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Ancora nessun libico

A Lampedusa continuano gli sbarchi degli immigrati: oltre 200 arrivati in poche ore, tutti di nazionalità tunisina

03 marzo 2011

Non si ferma la nuova ondata di sbarchi di immigrati nordafricani sull'isola di Lampedusa. Dalle 22 di ieri sera sono state quattro le imbarcazioni arrivate in poco meno di sei ore, con a bordo complessivamente 218 persone, tra cui una sola donna.
Alle 22 sono sbarcati 67 maghrebini, soccorsi dalla Guardia costiera, dopo appena due ore, poco dopo la mezzanotte, sono sbarcati altri 54 migranti, tra cui la donna, intorno all'una e trenta sono poi arrivati altri 58 nordafricani. L'ultimo sbarco si è registrato alle 3 della notte con a bordo 39 persone.
Nelle ultime ore non ci sono stati avvistamenti, ma la situazione potrebbe mutare da un momento all'altro, come fanno sapere dalla Capitaneria di porto di Palermo.
Nessuno degli immigrati arrivati nella nottata proviene dalla Libia. Gli extracomunitari sbarcati, come confermato dagli stessi al loro arrivo, sarebbero tutti di nazionalità tunisina. Sembra, quindi, non essere partita ancora l'annunciata ondata di cittadini libici che dopo i disordini nel paese tentano di lasciare la Libia.
Ieri sono stati oltre 500 gli immigrati, tutti tunisini, arrivati sull'isola di Lampedusa (LEGGI). Torna così a riempirsi il Centro d'accoglienza di contrada Imbriacola dove ci sono circa 1000 persone su una capienza di meno di 800 persone.

Questa mattina il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, intervenendo alla trasmissione "Mattino cinque" ha affermato: "I migranti che giungono a Lampedusa sono irregolari e quindi finché non richiedono lo status di rifugiati dovrebbero essere rinchiusi".
Il primo cittadino dell'isola si è anche detto convinto che l'allestimento di tendopoli in Maghreb servirà a rallentare gli sbarchi. "Abbiamo dimostrato di essere una popolazione accogliente nella consapevolezza che non si può accogliere tutti, ma in presenza di una guerra e una tirannia l'Italia è sempre pronta fare sua parte. Ci stiamo comportando come in caso di un'emergenza umanitaria, nessuno infatti parla di respingimenti".

Le missioni umanitarie italiane - C'è anche un pacchetto di misure per alleviare la situazione umanitaria nel Nordafrica sconvolto dalle rivolte e la pressione migratoria sulle coste italiane al centro del Consiglio dei ministri in corso a Palazzo Chigi. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha anticipato che nelle prossime ore l'Italia porterà aiuti a Bengasi, seconda città libica, e allestirà un campo in Tunisia al confine con la Libia, occupandosi anche del rimpatrio di migliaia di cittadini egiziani.
"Abbiamo deciso due importanti missioni umanitarie. La prima, su richiesta dell'Egitto e della Tunisia, prevede l'aiuto a circa 60mila egiziani che lavoravano in Libia ed ora sono fuggiti in Tunisia. Ci è stato chiesto di assisterli e di fare in modo che possano rientrare in patria sani e salvi. La seconda missione umanitaria si dirigerà in Cirenaica portando cibo e medicinali a una popolazione stremata". E' quanto ha spiegato il ministro Frattini.
Sulle ipotesi di un'eventuale intervento militare dall'esterno ha precisato: "è un'ipotesi che ha già sollevato le perplessità della Lega araba. Escludo categoricamente che l'Italia possa partecipare ad un'azione militare in Libia, per ovvi motivi legati al nostro passato coloniale. Al massimo, potremmo dare la disponibilità logistica delle nostre basi, ma anche in questo caso occorre un chiaro mandato internazionale dell'Onu. E, comunque, qualsiasi tipo d'azione deve tener presente il delicato contesto politico e culturale del mondo arabo".

