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Collaborazione

Il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, ribadisce l'importanza dei collaboratori di giustizia nella lotta contro la mafia

16 aprile 2005

Il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, non perde occasione di rimarcare l'importanza dei collaboratori di giustizia nella lotta contro la mafia, e di quanta sempre maggiore collaborazione necessitano gli ambienti della giustizia che della lotta antimafia quotidianamente si occupano.
''Sicuramente la mafia ha cambiato volto. Non abbiamo più quello che Firenze ha sofferto: le stragi, gli omicidi diffusi, gli omicidi di personaggi importanti. Quindi ha sicuramente cambiato strategia perché costretta in parte dai successi investigativi dell'autorità giudiziaria. Dall'altro è anche un modo di distogliere l'attenzione di tutti noi e voi, giornalisti, da questo problema''.
Queste le parole del procuratore Vigna, che l'altro ieri a Firenze insieme al procuratore capo di Palermo Pietro Grasso, ha partecipato ad un incontro sul ruolo dei collaboratori di giustizia nella lotta alla mafia, organizzato nel ricordo di Gabriele Chelazzi, il magistrato scomparso il 16 aprile 2003.

''I testimoni di giustizia sono purtroppo ancora pochi'', ha detto Pierluigi Vigna, rivolto ai giornalisti presenti, ''Questa è la dimostrazione che la forza dell'intimidazione ha ancora i suoi effetti. Sono molto più numerosi gli appartenenti alle organizzazioni criminali che collaborano che non i cosiddetti cittadini che dovrebbero collaborare e che invece sono sudditi e quindi stanno zitti''.
''Importante - ha proseguito il procuratore nazionale antimafia - è il collaboratore, secondo me. A volte sembra possano contrastare con una specie di sentimento morale. Il collaboratore non parla solo di ciò che è avvenuto, ma parla anche dei progetti da porre in esecuzione. Quindi anche se ha spento molte vite, impedisce che altre se ne spengano. Questa è la valenza non solo repressiva ma anche preventiva del collaboratore''.

I giornalisti, approfittando della presenza del Procuratore capo di Palermo Pietro Grasso, hanno poi  chiesto delucidazioni sulla possibile esistenza di un tunnel a Bagheria (PA) utilizzato da Bernardo Provenzano, per spostarsi senza pericolo dalla clinica dell'imprenditore Michele Aiello, indagato principale nell'inchiesta delle ''Talpe alla Dda''. ''Le indagini sono ancora in corso. Stiamo aspettando i risultati'', ha risposto Pietro Grasso. Ai giornalisti che gli hanno fatto notare che sembra che Provenzano si sia mosso in auto, Grasso ha risposto: ''Il problema era non coinvolgere quelli che stavano in certi ambienti. Comunque - ha concluso - è una ipotesi ancora da verificare''.

Per quanto riguarda il soggiorno marsigliese del boss Bernardo Provenzano effettuato nel 2003 per essere sottoposto ad intervento chirurgico alla prostata, i giudici del tribunale del riesame hanno sostenuto che esso è riscontrato da prove ''troncanti''. I giudici hanno quindi respinto l'istanza di scarcerazione avanzata dai difensori di Salvatore Troja, l'uomo di Villabate accusato di avere accompagnato a Marsiglia la ''primula rossa di Corleone'' e di avergli fatto avere l'identità di suo padre, Gaspare Troja.
I magistrati si basano sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Mario Cusimano, arrestato il 25 gennaio scorso durante il blitz denominato ''Grande Mandamento'', che definiscono ''altamente'' attendibili, e nella produzione che i pm della Dda hanno fatto della documentazione medico-amministrativa dalla quale si evince che Gaspare Troja si sarebbe recato in Francia per essere sottoposto a cure mediche.
Il vero Troja, interrogato dalla polizia, ha invece dichiarato di non essere mai andato a Marsiglia per subire interventi alla prostata, precisando di non aver nemmeno richiesto nel 2003 il rilascio di alcun documento alla Usl. Salvatore Troja per questa sua ''prova di fedeltà'' fatta in favore di Provenzano, è stato in seguito affiliato alla famiglia di Villabate, garantendo anche l'arrivo dalla Francia di partite di droga e carichi di armi, alcune delle quali sono state utilizzate per commettere omicidi nel palermitano. I magistrati della procura di Palermo sono ancora in attesa della rogatoria da svolgere in Francia per raccogliere le testimonianze dei medici e degli infermieri che hanno curato il latitante ricercato da oltre 42 anni


Le Talpe Dda di Palermo. C'è un nuovo indagato.
C'è un nuovo indagato nell'inchiesta sulle ''Talpe alla Dda'' che ha portato fino adesso sotto processo 14 persone, fra i quali il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, l'imprenditore di Bagheria (PA) Michele Aiello e i marescalli Giorgio Riolo dei carabinieri e Giuseppe Ciuro della Guardia di Finanza, quest'ultimo condannato la scorsa settimana, in abbreviato, a quattro anni e otto mesi.
La nuova iscrizione nel registro degli indagati riguarda il medico Tommaso Angileri, 40 anni, consulente radiologo del Centro diagnostica per immagini di Aiello, la struttura sanitaria sulla quale recentemente sono stati compiuti accertamenti dai carabinieri, per individuare un tunnel segreto che gli investigatori ipotizzano sarebbe stato realizzato per consentire la fuga al boss latitante Bernardo Provenzano.
Angileri è accusato di aver aiutato l'imprenditore di Bagheria rivelandogli notizie ancora coperte dal segreto istruttorio e che riguardavano le indagini che erano in corso sui rapporti fra Aiello e l'ex assessore comunale Domenico Miceli, sotto processo per concorso in associazione mafiosa.
Il nuovo ''informatore'', come lo definisce l'accusa, aveva fatto capolino nella complessa girandola di rapporti che ruota attorno a Michele Aiello, che è agli arresti domiciliari per associazione mafiosa, durante la sua testimonianza nel processo all'ex assessore dell'Udc Domenico Miceli. L'imprenditore, indicato come il prestanome di Bernardo Provenzano, aveva raccontato che era stato Tommaso Angileri a dargli le prime informazioni sulle domande poste a Miceli, subito dopo il suo arresto. L'esistenza di un nuovo «informatore» era emersa nel corso dell'interrogatorio in aula di Aiello sulla cessione della ''Ria'', il laboratorio di analisi di via Villafranca a Palermo di cui erano soci Giacoma Chiarelli (moglie del presidente della Regione Salvatore Cuffaro), la sorella di Angileri e lo stesso Miceli.
Si tratta della società rilevata da Aiello tra il '96 e '97, per acquisire la convenzione con la Ausl 6 di Palermo, e poi trasferita a Bagheria e diventata centro specialistico di terapie oncologiche. Aiello aveva riferito che Angileri gli raccontò del contenuto degli interrogatori che Miceli faceva durante la sua detenzione. Il politico è finito in carcere in seguito all'inchiesta denominata ''Ghiaccio'' condotta dai carabinieri. Ad Angileri è già stato notificato l'avviso di garanzia. [La Sicilia, 15 Aprile 2005]

(Nella foto in alto a sinistra il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna)

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16 aprile 2005
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