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Ancora un'alba per l'odissea libica

Tra combattimenti sul campo, bombardamenti aerei e quella che sembra una pericolosa confusione diplomatica

22 marzo 2011

L'odissea libica vede un'altra alba. Sul campo proseguono i combattimenti, nei palazzi europei invece si discute sulla leadership della coalizione. Fino ad ora "Odyssey Dawn" è stata guidata da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, ma alcuni Paesi - tra cui, in prima linea, l'Italia - spingono affinché il comando passi alla Nato. Il governo italiano lo chiede con veemenza, tanto che minaccia di riprendere il controllo delle sette basi militari messe a disposizione della coalizione nel caso in cui Parigi dovesse mantenere la guida della missione. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, nella serata di lunedì, aveva anche affermato che una delle possibilità allo studio è la creazione di un "comando separato".
Il suo collega parigino Alain Juppé era di tutt'altro parere: "Nei prossimi giorni l'alleanza è pronta a venire in sostegno della coalizione", ma il coordinamento viene al momento escluso. A quest'ultimo si è accodato il titolare della diplomazia spagnola Trinidad Jimenez, secondo cui "per il momento, tenendo conto che c'è già una coalizione internazionale formata non solo da paesi europei e membri della Nato, ma anche da paesi arabi, sembra che il sentimento prevalente è che la coalizione continui".
Insomma, una coalizione che potrebbe sgretolarsi già nelle prossime ore. Forse ha già iniziato a farlo, dato che la Norvegia ha annunciato il ritiro temporaneo dei suoi sei Caccia F16 messi a disposizione della missione: "Bisogna chiarire la questione del comando", ha detto senza giri di parole il ministro della Difesa Grete Faremo.

Questa mattina il ministro Frattini è tornato a parlare ai microfoni di Radio Anch'io. "Il comando delle operazioni militari contro la Libia deve passare alla Nato, è una questione di serietà, una questione altamente politica. Non possiamo immaginare che ci siano comandi separati da ciascuno dei quali dipendano alcune scelte. Mi auguro - ha aggiunto - che dalla riunione di oggi del Consiglio atlantico arrivi la decisione". Il titolare della Farnesina ha poi ricordato che il premier britannico David Cameron è d'accordo con la posizione italiana. L'Italia "non si tira indietro - ha detto ancora Frattini - ma se sette basi dipendono dal controllo Nato non ho nulla da obiettare. Se cosi non fosse gli aerei che partiranno dalle basi italiane devono essere sotto un controllo di cui mi assumo la responsabilità". La missione deve trasformarsi in "un’azione di mediazione politica per far comprendere a Gheddafi che deve lasciare" per far posto alla creazione di "una nuova Libia aperta ai principi della democrazia", ha affermato. Quindi il ministro ha ripetuto che "l’obiettivo non è quello di bombardare Gheddafi, ma quello di impedire che Gheddafi bombardi la popolazione civile", e che è necessario "difendere la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, rispettarla scrupolosamente. Tutto quello che esce fuori dalla risoluzione non lo accetteremo". "Non credo che l’opposizione libica sia dominata dall’estremismo radicale", ha proseguito Frattini, spiegando di aver "parlato personalmente con il capo della resistenza libica, l’ex ministro Jalil". Questi gli ha spiegato che vi era stata "la percezione di cellule radicali islamiste che volevano infiltrarsi nel loro movimento, ma le hanno individuate e allontanate". Il titolare della nostra diplomazia ha poi promesso che "la nuova Libia sarà amica dell’Italia come la Libia del passato, noi vogliamo essere amici del popolo libico, non del regime", tanto che "l’Italia è stata l’unica a consegnare aiuti umanitari a Bengasi, pari a 90 tonnellate".
Fuori dalle righe, come al solito, il commento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che in questi giorni poco ha preso la parola, facendo lavorare e parlare i ministri degli Esteri, della Difesa e dell'Interno. Durante una cena elettorale a Torino, Silvio Berlusconi avrebbe parlato della situazione in Libia e del comportamento di Parigi sulla missione dopo la risoluzione dell’Onu. Secondo alcuni invitati alla cena, il Premier avrebbe detto: "La Francia si è mossa in modo autonomo, noi invece vogliamo un coordinamento della Nato. E' necessario attenersi alla risoluzione". Il Cavaliere inoltre avrebbe espresso dispiacere per Gheddafi e per uno Stato amico, come è stata la Libia, ora finita sotto attacco: "Sono addolorato per Gheddafi e mi dispiace. Quello che accade in Libia mi colpisce personalmente".

