Anche oggi per ricordare

Che dietro le stragi del '92 ci sia stato una convergenza di interessi politico-mafiosi lo sanno tutti...

20 luglio 2010

Sono continuate anche ieri le polemiche attorno ad una figura che dovrebbe solo ed esclusivamente raccogliere consensi unanimi, al di fuori della politica e da qualsivoglia movimento, ondata o corrente. Ieri, nel giorno della memoria, nel giorno della dolorosa memoria, a 18 anni dalla strage di via D'Amelio che privò Palermo, la Sicilia e l'Italia di un personaggio fondamentale come quello di Paolo Borsellino, e dei suoi "angeli" Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, si è rischiato che lo sdegno per una memoria oltraggiata, per una verità offesa inizialmente prevaricasse sul ricordo orgoglioso e fiero.

Un indignazione e una rabbia ovvia, perché causata da una mostruosa omertà di Stato. Sì perché, ormai tutti pensano e sono certi che dietro le stragi di Capaci e via D'Amelio ci sia stato una sorta di "golpe" pensato per accelerare la fine della prima Repubblica. Che la strage di via D'Amelio fosse frutto di una convergenza di interessi politico-mafiosi è ormai analisi condivisa: dalla politica, ma anche dalla magistratura, che sulla stagione che insanguinò la Sicilia è tornata a indagare. Barlumi di verità di cui, nel giorno dell'anniversario dell'eccidio di Paolo Borsellino e della sua scorta, hanno parlato pm e parlamentari. E sui quali il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha chiesto con fermezza di fare "piena luce".
In un messaggio il Presidente della Repubblica ha lanciato un appello affinché "i risultati conseguiti grazie all'impegno di magistrati e forze dell'ordine" siano "integrati da uno sforzo costante e coerente della società civile", così come "indispensabile è il convinto e forte sostegno alle nuove indagini in corso sulla terribile stagione delle stragi".

Ieri a Palermo, alla fiaccolata per commemorare Borsellino, c'era il presidente della Camera Gianfranco Fini. Il popolo delle "Agende rosse" lo ha accolto con prima con dei fischi, mentre un un gruppo di giovani gridavano a gran voce "fuori la mafia dallo Stato". Fini rispondendo alla domanda di uno dei manifestanti, se si potesse definire Vittorio Mangano (il mafioso, ex stalliere di Arcore, ndr) un eroe, ha sottolineato che "Mangano, un cittadino condannato per mafia non può certamente essere un eroe". Ed è a questo punto che è scattato l'applauso per il presidente della Camera che poco dopo ha ribadito: "in via D'Amelio non fu solo mafia". "Sulla strage di via D'Amelio non è stato fatto tutto e lo dimostra il fatto che a Caltanissetta le indagini stanno mettendo in evidenza che non fu soltanto un attentato di mafia". "Capisco - ha aggiunto Fini - l'indignazione di questo momento ed è importante e doveroso fare tutto quello che ognuno di noi può fare per evitare che cada nuovamente la coltre del silenzio o peggio ancora che non si raggiunga la verità autentica".
Fini ha poi detto che: "Le istituzioni si rispettano sempre e comunque, ci sono uomini delle istituzioni che si sono sacrificati perché credevano nel senso dello Stato e nella nostra Costituzione. E' compito di una buona politica ma anche dei media e della pubblica opinione di fare in modo che se c'è qualcuno che all'interno dell'istituzione non ha forti sentimenti che sia individuato e isolato e se responsabile punito".
"Per la prima volta quest'anno è a tutti chiaro che la strage di via D'Amelio non fu solo mafia - ha ribadito il presidente della Camera - credo che fosse doveroso fermarsi a parlare con loro e invitarli, come credo di avere fatto senza alcun problema, a rispondere alla loro coscienza e a ricordare che non si può essere professionisti dell'antimafia, l'antimafia deve essere un atteggiamento quotidiano, morale, politico, economico".
"Parto sempre dal presupposto che al 99% si tratta di ragazzi in buona fede che hanno, come tutti devono avere, il desiderio di raggiungere finalmente una verità che sia autentica", ha concluso, smorzando le polemiche sulla contestazione dei giovani in via D'Amelio al suo arrivo.

Gli inquietanti scenari della trattativa tra Stato e Cosa nostra, i sospetti, ormai più che concreti, di una responsabilità di pezzi delle istituzioni nella morte del magistrato e l'esigenza che presto si arrivi alla verità hanno accompagnato la giornata dedicata alla memoria. E' vero, gli anni in cui i palermitani scendevano in strada spontaneamente, gli anni dei lenzuoli appesi, delle piazze piene sembrano un ricordo lontano. Alle 8, col sole già alto, via D'Amelio, sventrata 18 anni fa da un'autobomba, era quasi deserta. Dieci persone che sono diventate un centinaio con l'arrivo dei ragazzini delle scuole. Nessun politico, nessun uomo del Governo. Il premier Berlusconi ha affidato a una lettera il suo ricordo del giudice; mentre il ministro della Giustizia Alfano ha fatto celebrare una messa in via Arenula. E' andata meglio nel pomeriggio. Al corteo che, al coro di "Resistenza", unisce due luoghi della memoria, via D'Amelio e l'albero Falcone, hanno partecipato alcune centinaia di persone e i deputati Beppe Lumia (PD) e Fabio Granata (PdL).
"I rappresentanti delle istituzioni si vanno a chiudere in caserma perché hanno paura delle contestazioni, ma é qui che sono morte sei persone"
, ha commentato con amarezza, Rita Borsellino, sorella del magistrato.
Dall'altra parte della città, nell'ufficialità della caserma Lungaro, il presidente del Senato Renato Schifani, una delegazione della commissione Antimafia, guidata dal presidente Beppe Pisanu, e il capo della Dna Piero Grasso hanno deposto corone di fiori in ricordo delle vittime.
Il riferimento alla verità negata su via D'Amelio e sulla stagione terroristico-mafiosa culminata negli attentati a Roma, Firenze e Milano del '93 è stato inevitabile. E se il procuratore nazionale Grasso ha ribadito che "é ormai un dato certo che quella di via D'Amelio, non fu solo strage di mafia"; Fabio Granata, componente dell'Antimafia, è andato oltre e ha fatto sue le parole del procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo: "Il 19 luglio del 1992 - dice - ci fu un vero e proprio golpe che aveva l'obiettivo di accelerare la fine della prima Repubblica". Un'opinione condivisa dal parlamentare del Pd Walter Veltroni, che parla di "strage dell'antistato e di convergenza di interessi tra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni", e dal leader di Idv Antonio Di Pietro. Ha preferito non utilizzare il termine "golpe", invece, Pisanu, che ha puntato però il dito contro "i troppi silenzi e le parole dette per confondere e ostacolare la ricerca della verità".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa]

- Il 'Giorno della Memoria', la 'memoria di un giorno' (Guidasicilia.it, 19/07/10)

 

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20 luglio 2010

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