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Come l'Eni, la Fiat, l'Enel e la Telecom: l'Ecomafia nella top ten delle grandi industrie italiane

24 miliardi e 600 milioni: questo il fatturato dell'ecomafia nel 2004

03 giugno 2005

La concorrenza cinese? Non è un problema.
Irap, Iva, Irpeg e tutte le altre imposte che gravano sul costo della produzione? Mai state un problema.
L'attuale fase di stagnazione e recessione dell'economia? Di sicuro non è un problema, forse è addirittura un incentivo.
Che bell'azienda florida quella delle ecomafie, un'impresa in grado di inserirsi con forza tra i dieci big dell'industria nazionale subito alle spalle di colossi come Eni, Fiat, Enel e davanti di parecchie spanne rispetto a Finmeccanica, Pirelli o Erg.
In un contesto che ha visto la nostra produzione industriale aumentare soltanto dello 0,9% in un quinquiennio e ha fatto registrare una crescita contenuta dell'intero Paese tra 2003 e 2004 (+1,3%) gli affari della criminalità organizzata in campo ambientale recitano il ruolo della tigre.

Qualche cifra? I tradizionali business dell'ecomafia scoperti da Legambiente (cemento, abusivismo edilizio, appalti illegali, traffico di rifiuti, commercio clandestino di opere d'arte, racket degli animali…) hanno generato, nell'anno appena trascorso, 24 miliardi e 600 milioni di fatturato.
Tra le industrie italiane un bilancio così, a dieci zeri, ce l'hanno solo l'Eni (58,383 miliardi di fatturato), la Fiat (46,703 miliardi), l'Enel (36,489 miliardi), la Telecom (31,231 miliardi), le ecomafie appunto e la Tim (12,900 miliardi).
Le altre a confronto son cenerentole. La Edison ad esempio, al decimo posto di questa classifica, ha un fatturato che è solo un quarto di quello delle imprese criminali. Più dei numeri assoluti impressionano però quelli percentuali. Il fatturato Fiat ad esempio è calato di più di un punto; quello di Telecom è salito di un punto; quello delle ecomafie ha fatto un balzo in avanti da un anno all'altro: +30 punti percentuali, performance che non ha eguali in Italia. E chissà che cedola che avrà distribuito ai suoi azionisti di riferimento che si spartiscono il gruppo: la mafia siciliana, la camorra, la 'ndrangheta, la sacra corona unita.

