Babel

Alejandro González Iñárritu racconta tre storie, tre drammi, nei tre angoli più distanti della terra

30 ottobre 2006


 





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BABEL
di Alejandro González Iñárritu

Tre storie nei tre angoli più distanti della terra. Collegate tra loro da un filo sottile, che dimostra come tutte le storie del mondo siano in qualche modo concatenate. E destinate a non comunicare.
Deserto del Marocco. Un cacciatore giapponese regala un fucile ad una guida locale. Quest'ultimo vende il fucile ad un pastore di capre. I giovani figli di quest'ultimo sparano un colpo per gioco dalla montagna verso un autobus che passa lontano. Il proiettile colpisce una turista americana (Blanchett) in viaggio col marito (Pitt) per cercare di rimettere in piedi il matrimonio dopo la perdita, durante il parto, del terzo figlio. La donna è ferita gravemente e l'emorragia non si ferma. Poiché si trovano in pieno deserto ed è impossibile anche solo tentare di raggiungere il più vicino ospedale, la loro guida porta la donna in un villaggio e la affida alle cure dell'unico sanitario presente, un veterinario. Contemporaneamente negli Stati Uniti, a San Diego la tata messicana dei loro due piccoli figli, avvertita del ferimento della sua datrice di lavoro e richiesta telefonicamente di star loro vicina, decide di portarseli clandestinamente in Messico, per andare al matrimonio di suo figlio. Intanto a Tokyo una ragazza sordomuta cerca di superare il trauma del suicidio di sua madre - e la inaffettività del padre - seducendo ogni uomo che incontra, ma ogni volta riesce soltanto a sentirsi più sola ed emarginata.

Dopo 'Amores perros' e '21 grammi' il regista González Iñárritu e lo sceneggiatore Guillermo Arriaga (vincitore del premio per la migliore sceneggiature a Cannes 2006 per 'Le tre sepolture' di Tommy Lee Jones) raccontano tra compassione e pregiudizi, tre storie di 'straordinaria' incomunicabilità, dove le barriere sociali e politiche si sommano alle incomprensioni degli individui per un puzzle senza speranza della babele contemporanea. Una trama circolare ed un montaggio spiazzante e incalzante, specchio di un mondo che va troppo veloce, senza soste.


Anno 2005
Durata 135'
Distribuzione 01 distribution
Regia Alejandro González Iñárritu
Sceneggiatura Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arriaga
Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal, Koji Yakusho
Genere Drammatico


Nella Babele dei sentimenti
Intervista ad Alejandro González Iñárritu (Chiara Ugolini, Kataweb Cinema)

Come ha vissuto il viaggio che l'ha portata in giro per il mondo per raccontare storie di persone che si sfiorano senza riuscire a comunicare?
E' stato un viaggio esteriore, ma anche interiore, che mi ha fatto cambiare prospettiva... punto di vista, a me come uomo. Prima del film ero piuttosto cinico e anche un po' pessimista mentre ora sono un po' più ottimista. Scoprire direttamente la nobiltà d'animo delle persone, al di là delle immagini che ci ha inculcato la televisione, mi ha portato a rifiutare gli stereotipi.

Girare in Marocco a quelle temperature non deve essere stato facile. Come se la sono cavata i due divi?
Per Brad Pitt e Cate, per tutti noi, è stato un set molto complicato, abbiamo girato in condizioni climatiche veramente estreme. E' stato faticoso e difficile... ma alla fine siamo sopravvissuti al deserto marocchino.

Era consapevole di toccare attraverso le sue storie temi politici?
Sì la mia intenzione era fare una riflessione politica e non un film politico. La mia idea era di raccontare come la politica entra nella vita quotidiana della gente.

Nei suoi film c'è sempre una vena tragica. Lei come si considera un ottimista o un pessimista?
Sono come il sole e la luna. Non esiste la felicità completa che vorrebbe l'occidente. La nostra cultura non accetta la morte, per questo cerchiamo di rimanere giovani, anche attraverso gli interventi estetici. Così facendo però neghiamo una parte importante del ciclo della vita, rifiutando la vecchiaia siamo sicuramente più infelici. Nei miei film non ho paura di mostrare anche la morte perché fa parte del processo della vita. Io non sono pessimista. Come diceva Oscar Wilde, 'il pessimista è solo un ottimista ben informato'.

La sua Babele è formata da posti ha amato: il Marocco dove andò diciassettenne zaino in spalla con gli amici, il Giappone dove è stato per la promozione del suo ultimo film. Come è stato girare in posti così lontani?
Quando ho iniziato a filmare in Marocco mi sono sentito a casa perché tutti i paesi del terzo mondo sono molto simili, non importa se se sono musulmani o cattolici. Poi mi sono sentito a casa a Tokyo quasi quanto a Tihuana. Alla fine provavo molta empatia con i miei personaggi e mi auguro che anche lo spettatore ne provi. Spero che non vengano visti come stereotipi del tipo 'guarda che buffi i giapponesi', 'guarda che fanatici i musulmani' o 'guarda che ubriaconi i messicani'.

