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CARCERE DURO

Da Palazzo Chigi assicurano che non ci sarà nessuna abolizione del 41-bis. Intanto un capomafia detenuto in regime di carcere duro...

16 luglio 2011

Da qualche giorno attorno al 41-bis si è scatenata una querelle riguardo una ventilata ipotesi da parte del governo di "ammorbidire", o addirittura abolire, il regime di carcere duro. Un dibattito nato a seguito di una nota scritta dal Dipartimento per gli affari giuridici della presidenza del Consiglio lo scorso 11 luglio, in risposta alla Corte europea che ci bacchetta sul rispetto dei diritti umani nell'amministrazione carceraria, e nella fattispecie nei confronti dei detenuti al carcere duro che più volte si sono rivolti alla clemenza europea. Da Palazzo Chigi hanno scritto: "Affievolire il 41 bis o non reiterarlo per quei detenuti i cui contatti con le organizzazioni mafiose sono venuti meno". Le domande, sostiene il Dipartimento, pesano sulle "risorse lavorative" e invece potrebbero essere destinate ad altro se venisse annullata la reiterazione dei ricorsi (LEGGI).
L'atteggiamento del governo ha suscitato dubbi e polemiche tanto che ieri, sempre da palazzo Chigi, è partita una nota nella quale chiaramente è stato scritto che il governo non ha nessuna intenzione di 'abolire' il regime del 41 bis, e che "l'ipotesi prospettata nella relazione" sull'esecuzione delle sentenze della Commissione europea dei diritti umani al Parlamento, "concernente i ritardi giurisdizionali, non è certamente quella di abolire il regime dell'articolo 41bis. Ma piuttosto di stabilirne l'applicazione con la sentenza di condanna".

Sulla questione legislativo-giurisdizionale ritorneremo più avanti. Intanto vogliamo raccontare una storia che, sicuramente, renderà ancora più complicata la controversia...
La scorsa notte il capomafia palermitano Vincenzo Troia, 73 anni, cugino dello storico boss Mariano Tullio Troia, è morto nel carcere milanese di Opera dove era detenuto al 41 bis. Gravemente malato da 2 anni, il capomafia del quartiere Resuttana, attraverso il suo legale, l'avvocato Sergio Monaco, aveva fatto decine di istanze, allegando consulenze mediche in cui si attestava l'incompatibilità del suo stato di salute col carcere.
I familiari di Troia hanno presentato denuncia lamentando proprio la scarsa attenzione riservata al congiunto dall'autorità giudiziaria e contestando le relazioni dei periti nominati dai diversi collegi che hanno invece sempre ritenuto che il padrino potesse restare in cella.
Condannato a 12 anni per associazione mafiosa in primo grado, oggi avrebbe dovuto essere giudicato in appello. Secondo i pentiti come Manuel Pasta il boss avrebbe assunto per qualche anno il comando della 'famiglia', ma poi sarebbe stato destituito perchè ritenuto non adatto al ruolo. Ma l'accusa di essere stato ai vertici del clan e la "pericolosità" di Troia hanno indotto la Procura a chiedere e ottenere il carcere duro.
Affetto da una grave forma di diabete e da una cardiopatia il capomafia da marzo del 2009 a maggio di quest'anno ha fatto decine di istanze all'autorità giudiziaria: solo il tribunale del riesame di Milano ne ha disposto il ricovero presso il centro ospedaliero di Opera, ma, secondo i familiari, il detenuto non si sarebbe mosso dalla cella. Tempo fa, in seguito a una caduta, si era rotto il femore.
Dalla sesta sezione della corte d'appello di Palermo, che oggi avrebbe dovuto giudicarlo, è arrivato l'ultimo no alla scarcerazione. A seguito della denuncia dei familiari che vogliono che si accerti se ci siano responsabilità nella morte del detenuto, visto che più medici avevano certificato la gravità del suo stato di salute, sul corpo di Troia è stata disposta l'autopsia.