E' questo l'aspetto più inquietante del Rapporto sull'Ecomafia 2005 di Legambiente presentato martedì 31 maggio a Roma. L'ecomafia si è fatta impresa, impresa criminale naturalmente, lucra su tutto, si insinua negli appalti pubblici, sfrutta le debolezze del Paese in alcuni settori (la gestione dei rifiuti al Sud è catastrofica ed è un ottimo volano per chi vuole guadagnarci illegalmente), può reinvestire gli utili senza alcuna pressione fiscale, gode anche di insospettati ''aiuti di stato'': cos'altro è il condono edilizio se non un incentivo a costruire case fuorilegge e a realizzare una rendita straordinaria col mattone illegale? E come si può definire il ritardo del Parlamento nell'approvare una modifica al codice penale che introduca nel testo i reati contro l'ambiente?
Il decimo Rapporto Ecomafia di Legambiente, realizzato con la consueta collaborazione delle forze dell'ordine, è un viaggio nell'Italia aggredita e sfregiata dai fenomeni di criminalità ambientale: i reati sono 25.469 (tre ogni ora), le persone denunciate crescono del 10,4%. Il 49,1% degli illeciti si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Crescono i clan dell'ecomafia: sono oggi 194, 25 in più rispetto al 2003. Un aumento di ''famiglie'' quasi tutte interessate ai guadagni che ruotano intorno al mattone grazie anche alla ripresa di questo fenomeno stimolata dall'ultimo condono edilizio: l'abusivismo è infatti cresciuto ancora (+ 3,6% nel 2004). Le nuove case abusive (al netto delle cosiddette trasformazioni d'uso rilevanti su costruzioni già esistenti) sono state 32.000 nello scorso anno, ovvero 3.000 in più rispetto al 2003, l'anno dell'impennata. Le stime, prudenziali, relative al 2005 indicano un ulteriore diluvio di cemento illegale: altre 32.000 nuove costruzioni abusive, accompagnate dalla sensazione di una ''marea che continua a crescere''.
Per quanto riguarda il ciclo illegale dei rifiuti, le infrazioni accertate nel 2004 sono state 4.073 e 1.702 i sequestri; il 38,3% di questi illeciti si registra nella quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, tutte commissariate da diversi anni (un'esperienza di cui anche questi numeri dimostrano il sostanziale fallimento). La Campania guida, purtroppo, anche questa particolare classifica dell'illegalità ambientale, seguita dalla Puglia e dalla Toscana (un confronto con il 2003 non è possibile, perché quest'anno, per la prima volta, sono stati inseriti in questa voce specifica, anche i risultati delle indagini condotte dal Comando carabinieri per la Tutela dell'ambiente relative all'inquinamento del suolo provocato da smaltimenti illegali di rifiuti).
Un'attività sempre più vivace come dimostrano anche le operazioni delle forze dell'ordine che fino a oggi hanno portato avanti 37 inchieste grazie all'art. 53 bis del decreto Ronchi: dal febbraio 2002 sono state arrestate ben 221 persone e denunciate 739, con un numero di aziende coinvolte senza precedenti, 213 fino a maggio 2005.
È da notare il graduale spostamento dei traffici illeciti verso il Centro-Nord del Paese, la cosiddetta ''ecomafia devolution'', che ha avuto con i recenti sequestri di cave trasformate in discariche abusive in provincia di Viterbo un’ulteriore conferma. Ma continua a crescere anche quella sorta di ''catena montuosa'' di rifiuti speciali prodotti e finiti nel nulla che viene denunciata ogni anno da Legambiente, dopo una faticosa analisi degli ultimi dati ufficiali disponibili: nel 2002 si è raggiunto il massimo storico di 14,6 milioni di tonnellate di rifiuti di cui viene stimata la produzione ma non se ne conosce il destino, equivalenti a una montagna alta 1.460 metri con una base di tre ettari.

Altro mercato sempre florido è la cosiddetta archeomafia, ovvero i furti di opere d'arte e di reperti archeologici: un giro d'affari attivo soprattutto nel Nord Italia come in Piemonte, nel Lazio e in Lombardia. Le opere trafugate nel 2004 sono arrivate a 19.000 pezzi, il 4,7% in più rispetto al 2003. Un vero e proprio museo che si arricchisce sempre più nonostante la diminuzione dei furti scesi del 7,9% (1.190 nel 2003).

Alla luce di questo immane scempio Legambiente, anche quest'anno, non rinuncia a lanciare la sua proposta: inserire nel nostro Codice penale i delitti contro l'ambiente.
Il Consiglio d'Europa ha approvato, da tempo, un importante atto d'indirizzo che impegna i Paesi membri a introdurre, nella propria legislazione, adeguati strumenti di tutela penale dell'ambiente; la Commissione per la riforma del Codice penale, presieduta dal giudice Carlo Nordio, ha previsto l'introduzione dei delitti contro l'ambiente subito dopo quelli contro la persona; la Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, presieduta da Paolo Russo, ha approvato, nel dicembre del 2004, una relazione che sollecita il Parlamento a varare questa indispensabile riforma.
''Così come - ha Enrico Fontana, responsabile ambiente e legalità di Legambiente - sono diversi i disegni di legge, sottoscritti da rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione, a cominciare da quello presentato dal presidente onorario di Legambiente, Ermete Realacci, che prevedono, in maniera sostanzialmente simile, l'introduzione di nuovi delitti attraverso i quali tutelare meglio il nostro patrimonio ambientale dai tanti fenomeni di aggressione criminale che denunciamo ogni anno''.

www.legambiente.com


Il Rapporto Ecomafia 2005 completo può essere acquistato direttamente presso il Centro di documentazione di Legambiente (INFO: 06/86.26.83.27) con il contributo di 10,00 euro + spese di spedizione

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03 giugno 2005
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