Cosa è successo nel terzo giorno di 'Odyssey Dawn' - Sono proseguite oggi le incursioni su Tripoli, Zintan, Misurata, Sirte, Sabha e una zona a est di Bengasi dove le forze del raìs arretrano. Vediamo quello che è successo ieri, terzo giorno di 'Odyssey Dawn', e come sono andate le operazioni della coalizione internazionale sui cieli della Libia.
Ieri le forze della coalizione hanno colpito Sabah, una roccaforte del colonnello a sud del paese. Sotto assedio anche Sirte, la città natale del raìs, dove le autorità libiche hanno lamentato molti morti. In serata, è stata nuovamente Tripoli l'obbiettivo. La capitale è stata colpita anche nella zona portuale. Attacchi a cui la contraerea ha reagito: le fonti locali parlano di spari, seguiti da esplosioni.

Ma le milizie di Gheddafi sono impegnate su più fronti. Quaranta morti tra la popolazione ieri a Misurata. I miliziani di Gheddafi hanno preso il controllo della strada principale, e in serata fonti governative hanno comunicato ufficialmente la presa della città. Oltre alle vittime, si contano anche trecento feriti. Secondo i ribelli, il rais ha reagito agli attacchi usando scudi umani "volontari" per impedire raid contro obiettivi strategici. Un esponente degli insorti ha dichiarato che i miliziani del colonnello hanno portato civili a Misurata dai paesi vicini, per usarli come scudi. Anche a Tripoli, la tv libica ha affermato che "migliaia di sostenitori del rais" si sarebbero ammassati attorno alla caserma di Bab Al Azizia, il bunker del Colonnello nella capitale, colpita l'altro ieri notte da alcuni razzi. Ma potrebbe trattarsi di civili costretti con la forza. La giornata ha visto anche l'attacco dei miliziani lealisti a Zenten e Yefren.
I primi a riprendere gli attacchi sulla Libia sono stati i francesi, ieri mattina. Poco prima delle 14, sono decollati anche tre Tornado italiani dalla base di Birgi a Trapani. Secondo l'ammiraglio americano Mike Mullen, capo degli Stati maggiori unificati, la prima ondata di attacchi ha permesso di imporre la no-fly zone sulla Libia. Il piano dell'operazione prevede adesso la seconda fase, quella che prevede l'attacco ai rifornimenti per le truppe di Gheddafi. Concetto ribadito dal portavoce dell'Africa Command statunitense, Vince Crowley, secondo il quale ieri l'intensità dell'azione militare Usa in Libia potrebbe avere già raggiunto il suo picco. "Stiamo passando dalla fase di azione alla fase di pattugliamento, la partecipazione dei nostri aerei si è in qualche modo ridotta". Comunque la no-fly zone coprirà presto un'area di 1.000 chilometri, ha detto il generale statunitense Carter Ham, comandante di Africom. Ham ha ricordato che l'obiettivo della missione è la "protezione dei civili".
L'intervento militare in Libia è stato finora "un successo", ha affermato il ministro degli esteri francese Alain Juppè al termine del Consiglio Ue affari esteri a Bruxelles. Secondo il ministro, infatti, l'intervento della 'coalizione dei volenterosi' ha "evitato un bagno di sangue" tra i civili a Bengasi, dove si sono asserragliate le forze d'opposizione al regime di Gheddafi. Juppè ha anche dichiarato che la Nato è "disposta a intervenire a sostegno" della coalizione "tra qualche giorno".

