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Bisogna evitare un 11 settembre mondiale

Il vero ''Asse del Male'' non sono gli 'stati canaglia', ma la povertà, le malattie e la fame

10 settembre 2005

L'11 settembre 2001, tre aerei venivano dirottati dai terroristi di Al Qaeda, e con questi colpivano mortalmente la più grande potenza del Mondo: l'America.
La data 11-09-2001 diventava così il codice del male moderno, la cifra del come la storia contemporanea dell'intero Pianeta era arrivata ad una svolta epocale.
L'America del presidente George W. Bush, sfigurata dall'assurdità del terrorismo, si metteva a capo, altrettanto assurdamente, di una fantomatica ''Civiltà del Bene'' e cominciava la battaglia contro il Male, in una insensata ''nuova Crociata''.
L'11 settembre di quattro anni fa cominciava una sorta di Terza Guerra mondiale, dove concetti quali ''Guerra tra Civiltà'' da una parte, ''Guerra contro gli Infedeli'' dall'altra, diventavano terribili parole chiave della contemporaneità.
Ricordando con il massimo rispetto, tutte le vittime che da quell'11 settembre il terrorismo islamico ha mietuto nel mondo, vogliamo parlare oggi di quei mali che stanno erodendo la vita del nostro Pianeta, in sordina, troppo spesso coperti dai boati causati dalle deflagrazioni dei kamikaze, e che vanno a finire all'interno di un colpevole dimenticatoio.
Vogliamo ricordare, insieme alle vittime del terrorismo, le migliaia di morti causati dalla povertà, dalle malattie, dal degrado ambientale e dalla diseguaglianza, sottoposti ingiustamente alle tragedie da prima pagina.

''Il vero asse del male non sono gli 'stati canaglia', ma il pericoloso circuito tra povertà, malattie infettive, degrado ambientale e crescente competizione per l'accesso al petrolio ed altre risorse''.
E' chiaro l'atto d'accusa verso la Casa Bianca che emerge dallo ''State of the World 2005'', l'ultimo rapporto del prestigioso Worldwatch Institute, considerato il più autorevole punto di osservazione dei trend ambientali del nostro pianeta.
La ''lotta al terrorismo sta spostando l'attenzione del mondo dalle reali cause di instabilità'', notano i curatori del Rapporto. Il terrorismo viene letto come sintomo di un'insicurezza globale, spesso effetto perverso della drammatica interazione tra povertà, degrado ambientale e diffusione delle malattie. Quelli che i curatori del rapporto chiamano i ''problemi senza passaporto'' generano e alimentano le condizioni in cui l'instabilità, la guerra e gli estremismi politici prosperano.
Tutto ciò sta conducendo il mondo in una spirale pericolosa in cui il tessuto connettivo delle nazioni è compromesso, la capacità di ''governo politico'' delle crisi è ormai nulla e si sviluppa la radicalizzazione.
''Affrontare queste sfide - scrivono gli esperti del Worldwatch - richiede una strategia che dia risalto ai programmi di prevenzione, piuttosto che risposte di tipo militare''.

''Un mondo più giusto e sostenibile è un mondo sicuro'', spiegano i curatori. ''Piuttosto che continuare a rafforzare il potere militare, i governi devono raddoppiare gli sforzi per salvaguardare la vita umana e l'ambiente, devono pensare al disarmo e alla ricostruzione post-bellica e ridisegnare le Nazioni Unite se vogliono dei cambiamenti nel futuro''.
Secondo gli studiosi del Worldwatch Institute, le azioni che i governi devono mettere in pratica sono sostanzialmente tre. Prima di tutto rafforzare la cooperazione internazionale per rispondere al meglio ai problemi della povertà, delle malattie e dell'inquinamento; in secondo luogo supportare, attraverso uno spostamento delle risorse destinate agli armamenti, i Millenium Development Goals, gli obiettivi fissati dall'Onu per il 2015 e infine sostenere delle iniziative ambientali e dei programmi di monitoraggio comuni.

