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Aspettando la verità

Per onorare veramente la memoria del giudice Paolo Borsellino e dei suoi "angeli" bisogna scoprire tutta la verità

19 luglio 2011

Sono passati diciannove anni dall'eccidio di via D'Amelio, ed oggi per onorare la memoria del giudice Paolo Borsellino e dei ragazzi della sua scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), alle manifestazioni in loro memoria prederanno parte il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che deporrà una corona di fiori nel luogo della strage e il ministro degli Interni, Roberto Maroni.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto ed inviato un messaggio alla signora Agnese Borsellino. "La strage di via D’Amelio rappresentò il culmine di una delle fasi più gravi e inquietanti della sanguinosa offensiva della criminalità organizzata contro le istituzioni democratiche. Con l’attentato di via D’Amelio si volle colpire sia un simbolo della causa della legalità che, con rigore e abnegazione, stava svolgendo indagini in grado di piegare le più agguerrite forme di delinquenza sia un uomo che, con il suo esempio di dedizione e la sua dirittura morale, stava mobilitando le migliori energie della società civile dando a esse crescente fiducia nello stato di diritto". "A diciannove anni di distanza - ha scritto il Capo dello Stato - il sacrificio di Paolo Borsellino richiama la magistratura, le forze dell’ordine e le istituzioni tutte a intensificare – con armonia di intenti e spirito di effettiva collaborazione – l’azione di contrasto delle mafie e delle sue più insidiose forme di aggressione criminale. Quel sacrificio impegna inoltre le istituzioni e la collettività tutta a uno sforzo convinto e costante nell’opporsi – come dissi anche lo scorso anno – 'ad atteggiamenti di collusione e indifferenza rispetto al fenomeno mafioso' e alla sua pervasività. Con questo spirito e con l’auspicio che dalle nuove indagini in corso venga al più presto doverosa risposta all’anelito di verità e giustizia su quanto tragicamente accaduto – conclude Napolitano – rinnovo con animo commosso a lei, cara signora, ai suoi figli e ai famigliari degli agenti caduti, i sentimenti di gratitudine, vicinanza e solidarietà miei e dell’intero Paese".

Dopo le polemiche sulla mancata partecipazione dei palermitani alla manifestazione organizzata da Salvatore Borsellino (LEGGI), numerosi sono stati gli appelli perché si possa finalmente conoscere la verità.
Ieri, di fronte al Popolo delle Agende Rosse radunato davanti al tribunale di Palermo  per testimoniare solidarietà ai magistrati, il fratello del giudice Paolo, ha paragonato il presente all'anno delle stragi mafiose. "Oggi nel Paese si respira un clima simile a quello del '92, quando i magistrati venivano attaccati e denunciati al Csm". Salvatore Borsellino ha quindi criticato gli attacchi ai magistrati e la riforma della giustizia che è "un tentativo di imbavagliare i giudici".
"C'è una parte del Paese che non vuole conoscere la vertà sui misteri italiani come la strage di via D'Amelio", ha detto il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia durante l'incontro con il Popolo delle Agende Rosse. Ai cronisti che gli chiedevano chi non vuole la verità sulle stragi Ingroia ha risposto: "L'Italia dei collusi e dei corrotti". Il magistrato ha detto di guardare con speranza al futuro commentando la partecipazione dei cittadini al presidio delle Agende Rosse. "Che ci sia gente pronta a scendere in piazza è sintomo che parte del Paese sta con i pm e vuole la verità". Commentando l'auspicio della sorella del magistrato ucciso, Rita, ad avere una chiarezza piena sulle stragi Ingroia ha affermato: "comunque rispetto a qualche anno fa ne sappiamo di più". "Il miglior modo di essere cittadini - ha concluso - è avere coraggio e responsabilità e rifiutare il tentativo di tenere le persone suddite e teledipendenti".
A rispondere ad Ingroia è stato il capogruppo alla Camera del Pdl, Fabrizio Cicchitto: "Non sappiamo a chi si riferisce Ingroia quando dice che c'è una parte del paese che non vuole sapere chi sono i responsabili di via d'Amelio. Per quello che ci riguarda, come Pdl, riteniamo Falcone e Borsellino - non in modo retorico - non solo due personalità fondamentali della lotta alla criminalità organizzata, ma anche portatori di qualcosa di più, come espressione alta di impegno di moralità e vivere civile". "Noi - ha aggiunto Cicchitto - siamo assolutamente impegnati a far sì che si faccia luce, in modo reale e non per far propaganda, su quello che è avvenuto con gli attentati fatti nei confronti di Borsellino e di Falcone".
Nino Di Matteo, anche lui pm a Palermo, ha invece voluto ringraziare i manifestanti, che ieri hanno espresso solidarietà ai magistrati di fronte al tribunale. Di Matteo ha pure avvertito: "Siamo consapevoli che qualcuno strumentalizzerà la nostra presenza qui tra voi come fosse un fatto politico, ma noi non facciamo politica vogliamo solo essere al servizio dei cittadini, specie quelli più deboli".

