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AGROMAFIA

Dalle agromafie un business da 12,5 miliardi di euro: 3,7 mld da reinvestimenti in attività illecite e 8,8 mld da attività illecite

27 giugno 2011

Ammonta a 12,5 miliardi di euro il giro di affari complessivo dell'agromafia: 3,7 mld da reinvestimenti in attività illecite e 8,8 mld da attività illecite. A stimare il business è un rapporto Eurispes - Coldiretti.
Il reinvestimento dei proventi illeciti ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente, si legge nel Rapporto, che vanno dall'indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari all’attuazione di pratiche estorsive, con l'imposizione di assunzione di forza lavoro e, in taluni casi, l'obbligo ad operatori del settore di approvvigionarsi dei mezzi di produzione da soggetti vicini alle organizzazioni criminali, influenzando in tal modo i prezzi di vendita.
L’intero comparto agroalimentare, dunque, dice a chiare lettere l'indagine, "è caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti".
Ma non solo. Non è scomparso affatto il fenomeno del "caporalato", che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva. "I danni al sistema sociale ed economico sono pertanto molteplici, dal pericolo per la salute dei consumatori finali, all’alterazione del regolare andamento del mercato agroalimentare", dicono ancora l'Eurispes- Coldiretti, sulla base dei risultati conseguiti dalle Forze di Polizia. Ad incentivare il reinvestimento in attivià illecite da parte della criminalità, il valore aggiunto di alcuni settori come quello registrato dai comparti dell’agricoltura, caccia e silvicoltura (1,9% del sistema paese), dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco (1,8%), della pesca, piscicoltura e servizi connessi (0,1% ). E non va certo meglio per quei settori "meno appetibili" che pagano la scarsa profittabilità in termini di un calo del numero di occupati e di circa il 35,8% del reddito reale agricolo per occupato tra il 2000 e il 2009 oltre ad un crollo significativo e generalizzato dei prezzi alla produzione.

"La mafia opera anche al Nord perché agisce dove i mercati sono più redditivi e dove c'è chi può consumare. Dove c'è più redditività, i prezzi si alzano e la criminalità ne approfitta. La soluzione migliore sarebbe la filiera corta". Ne è convinto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervenuto nei giorni scorsi a Roma, alla presentazione del primo rapporto sulle Agromafie. Il procuratore nazionale antimafia ha sottolineato anche che la mafia si sta "modernizzando: ci sono tante imprese dall'apparenza pulite che invece nascondono intermediari legati alla criminalità organizzata".
Per Grasso il rapporto di Coldiretti ed Eurispes sulle Agromafie dimostra che "la mafia non ha abbandonato il settore agroalimentare, anzi è una sorta di convitato invisibile che si siede alle nostre tavole e che ci fa pagare di più quello che mangiamo". Il procuratore nazionale antimafia ha auspicato un migliore coordinamento di tutti i soggetti che lottano contro i reati agroalimentari. "Sono convinto che solo con il coordinamento di tutte le forze in campo - forze dell'ordine, Nas e Forestale, ad esempio - si possono tutelare la salute e le tasche dei cittadini", ha concluso Grasso. E sugli strumenti per il contrasto di questi reati si è soffermato anche il procuratore della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello. "Dobbiamo riflettere - ha osservato il magistrato - sulla possibilità di costruire una nuova organizzazione giudiziaria. Dev'esserci una sorta di 'procura nazionale', una unità centralizzata che sia investita delle più significative questioni per la tutela della salute".

Agromafie: "Made in Italiy" falsi per 60 miliardi di euro - Prodotti alimentari famosi in tutto il mondo. Con nomi di marchi che 'suonano' italiani, ma che italiani non sono affatto. E' l'"italian sounding" l'ultima, remunerativa frontiera della contraffazione dei cibi made in Italy: a livello mondiale, secondo il primo Rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari, il giro d'affari supera i 60 miliardi di euro l'anno (164 milioni al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all'attuale valore dell'export nostrano di prodotti agroalimentari, pari a 23,3 miliardi di euro nel 2009.
I "pirati" agroalimentari usano denominazioni geografiche, parole, immagini, slogan e ricette che si richiamano al Belpaese per pubblicizzare e commercializzare prodotti che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. Gli esempi sono innumerevoli e si differenziano "sia per natura merceologica, sia per paese di origine": se il Parmesan è la punta dell'iceberg diffuso in tutto il mondo, c'è anche il Romano prodotto nell'Illinois con latte di mucca anziché di pecora, il Parma venduto in Spagna senza alcun rispetto delle regole del disciplinare del Parmigiano Reggiano o la Fontina danese e svedese molto diverse da quella della Val d'Aosta, l'Asiago e il Gorgonzola statunitensi o il Cambozola tedesco, imitazione grossolana del formaggio con la goccia. La lista è lunga anche per i salumi, con la presenza sulle tavole del mercato globale di pancetta, coppa, prosciutto Busseto Made in California, ma anche di falsi salami Toscano, Milano e addirittura di "soppressata" calabrese, tutelata dall'Ue come prodotto a denominazione di origine. Non mancano casi di imitazione tra i prodotti simbolo della dieta mediterranea come il Pompeian olive oil che non ha nulla a che fare con i famosi scavi, ma è prodotto nel Maryland, o quello Romulo prodotto dalla Spagna con la raffigurazione in etichetta di una lupa che allatta Romolo e Remo. Spaghetti, pasta milanesa, tagliatelle e capellini milaneza prodotti in Portogallo, linguine Ronzoni, risotto tuscan e polenta dagli Usa e penne e fusilli tricolore Di Peppino prodotti in Austria sono alcuni esempi di primi piatti taroccati; mentre tra i condimenti risaltano i San Marzano, pomodori pelati "grown domestically" in the Usa o i pomodorini di collina cinesi e la salsa bolognese dall'Australia.

