra partigiana combattendo nelle brigate ''Giustizia e Libertà'' legate al Partito d'Azione. Entrò a Bologna con le truppe di liberazione. Fu lui ad annunciare la fine del conflitto dai microfoni del Pwb, (l'ente americano addetto alla propaganda di guerra nei tenitori occupati). Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino. Nel 1951 aderì al manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica e venne accusato dal suo editore di essere un ''comunista sovversivo'', fu allontanato dal giornale.
Nel dopoguerra si trasferì a Milano. Dal 1952 al 1960 è stato direttore del settimanale ''Epoca'' che trasformò da rivista di pettegolezzi a giornale impegnato, balzando all'attenzione del grande pubblico grazie ad inchieste e reportage esclusivi. Ma nel 1960 un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni provocò la dura reazione dello stesso presidente del Consiglio e Biagi fu costretto a dimettersi. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale.

L'ingresso in Rai è del 1961 come direttore del Telegiornale. Ma ben presto l'accusa di 'comunista' torna a riaffacciarsi. Critiche durissime arrivarono dal Psdi di Giuseppe Saragat e dalla destra. Nel 1962 lanciò RT-Rotocalco Televisivo, il primo settimanale della televisione italiana e curò la nascita del telegiornale del secondo canale Rai. Nel 1963 fu costretto a dimettersi. Successivamente è tornato alla carta stampata come inviato della Stampa (di cui è inviato per una decina d'anni) e in seguito come columnist della Repubblica, del Corriere della Sera e di Panorama, alternando il lavoro in televisione con l'attività di scrittore di libri di successo.
La collaborazione con la Rai riprende nel '68. Tra i programmi più seguiti ci sono Dicono di lei (1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità.
Nel 1971 di nuovo una parentesi come direttore del Resto del Carlino con l'obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. In questo periodo riprese la sua collaborazione con la Rai. Terza B, facciamo l'appello è di quell'anno: personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell'adolescenza, i primi timidi amori. E ancora Proibito, inchiesta di attualità sui fatti della settimana. Il 30 giugno del 1972 fu allontanato di nuovo dalla direzione del Resto del Carlino e tornò quindi al Corriere della Sera. Nel 1975, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l'amico Indro Montanelli alla creazione de il Giornale. Nel 1978 e nel 1980 la tv lo vide impegnato in due grandi cicli di inchieste internazionali: Douce France (1978) Made in England (1980) e un serie di servizi sul traffico d'armi, la mafia ed altri temi di stretta attualità della società italiana. Con lo scandalo P2, Biagi lasciò il Corriere della Sera per collaborare come editorialista con Repubblica. Ritornerà in via Solferino nel 1988.

Nel 1982 ha ideato e presentato il primo ciclo di film dossier e l'anno dopo Questo secolo: 1943 e dintorni, trasmissione che attraverso documenti, fotografie, filmati e ricordi cercava di ricostruire gli avvenimenti che avevano caratterizzato un periodo di radicali cambiamenti, quello dal gennaio del 1943 alla primavera del 1945. Linea diretta (1985), era diventato il suo appuntamento fisso con il pubblico.
Nel 1986 ha presentato le quindici puntate del settimanale giornalistico Spot, nell'87 e nell'88 Il caso (rispettivamente undici e diciotto puntate), nell'89 ancora Linea diretta (cinquantacinque puntate), seguita in autunno da Terre lontane (sette film e sette realtà) e Terre vicine, sui mutamenti dei paesi ex comunisti dell'Est.
Dal 1991 al 2001 Biagi ha realizzato con la Rai un programma l'anno: I dieci comandamenti all'italiana (1991), Una storia (1992), Tocca a noi, La lunga marcia di Mao (sei puntate sulla Cina), Processo al processo su tangentopoli, Le inchieste di Enzo Biagi e Il Fatto, programma giornaliero di cinque minuti su avvenimenti e personaggi italiani (1995-98). Nel 1998 due nuovi programmi, Fratelli d'Italia e Cara Italia. Nell'ottobre 1999 è partita la sesta edizione de Il Fatto.

Nel luglio 2000 è stato autore e volto del programma di RaiUno Signore e Signore, mentre nell'ottobre dello stesso anno era di nuovo in video con la settima edizione di Il Fatto. A febbraio 2001 è la volta del nuovo programma di Rai Uno, Giro del mondo, un viaggio tra arte e letteratura con alcuni tra i protagonisti del Novecento. Quindi, a settembre dello stesso anno, ottava, ed ultima, edizione de Il Fatto. "Se si vuole raccontare una storia - diceva - è necessario, prima di tutto, che questa storia interessi alla gente; ma non si riescono a raccontare storie se non si ha un punto di vista".

''Sono un giornalista che ricorre, con una certa frequenza, alle citazioni, perché ho memoria e perché ho bisogno di appoggi: c'è qualcuno al mondo che la pensava, o la pensa, come me.''

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06 novembre 2007

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