Ma è vero che in Marocco ha dovuto ricorrere ad un metodo molto particolare per ingaggiare le comparse?
17 giorni prima di iniziare le riprese non avevo un solo attore e stavo quasi per annullare il film. Allora ho fatto fare un annuncio al popolo da un Imam sulla cima di una moschea dicendo che si stavano cercando comparse per un film. Il giorno dopo 100/150 persone si sono presentate fuori dal minareto. Ne è venuto fuori una specie di circo per tutta la gente che aveva risposto all'appello per il casting. E' stato molto faticoso ma molto gratificante.

Lei ha lavorato per anni nella radio rock più importante del Messico che ricordo ne ha?
La radio per me è stata una scuola. E' uno dei mezzi più magici che ci siano perché non ha limiti... con musica, effetti sonori, storie e personaggi puoi portare la gente dove vuoi. La radio mi ha insegnato a intrattenere gli ascoltatori per tre ore tutti i giorni. Mi ha dato il senso del ritmo e quindi la struttura dei miei film è molto radiofonica. Insomma lo diceva anche Orson Welles: con la voce, i personaggi e la musica puoi veramente creare un mondo a parte.


La critica
''Partiamo dalla pellicola di Alejandro González Iñárritu, quasi due ore e mezza che passano in un lampo, avvinti come si è da un racconto uno e trino. (...) E' proprio quest'ultima la carta che resta elegantemente coperta in un film alla Altman, pieno di sorprese che magari qualcuno troverà troppo ben predisposte. Innegabile tuttavia la presenza di scene stupende come la fantasmagoria antropologica delle nozze messicane o il duetto fra Cate Blanchett in pericolo di vita e un Brad Pitt al vertice della bravura. Una menzione meritano anche la badante, la monumentale Adriana Barraza, e il nipote Gael Garçia Bernal.''
Tullio Kezich, 'Corriere della Sera'

''Inarritu è un poco più manierato, più indulgente verso folclore, musica messicana, esotismo nordafricano, vetroacciaio giapponese, meno indulgente con le polizie di tutti i Paesi. Il film strutturato meccanicamente è interessante, a tratti appassionante.''
Lietta Tornabuoni, 'La Stampa'

''L'autore di 'Amores perros' e '21 grammi' (nonché del corto meno sgradevole dell'offensiva antologia '11-09-01') conferma di essere ossessionato dal gioco delle coincidenze e delle vicende parallele: nonostante il deprecato avvento della globalizzazione (che in ogni caso non gli interessa più di tanto), la linearità e la cronologia non appartengono al suo mondo e non riescono a mobilitare la sua energia interiore. Il titolo d'ispirazione biblica serve, così, a introdurre lo spettatore nelle anse imprevedibili e segrete di quattro episodi che si sviluppano su tre continenti e in tre lingue, inseguendo le reazioni e le emozioni di personaggi lontanissimi tra loro. (...) Il film è montato stupendamente e gli attori - da quelli da copertina come Brad Pitt e Cate Blanchett a quelli di sostanza come Gael Garcia Bernal e Adriana Barraza e a quelli sconosciuti come Koji Yakusho, Rinko Kikuchi, Said Tarchani e Boubker Ait El Caid - sono messi in grado di esprimere l'intensità pretesa da una trama così architettata. Peccato che la bravura del regista, cedendo a più riprese all'estetismo rallentato e al compiacimento del dettaglio, sia portata a lenire troppo platealmente le asprezze dell'approccio. Come già in '21 grammi', sembra che Inarritu voglia conferire significati alti anche ai contrattempi più prosaici e occasionali del quadro drammaturgico: il quale, non a caso, finisce per vibrare soprattutto quando il diapason del pathos individuale e il controcanto di una natura crudele e indifferente bloccano ogni prospettiva spiritualistico-consolatoria e ogni commento sentenzioso.''
Valerio Caprara, 'Il Mattino'

''Originale, notevole e bello (...) un magnifico affresco sulla globalizzazione.''
Alberto Crespi, 'l'Unità'

''Specialista nel mettere le star in situazioni estremamente deprimenti (vedi '21 grammi'), il regista messicano spedisce subito una pallottola nella candida spalla di Cate Blanchett che, già in crisi col marito Brad Pitt, rischia di morire dissanguata. (...) L'interferenza di piani spaziali e temporali può risultare molto ('Traffic', 'Syriana') o per nulla creativa. Qui, è pura accademia.''
Roberto Nepoti, 'la Repubblica'

''Non c'è nulla di gratuito, forzato, falso o furbo in Babel. Ti fa sentire il palpito, la disperazione, l'istinto di sopravvivenza, la lotta contro le odiose circostanze di queste persone perse in se stesse e in balia di oscure leggi dell'universo. Tutto questo è filmato con etica ed estetica, con rispetto e comprensione verso i personaggi, con un finale aperto che sospende ogni giudizio morale.''
Carlos Boyero, 'El Mundo'

Al 59mo Festival di Cannes (2006) Premio per la migliore regia a lejandro González Iñárritu

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30 ottobre 2006

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