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel corso della conferenza stampa congiunta con l'omologo cileno Sebastian Pinera, al palazzo de La Moneda a Santiago, ha sottolineato che a breve il comando della missione in Libia verrà trasferita alla Nato e agli alleati. "Anticipiamo che questa transizione avrà luogo in giorni e non in settimane - ha affermato Obama - Mi aspetto che nei prossimi giorni avremo più informazioni, e il Pentagono fornirà ogni dettaglio della questione agli americani e alla stampa". Inoltre, l'inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che "la Lega Araba farà assolutamente parte della no-fly zone" aggiungendo che "ci assicureremo di attenerci al mandato della risoluzione Onu".
E dopo le critiche alla operazioni militari in Libia, il segretario della Lega Araba, Amr Moussa, ha fatto una parziale retromarcia. A sottolineare che Egitto e La Lega Araba stanno con l'Onu e la comunità internazionale è prima il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, poi lo stesso Moussa nella conferenza stampa congiunta al Cairo.
Ban ha chiesto alla Libia di rispettare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza, compresa la richiesta di una cessazione immediata delle ostilità. La comunità internazionale, ha aggiunto, deve parlare con una sola voce per "metter fine ai combattimenti in Libia". Presa la parola, Moussa ha subito assicurato: "Noi rispettiamo la risoluzione dell'Onu, non siamo affatto contrari" sottolineando però che "in linea di principio noi siamo contrari ai bombardamenti aerei". "Noi sosteniamo la no fly zone per impedire al regime di Gheddafi di colpire civili", ha chiarito Moussa aggiungendo che la "protezione di civili è di importanza sostanziale per noi".
Nel corso di una telefonata tra David Cameron e Moussa, il primo ministro britannico gli ha confermato che la coalizione sta "lavorando sulla scelta degli obiettivi" proprio per evitare vittime civili. Intervenendo alla Camera dei Comuni, il premier britannico ha ribadito che la coalizione intende "limitarsi al testo della risoluzione" anche per quanto riguarda l'ipotesi di un intervento di terra: "la risoluzione esclude forze di occupazione, non parliamo di occupazione ma di azione per proteggere i civili".
Intanto Germania e Russia hanno ribadito il loro no all'operazione militare contro la Libia. "Credo ci siano buone ragioni" per non partecipare, ha detto il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle sottolineando in particolare le critiche della Lega Araba alla missione 'Odissea all'alba', che sarebbe andata oltre il mandato della risoluzione dell'Onu.
"La facilità con cui gli Stati Uniti ricorrono all'uso della forza sulla scena internazionale sta diventando una costante", ha affermato dal canto suo il premier russo, Vladimir Putin secondo cui "il conflitto militare interno in corso in Libia non giustifica l'interferenza esterna in difesa di una delle parti in causa". La risoluzione 1973 "è incompleta, non corretta e ricorda una chiamata alle crociate". Putin ha anche detto che la crisi in corso in Libia conferma la correttezza della politica di riarmo di Mosca. Dmitri Medvedev non ha nascosto in alcun modo il proprio disaccordo con Vladimir Putin. Il presidente - unico responsabile della politica estera - ha ammonito che ogni giudizio sulla questione in questo momento deve essere molto accurato. "L'uso di espressioni come 'crociate' e altre, che possono portare allo scontro di civiltà è inaccettabile" ha detto Medvedev in una conferenza stampa tenuta fuori dalla sua residenza a Gorki, sottolineando che si potrebbe arrivare a situazioni "molto peggiori di quella attuale".

I ministri degli esteri dei 27, intanto, hanno deciso che l'Ue è pronta a inviare una missione militare umanitaria in Libia. "L'Ue è pronta a fornire un sostegno nell'ambito della politica comune di sicurezza e difesa (Csdp) all'assistenza umanitaria in risposta a una richiesta dell'Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) e sotto il coordinamento Onu", si legge nelle conclusioni adottate dal Consiglio Ue affari esteri a Bruxelles. Inoltre "tali azioni rispetteranno pienamente le linee guida Onu sull'uso degli asset militari e di difesa civile (Mcda)".

"I nostri aerei non hanno sparato e non spareranno" - "Per noi è essenziale la chiara definizione della missione limitata alla no fly zone, all'embargo, alla protezione di civili". Lo ha detto Silvio Berlusconi intervenendo ieri a Torino. Il premier ha auspicato che "il comando operativo passi alla Nato e comunque ci deve essere un coordinamento diverso da quello che c'è oggi". "I nostri aerei non hanno sparato e non spareranno", ha poi aggiunto precisando che "i nostri aerei sono lì per il pattugliamento e per garantire la no-fly zone".
Il governo, ha spiegato ancora Berlusconi, sta sollecitando iniziative umanitarie "per quanto riguarda le popolazioni civili e anche, nel nostro interesse per prevenire gli esiti migratori". Dalla Libia "sono già fuggiti quasi 300 mila cittadini che libici non sono e si sono ritrovati in Tunisia e in Egitto - ha detto - Siamo stati il primo Stato ad inviare un'azione umanitaria sul posto con tende per circa 12 mila persone e abbiamo offerto cure mediche. Crediamo che anche gli altri Stati debbano fare la loro parte e partecipino attivamente".
Ma, non è certo chiara la dimensione del ruolo svolto dalle forze armate italiane. I nostri Tornado partecipano attivamente alla missione, colpendo gli obiettivi nemici, o si limitano ad appoggiare i mezzi alleati? Domanda d'obbligo perché l'affermazione del premier sui limiti e le caratteristiche dell'impegno dei nostri veivoli cozzano con il resoconto fatto oggi dal comandante Mauro Gabetta, pilota e portavoce della base di Trapani Birgi. "L'operazione di soppressione delle difese degli avversari condotta dai nostri apparecchi è stata positiva, gli obiettivi sono stati colpiti", ha spiegato l'ufficiale. "La zona interessata era nei pressi di Bengasi", ha sottolineato. "Siamo pronti a operare in seno alla coalizione internazionale e ci sentiamo responsabili nei confronti dei cittadini italiani e di tutti i paesi della coalizione - ha aggiunto Gabetta - la nostra missione non è finita, siamo pronti a rispondere ogni volta che ci viene richiesto".
A rendere ancora più confusa la situazione la notizia della rimozione dall'incarico del maggiore Nicola Scolari, uno dei piloti dei Tornado italiani che ieri sera hanno svolto una missione nei cieli di Bengasi. Al rientro alla base di Trapani l'ufficiale aveva raccontato: "Nella missione condotta in Libia abbiamo solo pattugliato la zona nei pressi di Bengasi ma non abbiamo ritenuto di lanciare i missili contro i radar". "Nella nostra missione - ha aggiunto Scolari - abbiamo verificato sulla Libia se vi fosse la presenza di radar accesi e qualora ne avessimo avuto conferma li avremmo distrutti". Ieri dallo Stato maggiore dell'Aeronautica si è appreso che per Scolari è stato disposto il rientro al suo reparto di appartenenza, a Piacenza.