I dati forniti dal Rapporto 2005 del Worldwatch Institute - dal titolo ''Redefining Global Security'' -, sono impressionanti.
Oggi nel mondo quasi due miliardi di persone soffrono la fame e la sicurezza alimentare è insidiata spesso dai fattori quali la disponibilità d'acqua, la proprietà fondiaria e l'accesso alle risorse, la povertà e il degrado ambientale.
Uno dei maggiori ostacoli alla sicurezza alimentare sono i cambiamenti climatici, la perdita della biodiversità e l'aumento delle malattie. Il Rapporto segnala infatti che 14 milioni di persone muoiono per malattie infettive e numerose malattie - come tubercolosi e malaria -, stanno tornando a costituire una minaccia accrescendo la loro diffusione geografica e molti nuovi virus sono stati identificati durante le ultime tre decadi.
Oggi dai 34 ai 46 milioni di persone sono infettate dall'Hiv, soprattutto nei paesi meno sviluppati. In Africa l'Aids sta falcidiando tutta la generazione di mezzo, i giovani dai 15 ai 40 anni, e dunque la fascia produttiva della società. Ogni giorno 6.000 africani muoiono di Aids.

Uno dei maggiori elementi di instabilità politica e sociale è rappresentato dal petrolio, o meglio dal massiccio uso di questo combustibile fossile come fonte primaria di produzione di energia. La produzione di petrolio ha raggiunto il tetto in 33 dei 48 maggiori produttori mondiali e la forte dipendenza dal petrolio alimenta le rivalità geopolitiche, le guerre civili e le violazioni dei diritti umani. Ma non solo: la sicurezza economica delle nazioni che offrono e acquistano petrolio è compromessa dalle oscillazioni del prezzo e dalle stesse opportunità di rifornimento. E il ruolo del petrolio nell'insidiare la stabilità climatica (l'utilizzo di combustibili fossili è la prima causa di emissioni di anidride carbonica che causa l'effetto serra) rappresenta una grave minaccia per la sicurezza dell'umanità.
250 milioni di persone sono già vittime dei cambiamenti climatici, un numero che è triplicato rispetto al 1990. E sono ormai 9,7 milioni i ''rifugiati ambientali'', mentre una persona su 370 (17,1 milioni) è costretta a lasciare casa. La tragedia che in questi giorni si sta consumando negli Stati Uniti d'America causata dall'uragano Katrina, dimostra che questo problema riguarda proprio tutti i Paesi del Mondo, compreso quelli la quale potenza non ha eguali.

Non bisogna poi dimenticare le conseguenze create dalle limitate opportunità economiche di quei tanti Paesi che contano una percentuale altissima di disoccupazione fra i giovani.
Nel mondo più di 200 milioni di giovani sono senza lavoro o non guadagnano abbastanza per sostenere una famiglia e, sottolinea il rapporto, ''possono essere una forza destabilizzante se il loro scontento li spinge al crimine o nelle insurrezioni o nei gruppi che si alleano con quelli estremisti''.
Nonostante tutto questo continua la corsa agli armamenti, per la quale ogni anno nell'intero Pianeta si spendono complessivamente quasi 1000 miliardi di dollari, una spesa a cui i paesi in via di sviluppo contribuiscono per un quinto.
Con le cosiddette piccole armi usate nei conflitti armati vengono uccise 300 mila persone ogni anno e altre 200 mila muoiono in seguito a bombardamenti. Almeno un quarto delle 50 guerre e conflitti degli ultimi anni è dovuto allo sfruttamento del petrolio, che ha provocato finora la morte di cinque milioni di persone.

Questi problemi, mettono in allarme gli autori, rischiano di far cadere il Mondo in una spirale senza uscita. Otto stati nel mondo dispongono di 28mila ordigni nucleari. 6 Paesi posseggono armi chimiche, il 98% delle quali appartengono a USA e Russia.
Non esistono ''Civiltà del Bene'' e ''Civiltà del Male'', esistono gli Uomini per i quali il maggior pericolo sono gli Uomini.
La risoluzione di tutti questi drammi possono fornirla i governi, ripensando seriamente alla propria struttura e a delle nuove prospettive per il Pianeta.

- 11 settembre 2001: per non dimenticare (Disinformazione.it)

- State of the World 2005 (Worldwatch.org)

- Il dramma dell'uragano Katrina (Corriere.it)

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10 settembre 2005
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