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Anche se miracolo non è

Salvatore Crisafulli, risvegliatosi dopo due anni di coma, è ritornato a parlare

05 ottobre 2005

Un incidente tragico. Era l'11 settembre del 2003. Il trentaseienne Salvatore Crisafulli, come ogni mattina era uscito di casa per recarsi a lavoro, a Catania, a bordo della sua vespa. Ad un tratto l'impatto con un furgone, poi più niente. In coma per due anni. E poi più niente forse per i dottori, certo non per la sua famiglia, certo non per suo fratello Pietro. Più niente per i medici convinti che Salvatore non fosse cosciente, un pezzo di carne a forma d'uomo adagiato sopra un letto. Alimentato di cibo e aria da una macchina. Incosciente della realtà interna ed esterna al suo corpo. Ce lo avevano raccontato così.
Un calvario durato due anni interi per Pietro Crisafulli, che ha lasciato il lavoro per seguire suo fratello, per portarlo in giro per le cliniche italiane e fuori dall'Italia. Settecentotrenta giorni di sacrifici e speranza.
Poi la stanchezza è diventata troppa, le porte chiuse ancora di più. Nessuna speranza se non la propria, mentre l'Italia e il mondo intero parlava initerrottamente di Terri Schiavo, la giovane donna americana alla quale dopo anni di coma vegetativo irreversibile hanno ''staccato la spina''.
Pietro ha sempre amato suo fratello Salvatore, ma il fardello era diventato troppo grande, le sue richieste d'aiuto mai ascoltate. Il suo dolore, divenuto insopportabile lo mosse allora a denunciare il caso di suo fratello con parole terribili: ''Se nessuno mi aiuta staccherò la spina a Salvatore''.
L'annuncio di Pietro Crisafulli grazie ai media venne amplificato diventando di dominio pubblico. Il ministro della Salute, Francesco Storace, sentendosi fortemente chiamato in causa, si interessò personalmente e le condizioni di cure di Salvatore migliorarono abbondantemente.

Il 15 luglio scorso, Salvatore si è risvegliato. Due anni di assenza, e poi ad un tratto il ritorno, insperato per molti, mai dalla sua famiglia. Mai dal fratello Pietro, che ha lasciato il lavoro in Toscana, per tornare a Catania e seguire suo fratello da vicino.
Dopo un periodo di ricovero in un centro di Arezzo, dove, a distanza di un anno e mezzo dall'incidente, ha ricevuto le prime vere cure, era stato trasferito in Sicilia, a casa della mamma. ''All'inizio ero contrario al trasferimento - spiega il fratello Pietro -, perché temevo che lo abbandonassero di nuovo. Invece dal ministero della Salute ci hanno assicurato che sarebbero venuti a casa ogni giorno degli specialisti per seguirlo. E infatti lo stanno curando benissimo. Negli ultimi tempi abbiamo anche fatto arrivare un macchinario che gli permette di stare in piedi e che ha migliorato la postura del tronco e del corpo''.

Tre giorni fa, poi, Salvatore tutto a un tratto è ritornato a parlare.
Dalle pagine del sito di Tgcom si è appreso che Salvatore parla e capisce. Racconta, addirittura, la sua storia.
Nell'articolo (intitolato ''Terri Schiavo italiano inizia a parlare'') si legge che Salvatore Crisafulli parla lentamente, a tratti sforzandosi. ''Sto male'', dice. Poi guarda il fratello Pietro e in siciliano sussurra: ''Petru, pi mia ha fattu assai'' ("Pietro, per me hai fatto molto").
Leggiamo inoltre che Salvatore dell'incidente non ricorda nulla. ''Ricordo delle luci e poi mia mamma e i miei fratelli che urlavano in una stanza d'ospedale'', dice. Ma ricorda tutto dei terribili mesi successivi a quel maledetto 11 settembre 2003. Mesi trascorsi sdraiato su un letto, con i medici che entravano, lo guardavano e dicevano che non era cosciente. ''Sentivo mio fratello che diceva che secondo lui invece capivo tutto, lo sentivo urlare perché non gli credevano. Ma io non potevo parlare, non potevo muovermi, non potevo far nulla per fargli capire che c'ero, che li sentivo. Così piangevo'', e i medici credevano non fosse un atto volontario il pianto di Salvatore.

Da giorni il telefono di casa Crisafulli squilla in continuazione. Però non risponde Salvatore, risponde quasi sempre il fratello Pietro. L'uomo ritornato a vivere è febbricitante, si stanca a parlare. Pronuncia la parola ''mamma'' con molta difficoltà, mentre nella sua stanza ci sono giornalisti, operatori televisivi e quando gli viene chiesto cosa ricorda di questi due anni trascorsi senza riuscire a dire una parola, Salvatore si rimette a piangere e risponde, con un ''sì'', che ricorda "tutto", le preoccupazioni dei suoi genitori e dei suoi figli, tutti i ''viaggi della speranza'' in giro per l'Italia ed anche all'estero.

A Catania, in via Brancati 14, nel centro di Catania, gridano al miracolo. L'appartamento al primo piano dove abita Salvatore, è diventata meta di pellegrinaggio. Vicini, sconosciuti e naturalmente giornalisti, vogliono vedere Salvatore.
Sulla parete della sua camera, trasformata in una di sala speciale con macchinari e computer, la famiglia ha attaccato le immagini di Sant'Agata che è la santa protettrice di Catania, quella di Padre Pio, un crocifisso, una sciarpa della squadra di calcio della città e una foto di Storace, il ministro della Salute.
Salvatore per molti è un miracolato, ma non per tutti. C'è chi proprio non vuole sentire parlare di miracolo, ed è il professor Sergio Pintaudi, responsabile del reparto di rianimazione dell'ospedale Garibaldi di Catania, dove Salvatore fu ricoverato dall'11 settembre al 29 ottobre del 2003. ''Da noi arrivò in uno stato severo e acuto, poi fu trasferito a Messina in uno stato di non contattabilità, ma non in coma vegetativo''.
E' facile parlare di miracoli di fronte a casi del genere, e se è anche giusto che chi di dovere stemperi le invocazioni sante, è pur vero che Salvatore Crisafulli è tornato a vivere ed è, comunque, questa la cosa più importante.

- I saggi bioetici: nutrire sempre chi è in coma (Corriere.it)

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05 ottobre 2005
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