Arrestato il boss Giovanni Arena

Ricercato dal 1993, il boss, legato al clan Santapaola, era nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia

26 ottobre 2011

Il latitante Giovanni Arena, 56 anni, ritenuto esponente di Cosa nostra e a capo dell'omonima famiglia mafiosa, è stato arrestato da agenti della squadra mobile di Catania. Inserito nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia, era latitante dal 1993 quando sfuggì all'operazione Orsa maggiore - ritenuta uno spartiacque nella lotta alla mafia nella provincia etnea, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della locale Procura - contro la cosca Santapaola. In contumacia è stato condannato all'ergastolo per un omicidio commesso nel 1989. Era ricercato anche per associazione mafiosa, detenzione di armi e traffico di droga.
Arena è stato catturato durante un blitz compiuto da agenti della sezione Catturandi della squadra mobile della Questura di Catania nel popoloso rione Librino del capoluogo etneo, che era il suo mandamento di riferimento, confermando la tesi che i boss non si allontanano molto dalla zona che controllano. La cattura è avvenuta alle due di notte: il latitante era in un appartamento al secondo piano di uno stabile a poche decine di metri dal cosiddetto "palazzo di cemento" del quartiere di Librino, la centrale dello spaccio di droga da lui controllata.

Ritenuto esponente di spicco dalla cosca Santapaola e legatissimo alla "famiglia", è stato accusato di avere avuto un ruolo nell'attentato incendiario che il 18 gennaio 1990 distrusse la sede della Standa, allora di proprietà del gruppo Berlusconi, nella centrale via Etnea a Catania, lo stesso giorno dell'arrivo della commissione antimafia in città. Da quell'accusa Arena è stato prosciolto.
Il latitante è stato condannato all'ergastolo il 28 maggio 2003 nel processo Orione 5, per l'uccisione di Maurizio Romeo, esponente della cosca rivale dei Ferrera, noti come "Cavaduzzu", avvenuto ad Aci Castello il 31 ottobre 1989. A delinearne la pericolosità, secondo gli investigatori, sarebbe la sua lunga latitanza: 18 anni trascorsi ben protetto dalla "famiglia", segno, sostengono, del suo inserimento a alti livelli nell'organizzazione. Il clan Santapaola, però, a quanto pare gli stava stretto e così decise di lasciare la cosca, alla quale era affiliato, e passò nel gruppo Sciuto-Tigna alleato del clan Cappello, organizzazione criminale storicamente rivale di Cosa nostra. Al centro del passaggio, sostengono, gli investigatori c’è la gestione del fiorente mercato dello spaccio di droga.
La sua famiglia, secondo l'accusa, avrebbe adesso una gestione "autonoma", con il controllo del mercato dello spaccio di stupefacenti nel rione Librino, e in particolare del famigerato "palazzo di cemento" dello stesso quartiere che produce un giro d'affari illecito da fatturati che la polizia ha più volte definiti "vertiginosi".

Il questore Antonio Cufalo e il capo della squadra mobile Giovanni Signer hanno rivelato che il boss, dopo l'arresto, rivolgendosi ai suoi nipoti, ha detto loro: "Adesso potete smettere di chiamarmi zio, potete chiamarmi nonno...". Un sistema, hanno spiegato gli investigatori, per "evitare che qualcuno potesse parlare di lui in maniera diretta". In questi 18 anni, hanno sottolineato, "Arena era completamento scomparso, protetto da un eccellente sistema di sicurezza adottato dalla sua famiglia", composta da moglie e nove figli e diversi nipotini. Una famiglia attenta, tanto che numerose telecamere piazzate dalla polizia per sorvegliare l'abitazione del latitante sono state scoperte e distrutte. Degli operai del Comune che stavano potando delle siepi nella zona sono stati aggrediti da giovani del rione Librino perché sospettavano che stessero piazzando dei sistemi di sorveglianza. La prudenza non era mai abbastanza: in anni di intercettazioni nessuno dei suoi familiari ha parlato di lui o lo ha citato. La moglie, molto prudente, quando la sua auto è stata rimossa per un divieto di sosta prima di tornarne in possesso l'ha fatta 'bonificare' per accertare che non ci fossero microspie nascoste. A tradire Arena é stato il suo tono di voce, basso e inconfondibile che è stato ascoltato in sottofondo durante un'intercettazione nella sua abitazione. A casa ci doveva essere soltanto la moglie e per questo la sezione Catturandi della squadra mobile ha fatto irruzione: l'abitazione sembrava vuota, ma in una cassapanca, una sorta di 'bara' hanno spiegato dalla Procura, nascosta all'interno di un'armadio c'era lui. Un piccolo dislivello ha svelato lo strettissimo 'covo' e Arena è stato arrestato. Era in possesso di una pistola calibro 9 con il colpo in canna. Non l'ha usata, e si è consegnato alla polizia: "Questa volta siete stati bravi… da vent’anni sono in questa casa…", ha detto. Poi il trasferimento in Questura, con indosso jeans, una maglietta il volto di Homer Simpson, una giubbotto nero e cappello con visiera scuri.

Una famiglia dedita alla criminalità - Una 'famiglia' interamente dedita alla criminalità in tutti i sensi quella del boss Giovanni Arena. In passato, infatti, sono stati arrestati o fermati anche sua moglie e quattro dei loro figli.
In inchieste contro la criminalità sono finiti la moglie, Loredana Agata Avitabile, 55 anni, considerata la 'zarina del palazzo di cemento' del rione Librino, ritenuto uno dei centri dello spaccio di droga a Catania, e quattro loro figli: Maurizio, arrestato con l'accusa di omicidio il 15 novembre del 1999; Agatino Assunto, catturato il 28 febbraio del 1999, e il 27 febbraio del 2010 condannato a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa; Antonino, arrestato il 26 luglio del 2011 dopo due anni di latitanza e destinatario di quattro ordinanze di custodia cautelare; e Massimiliano, che fu arrestato il 31 ottobre del 2007, e poi rinviato a giudizio, per tentativo di omicidio: con due complici, il 20 dicembre del 2006, avrebbero ferito con un colpo di pistola un metronotte di 52 anni nel tentativo di rubargli l'arma mentre l'uomo era in servizio davanti la guardia medica del rione Librino. Alcuni del gruppo furono coinvolti nell'operazione denominata "Revenge", condotta dalla Squadra Mobile nell'ottobre del 2009, sequestrando armi e sventando la ripresa di una sanguinosa faida mafiosa a Catania.
Un famiglia anche unita: quando la polizia arrestò il ricercato Antonino Arena, latitante da due anni, una sua sorella si mise in auto inseguendo la pattuglia che lo portava in Questura gridando agli agenti: "fatelo scendere, fatelo scendere...".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ign, ANSA, Lasiciliaweb.it, Repubblica.it, Corriere.it, Il Fatto Quotidiano]

 

 

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26 ottobre 2011

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