Insomma, una questione che potrebbe essere presa in esame dall'Europa e che potrebbe suscitare come reazione l'ennesima "bacchettata" all'Italia sul rispetto dei diritti umani nell'amministrazione carceraria, e nella fattispecie nei confronti dei detenuti al carcere duro. La questione è sicuramente complessa.
Angelino Alfano, ministro della Giustizia e segretario nazionale del Pdl, non ha però dubbi, e con una nota ha affermato: "Sul 41bis nessun affievolimento, nessun arretramento, nessuna marcia indietro, se è possibile una marcia avanti attraverso una sempre più efficace attuazione. Ricordiamo che nella legislatura precedente governata da Berlusconi il carcere duro fu stabilizzato, che in questa legislatura è stato rafforzato, che in questo momento, presso le nostre carceri, vi è il numero massimo di detenuti da quando tale istituto giuridico esiste".
"Ricordiamo infine - continua la nota del Guardasigilli - che le carceri di Pianosa e Asinara furono chiuse dal centrosinistra a mezzo di un decreto legge e della relativa legge di conversione pubblicati nella Gazzetta Ufficiale a firma di Romano Prodi, Giovanni Maria Flick e Edo Ronchi". "In queste ventiquattrore di ipocrisia e smemoratezza - ha rimarcato Alfano - crediamo sia opportuno che tutti recuperino la memoria. Difenderemo, come abbiamo già difeso, le posizioni italiane e le leggi italiane anche contrastando le obiezioni europee, peraltro già molto note. Questi sono i fatti - conclude il Guardasigilli - ed altri ancora potremmo citarne. Questi fatti sono esattamente quelli che la sinistra non vuole sentirsi ricordare".

Infine, ritornando alla nota di Palazzo Chigi, in questa si può leggere: "In relazione a quanto riportato nella Relazione sull'esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti umani (CEDU) al Parlamento per l'anno 2010 e relativo alla presunta proposta di sopprimere il regime detentivo previsto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario, si precisa quanto segue:
1. L'ipotesi prospettata nella relazione, concernente i ritardi giurisdizionali, non è certamente quella di abolire il regime dell'articolo 41bis. Ma piuttosto di stabilirne l'applicazione con la sentenza di condanna. L'attuale sistema, determina sensibili ritardi in quanto impone una continua proroga del regime preceduta da complessi accertamenti e seguita da lunghi procedimenti di impugnazione. Procedimenti dovuti ai necessari approfondimenti da parte degli organi di polizia, prima, del giudice di sorveglianza, della Corte di cassazione, poi. Tali ritardi determinano, nel frattempo, limitazioni considerevoli di diritti, frequentemente evidenziate a Strasburgo, e che sono causa di condanna per l'Italia (ad es. Causa Montani c. Italia - Sezione Seconda - sentenza 19 gennaio 2010 (ricorso n. 24950/06 e sent. 20 gennaio 2009- Zara).
2. Le risorse umane che, secondo la relazione, si libererebbero se il regime di carcere duro fosse previsto nella sentenza di condanna, sono solo quelle delle forze di polizia, che non sarebbero chiamate a continue verifiche, e della magistratura di sorveglianza, che non sarebbe posta in condizione di dover provvedere continuamente, con inevitabili ritardi nelle decisioni.
3. Una lettura del brano della relazione in questione, diversa da quella sopra esposta, non solo non è rispondente alle intenzioni dei redigenti resa chiara dalla collocazione del testo tra le conseguenze dei ritardi nell'esercizio della giurisdizione, ma è in aperto contrasto con quanto evidenziato dalla stessa relazione in altra parte ove invece viene espressamente trattato il tema del trattamento penitenziario e si evidenzia come un regime carcerario duro sia ritenuto ammissibile dalla CEDU, purchè previsto in relazione a motivate esigenze (sentenza Mole 12 gennaio 2010)".

[Informazioni tratte da ANSA, Adnkronos/Ing, Lasiciliaweb.it]

 

 

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16 luglio 2011
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