Cattiva maestra... fiction. ''Modelli sbagliati'' quelli offerti ai giovani dalla fiction su Totò Riina ''Il capo dei capi''?

22 novembre 2007

Sei episodi, due troupe per un totale di 150 persone per realizzarli, due registi, Enzo Monteleone e Alexis Sweet, un budget di 15 milioni di euro e ascolti record. Stiamo parlando della fiction in onda in queste settimane su Canale 5 intitolata ''Il capo dei capi'', telefilm ispirato all'omonimo libro-inchiesta di due stimatissimi giornalisti, Giuseppe D'Avanzo e Attilio Bolzoni, che parla del mezzo secolo di mafia nel quale Totò Riina è diventato il criminale che tutti oggi conosciamo.
Una fiction che ha scatenato non poche polemiche, perché, a detta dei detrattori, colpevole di rappresentare Riina in maniera troppo affascinante e addirittura eroica.
La scorsa settimana il Giornale di Sicilia ha dedicato un'intera pagina ad un dibattito consiliare che si è tenuto presso il Comune di Niscemi (CL), dibattito nel quale Francesco La Rosa, consigliere dell'Mpa ha accusato la serie televisiva di offrire ''modelli sbagliati'' ai giovani: ''Oggi a Niscemi ci sono molti ragazzi che si fanno chiamare 'Binnu', 'Lucianeddu', 'Totò u curtu'. Hanno visto in tv ''Il capo dei capi'' e i boss di mafia raccontati nella fiction sono diventati i loro eroi''.
Insomma, sembra che la fiction abbia provocato lo stesso ''fenomeno'' che alla fine degli Anni '80 provocò nei giovani palermitani il film di Marco Risi ''Mery per sempre'', allora nelle aule scolastiche degli istituti palermitani non era difficile sentire interi gruppi di ragazzi inneggiare la mafia così come i delinquenti facevano nel film.
Il consigliere La Rosa ha quindi chiesto che l'Amministrazione proponesse ''un'iniziativa forte'' contro i produttori della Taodue e contro Mediaset.

Un dibattito nato in un piccolo comune ma che è si è moltiplicato e ingigantito fino ad arrivare ai diretti interessati (produttori, registi e sceneggiatori) che hanno seccamente replicato: ''La mafia non l'abbiamo inventata noi con questa fiction, e il nostro lavoro non fa altro che riprodurre la storia attraverso sentenze e testimonianze''. Intervenuto a favore dei creatore de ''Il capo dei capi'' anche Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational: ''Credo che il male non si possa esorcizzare nascondendolo. E dunque se c'è una storia da raccontare è giusto raccontarla per quello che è stata [...] Nella fiction, è vero, traspare il fascino perverso del male. Ma non è che se non lo racconti non esiste''. Dello stesso avviso anche il vicepresidente della commissione parlamentare antimafia, Beppe Lumia che, dopo aver  evidenziato ''l'ottima qualità'' del prodotto televisivo, si è fatto testimone dell'estrema fedeltà ai fatti. ''La garanzia - ha detto Lumia - è comunque negli autori. Conoscono talmente bene la storia della mafia e il pericolo di una rappresentazione mitica che non possono aver sbagliato''.

Certo, è anche scoraggiante sentire dire ad un ragazzino delle medie di Corleone: ''Batman? Io sono Totò Riina'', come è scoraggiante percepire la soddisfazione di un gruppo di liceali quando raccontano che i ''viddani'' di Corleone hanno avuto la capacità di ''rumpirici i corna'' ai ''cittadini'' palermitani.
Anche a Corleone, infatti, l'effetto deleterio della fiction ha colpito i giovani. Nel ''paese dei padrini'' ogni giovedì sera sembra che giochi la Nazionale giochi la finale dei mondiali: tutti corleonesi sono infatti incollata davanti alla televisione a vedere la storia dei concittadini che hanno reso tristemente noto il nome della cittadina...
E vabbé, le fiction sono ''prodotti televisivi'' che piacciono. Qualche preoccupazione viene l'indomani quando tra i più giovani iniziano a notarsi sempre di più emulazioni della figura di Totò Riina.
Per fortuna non tutti ammirano Riina. ''E' un delinquente ancora in vita, che senso ha fare un film, per altro con tante puntate, sulla sua vita? Lo hanno fatto diventare un personaggio storico. Lo hanno santificato'', ha detto ad un giornalista Annalisa, 34 anni corleonese, che lavora in centro di formazione della cittadina. ''Molti ragazzi e ragazzini - gli ha fatto eco uno degli studenti del centro - guardano il film accanto ad adulti che non spiegano il contesto e che magari non sono del tutto contrari a quel tipo di mentalità: è un danno per i giovani soprattutto in questa città. E poi nel film non sono state utilizzate comparse di qui e il film è stato girato nel ragusano e nel siracusano non a Corleone: non ha molto senso''.

Ma per la metà dei Siciliani, al di là delle fiction, alla fine Cosa nostra sarà sconfitta - Secondo il 55% dei siciliani ''Cosa nostra può essere sconfitta''. E' questo uno dei dati, forse il più importante, che emerge dal sondaggio commissionato dal mensile ''I love Sicilia'' all'Istituto Ekma di Luigi Crespi, i cui contenuti sono illustrati nel nuovo numero del magazine in edicola domani, venerdì 23 novembre.
Dopo due settimane dalla cattura dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, il sondaggio fotografa la percezione del fenomeno mafioso da parte dei siciliani, offrendo un quadro in bilico fra ottimismo e realismo. Per il 76 per cento degli intervistati, il blitz di Giardinello ha inferto un duro colpo a Cosa nostra. Ma sull'effettivo cambiamento nella mentalità di imprenditori e commercianti, dopo le prime denunce e la nascita di un'associazione antiracket in un teatro gremito a Palermo, il campione si spacca, tra un 43 per cento che ritiene in atto una svolta e un 40 per cento che non è d'accordo con questa affermazione. Tra gli altri elementi emersi dalla rilevazione, anche una scarsa fiducia nella capacità della politica di affrontare il problema mafioso (per il 60 per cento del campione la politica non affronta la mafia in modo giusto ed efficace) e la sensazione che chi denuncia il ''pizzo'' non sia sufficientemente protetto dallo Stato (così la pensa il 65 per cento degli intervistati).
I siciliani, inoltre, manifestano scetticismo sia sull'ipotesi dell'invio dell'esercito nell'Isola, sia sulla campagna di ''consumo critico'' che vorrebbe orientare gli acquisti verso quegli esercizi che non pagano il racket.

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22 novembre 2007

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