Sonia Alfano, europarlamentare dell'Idv, ha rivolto il pensiero a quei magistrati che stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia. "Abbiamo sempre avuto la consapevolezza storica che la strage di via D'Amelio non fosse stata voluta soltanto dalla mafia. Oggi abbiamo però anche il conforto istituzionale di quei magistrati che stanno lavorando per ristabilire una verità giudiziaria su una delle pagine più buie della nostra Repubblica".
Accorato è anche l'appello dei familiari delle vittime di via dei Geogofili che si soffermano sulla necessità di arrivare alla verità "per dare giustizia ai morti e pace ai familiari del giudice che aveva scoperto, con ogni probabilità, la trattativa in corso, che ha poi prodotto inevitabilmente ancora lutti incredibili, trattativa così fortemente negata dalle istituzioni di allora".
Oggi, il sacrificio di Paolo Borsellino verrà ricordato anche a Roma, dove la commissione parlamentare Antimafia prima della seduta plenaria, ricorderà il giudice e tutti i caduti di mafia della magistratura e delle forze dell'ordine con la deposizione di una corona di fiori al Sacrario della Scuola superiore della polizia di Stato.

E a chiedere a gran voce di sapere la verità anche il figlio del magistrato, Manfredi Borsellino, che rompe un lungo silenzio per chiedere chiarezza su una delle pagine più buie della storia d'Italia. "Vorremmo capire chi e perchè ha organizzato il depistaggio - dice Manfredi Borsellino, che ora dirige l'ufficio di polizia di Cefalù - Nella ricerca della verità è ora necessario che si vada fino in fondo, e noi saremo vigili e attenti". Il figlio del giudice chiede che "si vada fino in fondo" nello svelamento della trama che ha costruito una falsa verità sulla strage di via D'Amelio: le false accuse di Vincenzo Scarantino in base alle quali sono stati condannati con sentenze definitive alcuni boss estranei all'attentato.
Si dovrebbe però parlare di almeno "due verità possibili" e di almeno un tentativo di depistaggio. Dalle indiscrezioni che trapelano dalla Procura di Caltanisetta, che sta conducendo l'ultima inchiesta sull'uccisione del magistrato e dei cinque agenti di scorta. Sullo sfondo, come unica certezza, resta la pista della trattativa, l'accordo tra Stato e Mafia che il braccio destro di Giovanni Falcone, ucciso pochi mesi prima, avrebbe scoperto alla fine di giugno 1992, mettendosi forse di traverso. Per questo la sua eliminazione sarebbe stata affrettata.
Il procuratore nisseno Sergio Lari si appresterebbe infatti a concludere sulla base di queste ipotesi le indagini che porteranno alla richiesta di revisione del processo per alcuni condannati con sentenze definitive. La svolta, attesa per settembre, dovrebbe coinvolgere anche investigatori - tre sono iscritti nel registro degli indagati per falso e calunnia - che avrebbero pilotato le accuse di Vincenzo Scarantino, il collaboratore di giustizia della prima ora smentito prima da Gaspare Spatuzza e poi da Fabio Tranchina, fedelissimi di Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio che avrebbe organizzato l'attentato premendo perfino il telecomando per innescare l'auto-bomba.
L'ombra del sospetto si allunga intanto sul gruppo di investigatori, guidati da Arnaldo La Barbera, questore morto nel 2002, che per Lari avrebbe allestito un "colossale depistaggio". Tre funzionari risultano attualmente indagati, ma l'indagine tocca altri investigatori tra cui il poliziotto che avrebbe alterato un verbale del 1994. Accanto alle dichiarazioni di Scarantino sono state trovate le annotazioni di un poliziotto che avrebbe svolto, si sospetta, un ruolo di "suggeritore". Ma è tutto l'impianto accusatorio basato sulle indagini del pool di La Barbera a essere smentito su molti punti dalla Procura di Caltanissetta e dalle rivelazioni di Spatuzza considerato un collaboratore attendibile. I nuovi indirizzi dell'inchiesta stanno insomma delineando quella che il procuratore Lari definisce una "deriva istituzionale".

"Ai silenzi tombali della mafia si sono sommati i silenzi tombali di tanti vertici politici. Sulle stragi del '92 abbiamo assistito alla sagra degli smemorati di Collegno dello Stato". Lo ha detto il Procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, intervenendo ieri sera a un dibattito organizzato alla vigilia dell'anniversario dell'uccisione del giudice Paolo Borsellino. Il magistrato ha parlato in particolare di quei rappresentanti istituzionali che "chiamati in causa, dopo 15 anni, hanno rivelato ai magistrati frammenti di verità che disperatamente gli investigatori avevano cercato e che aprono spiragli sulla trattativa tra Stato e mafia che, non potendo passare sulla testa di Borsellino, è passata sul suo cadavere". "Il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D'Amelio non si è realizzato soltanto facendo sparire documenti, ma anche grazie anche a falsi pentiti costruiti in laboratorio", ha continuato Scarpinato. "Certo è che i falsi collaboratori che hanno determinato il depistaggio delle indagini su via D'Amelio non si sono presentati da soli ma sono stati introdotti grazie a esponenti di Forze di Polizia sui quali ci sono ancora indagini in corso - ha aggiunto - Il depistaggio è stato pilotato da un potere così alto da non potere essere sfidato impunemente. Un potere che si doveva subire in quel momento ma con il quale poi si poteva trattare una soluzione concordata lasciando che gli scheletri restassero negli armadi".

[Inforrmazzioni tratte da ANSA, Adnkronos/Ing, LiveSicilia.it, Repubblica/Palermo, Corriere.it]

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19 luglio 2011
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