Intanto, le operazioni militari nella base dell'Aeronautica militare di Trapani Birgi dove ha sede il 37° stormo, proseguono senza sosta. All'alba è atterrato un C-130 J utilizzato per il trasporto di materiale logistico. Anche ieri, fino a tarda notte, sono proseguite le manovre con decolli e atterraggi di caccia italiani. Top secret le destinazioni dei mezzi che si levano in volo.
A parlare solo l'Aeronautica Militare che nella notte ha diffuso una nota ufficiale raccontando quanto accaduto ieri. Nella giornata di ieri si sono concluse positivamente le missioni di 'accecamento' dei siti radar libici condotte dai velivoli Tornado Ecr (Electronic Combat Reconnaissance) dell'Aeronautica Militare presenti a Trapani nell'ambito dell'operazione 'Odyssey Dawn'. Questa tipologia di missione, denominata 'Sead' (Suppression Of Enemy Air Defenses), ha come obiettivo proprio quello di rendere inefficaci le installazioni di difesa aerea nemica.
"Il positivo esito di una missione Sead può essere di fatto conseguito - ha spiegato l'Aeronautica Militare - anche in funzione di deterrenza, quando nell'ambito di un'operazione aerea complessa non viene rilevata la necessità di utilizzare l'armamento in dotazione al velivolo (missili aria-superficie Agm-88 Harm - High-speed Anti Radiation Missile) in quanto i sistemi radar presenti sul territorio ostile vengono appositamente spenti per non essere localizzati e successivamente colpiti. Ciò rende di fatto inoffensivi, come accaduto in queste prime missioni dei Tornado italiani, i sistemi di difesa aerea".
L'Aeronautica Militare "con i Tornado Ecr è una delle poche forze aeree europee a possedere tale capacità operativa, che si configura come una vera e propria capacità di nicchia che la Forza Armata ha voluto mantenere nel tempo, in ragione della sua importanza in ogni tipo di teatro operativo ed il cui utilizzo viene esercitato in aderenza alle regole di ingaggio fissate per l'operazione". "Per cercare di spiegare meglio la delicata attività dei caccia Tornado Ecr, appare utile chiarire il concetto: 'First in, last out' (primi ad arrivare e ultimi ad andarsene). Con ciò si vuole esprimere che chi compie missioni Sead deve arrivare prima di velivoli che svolgono altre tipologie di missioni (bombardieri, trasporti, elicotteri, caccia di scorta, ecc) e abbandonare l'area delle operazioni per ultimi per garantire la sicurezza contro le difese aeree nemiche", ha spiegato ancora l'Aeronautica.
"Una costante attività di addestramento (ad esempio le esercitazioni 'Red Flag' negli Usa e le 'Spring Flag' in Italia) è fondamentale - ha sottolineato poi l'Aeronautica Militare - per far sì che questa importante capacità operativa sia in grado di far fronte alla continua evoluzione tecnologica dei sistemi di difesa aerea".
"Quanto all'impiego presente e futuro degli assetti dell'Aeronautica Militare, armamento compreso, esso avviene ed avverrà sempre in totale armonia con le direttive politiche e i compiti istituzionali delle Forze Armate".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Repubblica.it, Corriere.it, Reuters.it, Ansa, Adnkronos/Aki]

- Perché difendo comunque i Raid in Libia di Bernard-Henri Lévy

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22 marzo 2011
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