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Chi difende le forze dell'ordine?

La giovani, inquiete generazioni che si scagliano contro le forze di polizia. Un articolo di A. Spataro

10 ottobre 2008

MA CHI DIFENDE LE FORZE DELL'ORDINE?
di
Agostino Spataro

Chi difende le forze dell'ordine? Domanda affatto retorica, ma molto pertinente in questa fase critica in cui si susseguono manifestazioni violente, organizzate contro la polizia ed altre forze di sicurezza.
E' successo a Roma, a Catania, in diversi comuni della cintura napoletana dove, fra montagne d'immondizie e tifoserie facinorose, si consuma il dramma di generazioni inquiete, con poche speranze d'inserimento in un mondo sempre più escludente sul quale si allungano le ombre di un clamoroso crac finanziario internazionale che potrebbe sfociare in una devastante crisi sociale e politica. E' successo anche a Palermo, l'altro giorno, nel popolare quartiere dell'Albergheria messo a subbuglio per protestare contro la morte accidentale di due ragazzi che, di notte, correvano in senso vietato per sfuggire all'inseguimento di una volante della polizia chiamata per impedire un furto. Due vite spezzate nel fiore degli anni, un dolore immenso per la famiglia, da tutti condiviso.
Tuttavia, prima di censurare, anche dal pulpito, il comportamento dei poliziotti bisognerebbe quantomeno attendere gli esiti delle inchieste in corso e considerare gli obblighi cui essi devono adempiere in casi simili. Perché se si salta questo ragionevole passaggio c'è il rischio di prestare il fianco a strumentalizzazioni interessate a creare confusione intorno a questa terribile disgrazia, fino a mettere in discussione l'affidabilità e il ruolo delle forze dell'ordine.

Nei casi citati non si è trattato dei classici scontri di piazza tra polizia e manifestanti e nemmeno di chiassose azioni di disturbo, come quelle che solitamente avvengono nei vicoli, per coprire la latitanza o favorire la fuga di qualche scippatore, ma di qualcosa di più inquietante che si configura come una tendenza mirata a scardinare il rapporto di fiducia fra forze dell'ordine e società che in uno Stato democratico è una conquista di civiltà.
Scontri violenti, irrazionali che hanno provocato arresti e denuncie e lasciato sul terreno morti e feriti. Com'è successo a Catania dove è caduto il povero ispettore Filippo Raciti, un padre di famiglia, la cui morte è rivendicata dai facinorosi e addirittura indicata come modello da riservare ad altri poliziotti. In alcuni casi le indagini, in corso o concluse, evidenziano inoltre come dietro tali rivolte ci siano capi delle tifoserie più estreme sovente operanti in combutta con pregiudicati comuni o camorristi e - come sta emergendo nel caso di Napoli - persino con dirigenti politici di maggioranza e d'opposizione.
Insomma, intorno a questo fenomeno, sempre più complesso ed allarmante, si potrebbero coagulare forze ed interessi illeciti, anche fra loro diversi, che vogliono le mani libere per continuare a devastare i territori e a condizionare la politica e l'economia. Specie in città "difficili" come Palermo e Napoli, ma anche a Roma e a Verona, non bisogna sottovalutare questo fenomeno, ma considerarlo con serietà e responsabilità, evitando errori che certo non aiutano ad uscire dal guado.

Perciò è parso sorprendente il provvedimento del questore di Palermo nei confronti di Pietro Milazzo, stimato dirigente della Cgil. Così come sembra inopportuna, vista l'atmosfera che si respira in città, la manifestazione di sabato prossimo dei centri sociali che i promotori farebbero bene a rinviare ad altra data. A meno che Oreste Scalzone non voglia esibire, a tutti i costi, il suo cappellaccio anche a Palermo.
Il nostro vuol essere soltanto un invito alla necessaria prudenza, senza per questo sorvolare sugli errori, i nervosismi in cui sono incappate le forze dell'ordine o dimenticare i fatti gravissimi,  altrettanto inquietanti, come quelli verificatisi a Genova, durante il G8, che sfociarono in una sorta di "macelleria messicana" come la definì un alto funzionario di Ps.
Oggi, però, in questi casi, è la polizia ad essere sotto accusa ingiustamente e sostanzialmente isolata  all'interno del contesto sociale in cui opera.
A parte le difese "d'ufficio", si nota, infatti, uno strano imbarazzo a prendere posizione. Non servono solidarietà formali (che pure non guastano), ma provvedimenti concreti che comincino a rimuovere le cause del grave disagio sociale e salvaguardino il ruolo e il carattere democratico dei vari corpi di polizia. Insomma, bisogna ridare alle forze dell'ordine motivazioni appropriate che ne esaltino la missione e ne migliorino le condizioni di vita e di lavoro. 
Così perdurando le cose, cosa ci si aspetta dagli agenti? Che si voltino dall'altra parte o si limitino a fare gli "impiegati della sicurezza" o da eterna scorta ad una pletora di governanti e politici?  Sarebbe il disastro.

Generalmente, le lamentele nei loro confronti sono di segno opposto e reclamano, semmai, il ripristino dell'autorità (non il vecchio autoritarismo) della Stato democratico, di diritto.
Obiettivi non certo facili da conseguire. Soprattutto in Sicilia e in molte zone ad elevato indice di criminalità dove le forze dell'ordine devono far fronte, oltre ad una certa ostilità ambientale, a vistose carenze di mezzi e di direttive politiche appropriate.
Senza dimenticare, infine, che trattasi di gente nostra, di siciliani e meridionali che rischiano la vita per poco più di mille euro al mese.
Giovani uomini e donne del meridione che rappresentano il lato A della nostra tragedia sociale ed umana, arruolati per contrastare il lato B ossia quella parte che, per bisogno o per vocazione, vive nell'illegalità o in zone contigue.

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10 ottobre 2008
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