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Con la Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita da qualche anno in Italia si nasce meno

04 luglio 2007

Dopo tre anni dall'applicazione della Legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita, il numero delle gravidanze in Italia sono diminuite. Ciò ha come logica conseguenza la diminuzione delle nascite.
E' quanto si può constatare dai primi dati ufficiali del Registro nazionale dell'Istituto superiore di Sanità, relativi al periodo 2003-2005, prima e dopo la legge, che sono stati raccolti in una relazione dal ministro della Salute Livia Turco al Parlamento presentata nei giorni scorsi al Parlamento.

La percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi sono passate dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005 con una riduzione del 3,6 per cento. E' aumentata dal 22,7% del 2003 al 24,3% del 2005 la percentuale di parti plurimi (parti gemellari, trigemini e multipli). Sono aumentati dal 23,4% del 2003 al 26,4% del 2005 gli aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all'obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40.
''Auspico che dopo a tre anni si continui a riflettere - è stato l'invito del ministro -, con grande rigore e sobrietà, sulla legge medesima, a partire dagli esiti dell'applicazione delle tecniche''. La Turco ha esortato a continuare a riflettere ''al fine di garantire alle donne e alle coppie la migliore efficacia e sicurezza delle tecniche, e al fine di garantire al meglio proprio i principi ispiratori dichiarati dalla legge, che sono la tutela della salute delle donne e la tutela degli embrioni''.

I principali punti contenuti nella relazione
- Complessivamente sono stati censiti 169 centri contro i 120 del 2003, dai quali risultano 6.235 gravidanze contro le 4.807 del 2003, con una media di gravidanza per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003; le pazienti trattate sono state 27.254 nel 2005 contro le 17.125 del 2003. Applicando la percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi nel 2003 ai prelievi eseguiti nel 2005, si evince una perdita ipotetica di 1.041 gravidanze.
- Il numero di trasferimenti effettuati con un solo embrione è passato dal 13.7% del 2003 al 18.7% del 2005, mentre più del 50% dei trasferimenti viene effettuato con tre embrioni contro il 44% del 2003.
- E' aumentata dal 22.7% del 2003 al 24.3% del 2005 la percentuale di parti plurimi (parti gemellari, trigemini e multipli).
- Sono aumentati dal 23.4% nell'anno 2003 al 26.4% nell'anno 2005 gli esiti negativi delle gravidanze, per aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all'obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40/2004.

Dalla Relazione emerge inoltre che il panorama dell'applicazione delle tecniche Pma (Procreazione medicalmente assistita), in Italia, è ad oggi ancora molto ampio ed eterogeneo. Esistono, anche dopo l'applicazione della legge 40/2004, ancora molti centri di II e III livello che svolgono un numero ridotto e in alcuni casi ridottissimo di procedure nell'arco di un anno. Inoltre, data l'esistenza di differenze territoriali Nord-Centro-Sud rispetto ai centri pubblici o privati, nella relazione è stata sottolineata la necessità di un'ulteriore valutazione sui costi a carico delle coppie e sul fenomeno della migrazione delle coppie, da centro a centro, da regione a regione.
Dall'età elevata delle pazienti deriva la necessità di incisive ed efficaci azioni di prevenzione delle cause d'infertilità e anche di specifiche campagne informative alle coppie, infertili e non superiore a 35 anni, nelle donne più giovani e nelle coppie con gravissimo fattore di infertilità maschile.
Inoltre è stata sottolineata anche la necessità di analizzare il fenomeno della migrazione delle coppie verso i centri esteri, non solo per ottenere trattamenti che utilizzano la donazione di gameti o la diagnosi genetica preimpianto (vietati dalla legge 40/2004), ma anche per ottenere ''l'applicazione delle tecniche con la più alta percentuale di successo possibile'', ha sottolineato il ministro.

A Barcellona quattro coppie italiane al giorno

di Monica Ricci Sargentini (Corriere.it, 03 luglio 2007)