Per coordinare le iniziative in campo umanitario in Libia e fare il punto sugli sviluppi della crisi, il Ministro degli Esteri ha sentito telefonicamente l'alto rappresentante degli Esteri europeo Catherine Ashton e il neo ministro degli Esteri francese Alain Juppè.
Catherine Ashton ha telefonato al titolare della Farnesina anche per sondare la disponibilità italiana ad aiutare logisticamente una eventuale missione dell'Unità di crisi europea, guidata da Agostino Miozzo, a Tripoli. Obiettivo della missione sarebbe una prima ricognizione della situazione della sicurezza dei cittadini europei e di quella umanitaria. Tra i temi affrontati con il rappresentante Ue e il collega francese i vari aspetti della crisi, tra i quali anche la questione della "No Fly Zone".
I particolari delle due missioni umanitarie verranno discussi questa mattina, ma il reponsabile della Farnesina ha anticipato qualche dettaglio. "Nel giro di 24-48 ore - ha spiegato - sono in grado di partire navi per allestire nella zona di Ras Jejder un campo di assistenza italiano con la collaborazione dell'Acnur (alto commissariato onu per i rifugiati) e dell"Oim (organizzazione internazionale migranti)".

La decisione dei sindaci calatini sul  "Villaggio della solidarietà" - Nei giorni scorsi il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, partecipando a una riunione con i sindaci dell'area etnea del Calatino sud Simeto, in prefettura a Catania, aveva chiesto a questi il parere sul "Villaggio della solidarieta" di Mineo, che sarà utilizzato per ospitare i migranti in fuga dal Nordafrica. "Visti i termini legati all'emergenza umanitaria definiti nell'ordinanza firmata dal presidente del Consiglio, ho avanzato questa proposta - aveva detto il ministro Maroni - e chiesto ai sindaci di farmi sapere entro 24 ore: cioè la disponibilità a realizzare questo progetto oppure no" (LEGGI).
Passate più di 24 ore e dopo una lunga riunione tra i primi cittadini della zona, i sindaci Calatini hanno espresso il loro parere e il Villaggio della solidarietà ha incassato il sì di 10 sindaci su 15. Contrari al piano, invece, i sindaci di Caltagirone (Francesco Pignataro), Mineo (Giuseppe Castania), Grammichele (Giuseppe Compagnone), Ramacca (Gianniantonio Malgioglio) e Castel di Iudica (Nicola Pirotti).
I cinque sindaci che hanno detto no alla proposta ieri mattina hanno inviato una lettera al ministro dell'Interno Roberto Maroni in cui affermano che "il modello Mineo, così come prospettatoci dal ministro Maroni, non risponde all'idea che abbiamo consapevolmente maturato, sulla scorta dell'esperienza di effettiva integrazione da noi portata avanti nelle nostre comunità". "Non ci piace l'idea - hanno scritto ancora - che almeno duemila persone vengano deportate in un luogo senza i necessari presidi e senza vere opportunità di inclusione, in una condizione di segregazione che potrebbe preludere da un lato a rivolte sociali, dall'altro indurre alcuni di loro, a fronte di una stragrande maggioranza pacifica e ispirata alle migliori intenzioni, a mettere a dura prova le condizioni di sicurezza del territorio". I cinque sindaci nella lettera al ministro Maroni hanno scritto anche di aver "apprezzato il tentativo del presidente della Provincia (Giuseppe Castiglione, ndr) di trovare una sintesi fra le diverse posizioni" e di dare atto al presidente della Regione di "avere contribuito a tenere alta l'attenzione del governo nazionale sulla necessità che sia il Paese intero, e non la sola Sicilia, a farsi carico dell'eventuale emergenza sbarchi". "Le chiare prese di posizione delle organizzazioni di volontari che ogni giorno si impegnano su questo versante - continua la lettera - dovrebbero indurre lo stesso governo a riflettere su questa impostazione, a rendersi conto che, al di là delle buone intenzioni, al 'Residence degli Arancì si rischia di innescare una bomba sociale dalle enormi proporzioni, a scapito dei rifugiati stessi, delle nostre popolazioni e di quanto esse hanno sin qui realizzato per un'accoglienza sostenibile ed efficace". "A Maroni - proseguono - abbiamo fatto una proposta concreta, dichiarandoci pronti ad accogliere 400 immigrati nei salotti buoni delle nostre città, secondo una logica di inclusione vera. Ma all'integrazione concreta il ministro preferisce altre soluzioni sperimentali".
"Il nostro concetto di accoglienza, sperimentato con risultati positivi, come attestato dagli apprezzamenti dei più autorevoli organismi - hanno concluso Pignataro, Castania, Compagnone, Malgioglio e Pirotti - è un altro. La vera accoglienza si costruisce solo dentro un tessuto di relazioni e una rete diffusa di servizi che aiuti gli immigrati a inserirsi, per piccoli gruppi, nelle comunità e rappresenti per loro e per le professionalità che si trovano numerose e qualificate nel nostro territorio, un'effettiva opportunità".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, Lasiciliaweb.it]

 

 

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03 marzo 2011
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