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Altre migrazioni

Quelle palme nane ai piedi delle Alpi. Il mutamento climatico porta la frutta sempre più a Nord

17 agosto 2005

Quell'anno ci fu la Grande Assemblea Europea della Frutta. I leaders di ogni tipo di frutta si incontrarono nel centro di un grande prato al centro dell'Europa e li discussero decisioni che avrebbero cambiato tutto quello che fino allora era la naturale normalità.
Il mutamento climatico, aveva cambiato l'agricoltura. L'esodo delle piante da frutto verso il Nord ormai era continuo; i cereali, bisognosi di molta acqua, vivevano una crisi quotidiana e le piante più fragili venivano minacciate continuamente dall'alternarsi di siccità e alluvioni.
In Inghilterra quell'anno, era il 2005, fu battezato l' "anno dell'albicocca": questo frutto, arrivato nel Mediterraneo al seguito dell'esercito di Alessandro Magno, per la prima volta poteva essere coltivato senza problemi e su larga scala nel Regno Unito. Oltre la Manica si attendevano il pinot nero, le mele cotogne e le mandorle. Tutto ciò era inpensabile qualche anno prima.
Il Consiglio Internazionale della Frutta si trovava di fronte a problematiche di difficile risoluzione, intanto pesche e albicocche fiorivano anticipatamente e i germogli di tanti altri frutti venivano arsi nel giro di pochi giorni trasformandosi in secche ombre.
  

E' proprio tutto vero. L'innalzamento generale delle temperature e il consguente mutamento climatico ha cambiato l'agricoltura. Le piante da frutto salgono lentamente verso Nord e guadagnano quota. Un movimento migratorio verso il Nord che riguarda anche l'agricoltura italiana. L'Ibimet (Istituto di biometeorologia) e l'Ucea (Ufficio centrale di ecologia agraria) hanno raccolto dati che fotografano una crisi strutturale: l'ulivo tende a spostarsi a Nord, fino in Piemonte, perché sopra i 33 gradi i fiori abortiscono e comincia a soffrire di carenza d'acqua. Peschi, mandorli, albicocchi hanno una fioritura anticipata di 15 giorni, ma sono minacciati dalle gelate perché il caldo parte fuori stagione e viene interrotto da brevi momenti freddi che stroncano le fioriture anticipate.
In Veneto il vino da tavola tende a trasformarsi in vino da dessert, in Trentino le vigne da spumante si spostano verso l'alto in cerca di un clima più adatto.
E mentre le nostre piante tradizionali soffrono, quelle esotiche prosperano: i semi che il vento trascina fuori dalle serre e dagli orti botanici si trovano inaspettatamente a proprio agio. Le valli del canton Ticino vedono l'avanzata della palma nana e dell'albero della canfora.

Dall'Anabio (Associazione nazionale agricoltura biologica) fanno sapere che di fronte  tale evidenza ''Bisogna lavorare al recupero delle varietà adeguate al nuovo clima: quelle selezionate nel corso dei secoli hanno una buona capacità di adattamento, le altre, scelte in laboratorio per aumentare la produttività, appaiono più vulnerabili''. Insomma, si potrebbero recuperare tipologie di frutto esistenti prima della rivoluzione climatica avvenuta nei tempi passati, e riproporle nelle condizioni attuali similare al clima di allora.  
Molte coltivazioni tradizionali con il nuovo assestamento climatico avvenuto ngli ultimi secoli sono  infatti andate perse. Altri vengono conservati vicino a Città di Castello dove Livio Dalla Ragione, il fondatore dell'associazione Archeologia arborea, custodisce 400 piante da frutto in via di estinzione: dalla pera ghiacciola, che disseta più di un bicchier d'acqua, alla mela agostina, piena di liquido come una spremuta, dalla rossa d'estate, un'altra mela con un leggero gusto di limone alle susine verdacchie, succose e non troppo dolci.
Ed è qui che si incontra l'impegno di Slow Food che con i 200 presidi costituiti per tutelare i prodotti a rischio estinzione non ha soltanto voluto difendere i sapori tradizionali, ma anche salvaguardare coltivazioni preziose in un'epoca segnata da un clima sempre più instabile.

Nell'elenco dei presidii più adatti alla stagione della siccità figurano: il Vialone nano di Grumolo Delle Abbadesse (in provincia di Vicenza), un riso già coltivato dai monaci; la cicerchia di serra dè Conti (vicino a Iesi), un legume povero che viene su bene in terre asciutte; la mela rosa dei monti Sibillini; la fagiolina del lago Trasimeno, un fagiolo bianco poco più grande di un chicco di riso che sopravvive anche senza grandi quantità d'acqua; il cappero di Salina; lo zafferano di San Gavino Monreale (Cagliari); il pistacchio di Bronte. Tra i cereali ci sono il farro e il grano saraceno, che crescono in bassa montagna.

Anche il panorama enologico sta subendo l'effetto serra, causa di cambiamenti significativi. Alla medesima maniera che per l'altra frutta alcune zone e alcuni vitigni vengono penalizzati, altri si avvantaggiano: per esempio la vendemmia anticipata non crea problemi allo chardonnay, mentre le uve di moscato rischiano di essere colte prima di aver maturato pienamente la loro carica aromatica.
Insomma, tra qualche anno potrebbe sucedere che per assaggiare un buon bicchiere di Passito, non si dovrà attraversare il mare per raggiungere Pantelleria ma scalare le montagne del Trentino Alto Adige.

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17 agosto 2005
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