"Gli effetti economici diretti dell'italian sounding sulle esportazioni di prodotti agroalimentari autentici - si legge nel Rapporto - si traducono, inevitabilmente, in effetti indiretti sulla bilancia commerciale, in costante deficit nell'ultimo decennio (3,9 miliardi di euro nel 2009): per giungere ad un pareggio della bilancia commerciale del settore, ad importazioni invariate, sarebbe sufficiente recuperare quote di mercato estero per un controvalore economico pari al 6,5% dell'attuale volume d'affari dell'italian sounding".
Nel 2009 il settore dell'industria alimentare italiana ha registrato un fatturato complessivo di 120 miliardi di euro, mentre quello agroalimentare propriamente detto, silvicoltura esclusa, ha registrato un fatturato di 34 miliardi: il giro d'affari complessivo si aggira su circa 154 miliardi, il 10% del Pil. Ma il 33% della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati, pari a 51 miliardi di euro di fatturato, derivano da materie prime importate, trasformate e vendute con il marchio made in Italy, in quanto la legislazione lo consente, nonostante esse possano provenire da qualsiasi parte del pianeta. In pratica, almeno un prodotto su 3 del settore agroalimentare importato in Italia viene trasformato nel nostro Paese e poi venduto sul nostro mercato interno e all'estero con il marchio made in Italy: fanno almeno 9 miliardi di euro, nel solo 2009, spesi per importare dei prodotti alimentari esteri poi rivenduti come prodotti nati in Italia.

La Certificazione d'Origine e Tipicità Italiana - Tutelare, valorizzare e promuovere il prodotto e l’offerta nazionale. Queste le parole d’ordine che, dai programmi vincitori del bando Industria 2015 Made in Italy lanciato dall’allora ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, hanno portato all’introduzione della certificazione volontaria di conformità d’origine e tipicità italiana identificata dal Marchio Unico Nazionale IT.
Molto più che difesa, molto più che semplicemente Made in Italy. Una vera certificazione ed un brand nazionale per soddisfare pienamente le richieste e le aspettative del mercato per prodotti dotati di peculiarità e valori che solo l’Italia è in grado di concepire e realizzare. Una certificazione di garanzia ed un brand testimone certo dell’offerta di qualità italiana in grado di facilitarne l’individuazione e di supportarne lo sviluppo.
L’87% degli intervistati in varie parti del mondo lo riconoscono come "carta d'identità" di un prodotto o di un servizio italiano. Di questi ben il 94% lo associano a prodotti e servizi di alta gamma italiani. Con il Marchio Unico nazionale IT nasce una certificazione italiana concepita per corrispondere alle più severe norme riconosciute a livello internazionale e gestita da alcuni dei principali Organismi di Certificazione operanti in Italia: CSQA CERTIFICAZIONI, VALORITALIA e CERTIEURO che hanno pienamente superato le selezioni del bando emanato per l’assegnazione della gestione della certificazione italiana.

Alle attività di verifica degli OdC si aggiungono poi le valutazioni di Organi di Valutazione di primario rilievo quali, per il settore agroalimentare e vitivinicolo, UNIVERSITA' DEI SAPORI che esprimerà un vero e proprio giudizio sensoriale sui prodotti che consentirà di verificarne il grado di adeguatezza e di corrispondenza alle aspettative del mercato ed il livello di gradimento da parte degli utilizzatori finali con tanto di votazione verificabile all’interno dell’apposito portale. Esaltare, certificando da organismi terzi in modo rigoroso e facilmente riconoscibile con il Marchio Unico Nazionale IT, le produzioni e i prodotti che possono esser annoverate nei piani alti del Made in Italy. Non basta, le imprese e i prodotti certificati IT potranno dotarsi anche di un evoluto strumento di anticontraffazione, il SIAN, in grado di fornire immediata risposta sulla veridicità e corrispondenza del prodotto all'atto del suo acquisto.
Un metodo di controllo tecnologico che consente alle imprese italiane di stabilire un contatto diretto e continuativo proprio con l’utilizzatore finale di qualsiasi paese per la gestione delle più proficue iniziative promo commerciali e di fidelizzazione. Si tratta di strumenti efficaci per rafforzare e valorizzare quei valori intrinseci dei prodotti e dell’offerta nazionale e per offrire la più elevata garanzia dei mercati.
La Certificazione d’Origine e Tipicità Italiana, inoltre, è un buon mezzo per contrastare le attività dell’Agromafia. Un ulteriore stimolo allo sviluppo ed all’adozione della Certificazione d’Origine e Tipicità Italiana viene dal recente rapporto presentato dalla Coldiretti che evidenzia le cifre sottratte all’economia nazionale (51 miliardi di Euro) dalle diverse attività di falsificazione od ingannevole utilizzo dei colori nazionali o denominazioni simil italiane riportate sulle confezioni di prodotti agroalimentari di diversa provenienza da quella italiana.

Della Certificazione d’Origine e Tipicità Italiana, se ne possono dotare solamente aziende italiane operanti sul territorio italiano che occupano non meno del 70% della manodopera composta da italiani e che dimostrano di possedere tutti i requisiti stabiliti dagli stringenti protocolli concepiti per garantire la massima aderenza alle normative nazionali ed internazionali e per la massima tutela del consumatore.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, AGI, MarchioUnicoNazionale]

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27 giugno 2011
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