I forzati della legge 40 sbarcano all'aeroporto di El Prat, a Barcellona, ogni giorno. Più di 1.400 coppie l'anno. Arrivano con il loro bagaglio di sofferenza per i tentativi falliti in Italia, tra ansie e paure. La Spagna è la loro terra promessa, l'ultima spiaggia per la realizzazione di un sogno a lungo inseguito. Qui vengono accolti a braccia aperte, coccolati da medici e interpreti italiani, incoraggiati a sperare da percentuali di successo molto più alte della norma. ''Per una coppia che ha già un problema d'infertilità è stressante dover affrontare un viaggio all'estero, ma qui è come essere a casa. Pensi che una volta è venuta una famiglia al completo, otto persone, dalla suocera alla madre''. Il dottor Pedro Barri Ragué ha i capelli grigi e lo sguardo buono di un padre premuroso. La clinica che dirige, la Dexeus, è la più antica di Barcellona. Qui è stata ottenuta la prima gravidanza spagnola per ovodonazione.
Sono almeno 500 le coppie italiane che varcano la soglia della Dexeus ogni anno. Si siedono nella saletta d'attesa blu tappezzata da gigantografie di embrioni e ovuli fecondati che fanno sempre ben sperare. Barri le accoglie parlando in buon italiano, aiutato dalla figlia Andrea, anche lei medico. ''La metà delle coppie - dice - viene per l'eterologa, spermodonazione o ovodonazione. L'altra metà, invece, viene per la fecondazione omologa (con i gameti della coppia, ndr) che da voi è permessa ma con troppe restrizioni''. La parola d'ordine in Spagna è ottimismo. Sarà per questo che le percentuali di successo sono molto più alte della media europea.

Il Registro europeo di fecondazione assistita dell'ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embriology), che raccoglie i dati di 28 Paesi del vecchio continente, riporta nel 2003 una percentuale media globale di gravidanze che varia dal 27% al 29% per i transfer con l'omologa. All'Istituto Marqués di Barcellona, che si vanta di avere i risultati migliori, le donne incinte dopo una Fivet o una Icsi (le due maggiori tecniche di riproduzione in vitro) sarebbero miracolosamente il 47%. E all'Instituto Valenciano de Infertilidad (Ivi), di grande prestigio, dodici centri in tutto il Paese, si supera addirittura il 60%. A Barcellona la clinica Ivi è nata solo da due anni per rispondere alla grande crescita della domanda. La dirige il dottor Agustin Ballesteros, quarantenne stakanovista (''per darle quest'intervista non ho mangiato'' confessa) ma dai modi calmi e rassicuranti di chi sa fare il suo lavoro. ''Se avessi un problema riproduttivo - spiega, e non scherza, - non vorrei vivere in Italia. Qui siamo molto più avanzati. E infatti di vostri connazionali ne arrivano tanti, 58 coppie solo nei primi tre mesi del 2007''.
Il business fa gola. E con l'aumentare della domanda crescono anche le possibilità di finire in una clinica poco seria. ''Certo che esistono centri che se ne approfittano - ammette riluttante il dottor Ballesteros -. Magari fanno meno screening alle donatrici nei casi delle ovodonazioni. Magari non hanno laboratori così all'avanguardia. O cedono alla tentazione di stimolazioni ormonali troppo pesanti. Bisogna stare attenti''. In un ospedale italiano, recentemente, è stata ricoverata una donna in preda alla sindrome da iperstimolazione ovarica. Era di ritorno dalla Spagna, dove le avevano prelevato decine di ovociti e, nonostante il rischio anche mortale, gli embrioni erano stati trasferiti nell'utero. E non è l'unico caso. ''Ma da noi non può succedere - assicura Ballesteros -. Di solito facciamo una stimolazione molto soft perché abbiamo riscontrato che così è maggiore la qualità degli ovociti''.

Le cliniche sono tante e attirare i clienti diventa imperativo. All'Ivi si sono inventati la visita virtuale: per 45 euro ti fanno una prima diagnosi online. Alla Cefer, un altro istituto della città, prevedono un trattamento speciale per le omosessuali. Lo racconta entusiasta il dottor Simon Marina. ''Alle lesbiche - dice - proponiamo una tecnica che permette a entrambe di vivere più da protagoniste la maternità. Preleviamo gli ovociti da una, li fecondiamo e li impiantiamo nell'utero dell'altra. Così una donna ci mette il suo patrimonio genetico, l'altra la gravidanza. La legge spagnola lo consente. Non le sembra geniale?''. L'idea è apprezzata, tanto che arrivano in media sei single o coppie omosessuali al mese.
Gli affari vanno bene. E i prezzi aumentano. Oggi il costo di un'ovodonazione può variare dai 5.000 euro (Dexeus) ai 9.565 euro (Marqués). All'Eugin un anno fa la prima visita costava 80 euro, ora si è arrivati a 300, per un'embriodonazione si spendevano 4.200 euro, oggi 900 in più. All'Ivi una fecondazione eterologa costa circa 8mila euro. Solo se sei straniero. Chi vive in Spagna paga di meno. ''Il prezzo - spiega la dottoressa Cristina Pozzobon - varia a seconda della tecnica utilizzata, ma è maggiore per le pazienti che vengono dall'estero a causa della presenza di un dipartimento internazionale, con interpreti, segretarie e medici madrelingua, di cui le pazienti locali non usufruiscono''. Eppure le visite per le straniere sono ridotte a due. Esami e monitoraggi (nel caso dell'omologa) si fanno in Italia. Ovviamente con spese aggiuntive.

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04 luglio 2007
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