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Chiesti 10 anni di reclusione per Totò Cuffaro

I pm Di Matteo e Del Bene, alla fine dell'ultima requisitoria hanno chiesto la condanna per l'ex presidente della Regione

28 giugno 2010

I rapporti tra Michele Aiello, imprenditore della sanità condannato per mafia, e Salvatore Cuffaro, ex governatore siciliano, di cui ha parlato anche il collaboratore di giustizia Nino Giuffré, sono stati al centro della requisitoria del pm Nino Di Matteo nel processo - che si svolge con il rito abbreviato, in cui Cuffaro è imputato per concorso in associazione mafiosa - davanti al gup di Palermo Vittorio Anania. Questa mattina si è svolta la quarta e ultima parte della discussione dei pm che si concluderà oggi pomeriggio con le richieste di pena.

"Aiello costituiva un importante anello di congiunzione tra Cosa nostra e Salvatore Cuffaro
- ha detto Di Matteo -. Aiello ha stabilito negli anni un vero e proprio patto di protezione con Cosa nostra che garantiva e tutelava l'espansione della sua attività imprenditoriale. Il rapporto tra Aiello e Bernardo Provenzano prevedeva una serie di prestazioni e controprestazioni di cui si agevolano entrambi. La ditta Aiello si è occupata, grazie alla volontà mafiosa, della costruzione di numerose strade interpoderali. Da parte sua Aiello assumeva personale indicato da Cosa nostra, ovviamente pagava la 'messa a posto'. Ma soprattutto Aiello aveva dei rapporti con rappresentanti istituzionali che interessavano a Cosa nostra e che gli consentivano di avere informazioni riservate su alcune indagini in corso". Tra questi rapporti, secondo i pm, c'era anche quello con Cuffaro "che in cambio - ha spiegato ancora Di Matteo - aveva la possibilità di avere a disposizione le strutture sanitarie di Aiello per fare favori ad amici ed elettori. Possiamo sospettare quindi, anche se questo punto non è dimostrato, che ci fosse un rapporto societario di fatto tra Aiello e Cuffaro. E' provata invece l'introduzione di un nuovo nomenclatore tariffario di radioterapia per le struttura convenzionate che includeva, guarda caso, le cinque principali prestazioni eseguite nelle cliniche di Aiello, prima non presenti nel tariffario".

Il pm ha affermato poi che la moglie del senatore Cuffaro "e' stata per poche ore socia di Aiello", avendogli ceduto quote di una società di un laboratorio di analisi. "Ma quale rapporto societario con Michele Aiello? Non e' mai esistito - si è difeso l'ex presidente della Regione siciliana in una pausa del processo -. Io facevo solo delle segnalazioni per alcuni esami diagnostici, così come facevano anche altri politici e magistrati. Per questo devo essere considerato socio di Aiello?". "Se mai si può parlare di soci lo sono stati per un minuto, dal notaio".
Sul tariffario di alcun prestazioni delle aziende di Aiello e di cui Cuffaro si sarebbe personalmente interessato, il senatore spiega: "Aiello aveva in azienda un macchinario particolare che c'era solo a Milano. Ha chiesto solo l'inserimento di alcune prestazioni che nel tariffario non c'erano. Altrimenti si doveva pagare la prestazione indiretta che costava molto di più alla Regione".
Parlando poi della requisitoria, Cuffaro ha aggiunto "la Procura sta ricostruendo la sua verità, poi noi nelle arringhe difensive risponderemo punto su punto alle accuse". "Il pm sta dicendo cose che meravigliano persino me, che quel periodo l'ho vissuto. Con tutta la mia fantasia non riesco a capirle. È la sua versione, poi ci sarà la nostra. Nella sua ricostruzione ci sono interpretazioni fuori dalla realtà. Per quanto riguarda le fughe di notizie, io ho difeso solo me stesso".

Riprendendo l'udienza il pm Di Matteo ha continuato la requisitoria. "Francesco Campanella, diventato collaboratore di giustizia, chiarisce come il rapporto tra Cuffaro e Cosa nostra non sia stato un evento sporadico e casuale ma piuttosto interno al patto politico - elettorale - mafioso". "Come racconta Campanella - ha proseguito il pm - Giuseppe Acanto venne inserito nella lista Biancofiore nelle elezioni 2001 per venire incontro alle richieste di Nino Mandalà. Sempre Campanella dice che Cuffaro lo avvertì che nei confronti di Antonino e Nicola Mandalà e dello stesso Campanella c'erano indagini in corso. Le dichiarazioni del collaboratore sono ampiamente dimostrate".
Il pm ha poi raccontato della comune militanza di Cuffaro e Campanella nell'Udeur e dello stretto rapporto tra i due, tanto che l'ex governatore fu testimone alle nozze del collaboratore. "Cuffaro - ha spiegato Di Matteo - attraverso la vicinanza personale con soggetti di Villabate, aveva ben presente quali erano i rapporti che legavano Campanella ai mafiosi Mandalà di Villabate. Che erano soggetti legati alla mafia Cuffaro lo sapeva anche perchè Nino Mandalà era in carcere proprio per l'accusa di 416bis".

Alla fine della discussione i pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene hanno chiesto la condanna a dieci anni di reclusione per l'ex presidente della Regione siciliana. La pena richiesta tiene conto della riduzione di un terzo previsto dal rito abbreviato.
I pm hanno deciso di non chiedere le attenuanti generiche per il senatore Udc "perché i fatti di cui lo accusiamo sono veramente gravi anche per il suo ruolo di governatore regionale: per questa sua veste poteva partecipare in alcuni casi al Consiglio dei ministri". "Abbiamo dimostrato - hanno detto - che il sistema di controinformazioni messo in piedi da Salvatore Cuffaro assieme a Antonio Borzacchelli, Giorgio Riolo, Giuseppe Ciuro, era puntato a scoprire indagini sui rapporti tra la mafia e esponenti politici o a lui collegati. E' proprio la natura delle informazioni che ci fa capire la portata di questo sistema e di come si possa configurare l'accusa di concorso in associazione mafiosa". Le testimonianze di pentiti e di soggetti vicini all'imputato hanno dato, secondo i pm, ulteriore conferma alle accuse. "Fin dal 1991 i contatti con Angelo Siino - ha detto Del Bene - dimostrano l'esistenza del patto politico-mafioso stretto da Cuffaro con esponenti di Cosa nostra".
Dopo la requisitoria Cuffaro ha ribadito i concetti espressi in questi mesi: "La mia fiducia nelle istituzioni e nella giustizia mi impone il rispetto per il ruolo dei pubblici ministeri. E' chiaro che non condividiamo le loro conclusioni e che io e i miei avvocati porteremo il nostro contributo per fare emergere la verità".

[Informazioni tratte da Ansa, Adnkronos/Ing, La Siciliaweb.it]

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28 giugno 2010
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